XXV.

Un anno passò come un sogno, spargendo rose e mirti ai piedi di

Anne-Marie: un anno di fantastici viaggi da trionfo a trionfo. La vita

per Anne-Marie era come un magico giardino, tutto acceso di fiori

incantati che si chinavano al suo passare.

I concerti erano la sua gioia. La sua chiara anima era colma di musica,

e come da un puro e prescelto vaso essa ne versava la melodiosa piena

sul mondo ascoltante.

Suonando, ella compiva la sua missione, così come un'allodola deve

cantare.

Un giorno a Genova la condussero a vedere il violino di Paganini, muto e

sigillato nella sua cassa di vetro al Municipio. Essa lo contemplò a

lungo silenziosamente. Poi distolse lo sguardo.

--Cosa pensi, cuor mio?--chiese Nancy.--Perchè sei triste?

--Penso--disse la ragazzina con occhi solenni--come deve soffrire quel

violino di essere chiuso là dentro; come la sua voce deve fargli male!

Chi sa come si strugge di poter cantare!

L'osservazione fu udita e ripetuta. Giunse alle orecchie del Sindaco di

Genova. Un giorno, con grande pompa, Anne-Marie fu invitata al Palazzo

del Municipio, e colà, davanti ai pochi invitati, furono tolti i

sigilli: il sacro istrumento dell'immortale Nicolò fu posto tra le

ténere mani della bambina.

Da tre notti essa non dormiva pensando a questo grande momento: sognando

la gioia di quella fremebonda voce imprigionata, quando le sue dita

l'avrebbero resa alla libertà!

Rapidamente essa infilò un nuovo cantino, traendolo sopra il ponticello

scolorito. Poi pizzicò, lieve, le corde, chinando il capo ad ascoltare.

Ed ora, alzando l'arco, con attacco vibrante spezzò i ceppi del silenzio

che gravavano sulle frementi corde... L'accordo di re minore risuonò,

tremolante e flebile.

Anne-Marie rialzò l'arco e attaccò un altro accordo, premendo le dita

sulle corde con intenso e veemente vibrato.

E di nuovo il violino rispose con voce rauca, debole, sorda. Il viso di

Anne-Marie si fece bianco come un lino. Le sue labbra tremarono. Con un

singhiozzo ella abbassò il violino.

--E' morto,--disse.

Molti anni dopo, se talvolta accadde a Nancy di pensare che forse

sarebbe stato meglio se avesse trattenuta dai concerti e dal pubblico la

sua bambina--se dubitava di aver errato permettendole di diffondere sul

mondo tutta la sua giovine anima canora,--il ricordo del Silente

Violino, chiuso nella sua prigione di cristallo, le tornava alla

memoria: il Violino che era morto per non aver cantato, morto del suo

proprio silenzio.

E fu contenta di pensare che alla sua allodoletta era stato concesso di

cantare.

E cantò, l'allodoletta! Cantò, in molti climi, sotto molti cieli, in

molte terre lontane. Era forse a Edimburgo che i cavalli furono staccati

dalla sua vettura, ed essa e Nancy tratte in trionfo per le festanti

vie? Era forse a Berna che la polizia dovette sgombrare dalle strade e

dalle piazze le turbe di studenti che parevano impazziti? Non fu a

Torino che la folla la richiamò venti volte al balcone, per urlarle i

suoi evviva, per implorare dal piccolo volto estasiato un sorriso, dalle

piccole mani salutanti, un fiore? Dove, dove fu che gli uomini alzavano

i loro figlioletti tra le braccia perchè la vedessero, perchè le

toccassero la veste, e le donne, spinte e urtate nella calca, coi

cappelli a sghembo e gli occhi allucinati, battagliavano per

intravvedere un baleno della bionda testolina salutante e per sfiorare

d'un tocco la piccola mano inguantata? Non era a Napoli che la

chiamavano «la bambina assistita», e la credevano posseduta da uno

spirito? E tra le acclamazioni talune voci gridavano che, per carità,

predicesse i numeri del lotto?

Sì, questo era stato a Napoli. Nancy se lo rammentava. Nella gloria

confusa delle cangianti scene, alcuni ricordi emergevano nitidi e chiari

nella memoria di Nancy. Era a Napoli che nel vasto teatro gremito

avevano dimenticato di serbare un posto per lei. E il direttore del

teatro era venuto a dirle che una signora ch'egli conosceva, gentilmente

le offriva un posto nel suo palco: palco numero cinque, seconda

fila--Nancy se lo ricordava ancora! E mentre Anne-Marie, già baciata e

benedetta come di consueto, col violino sotto al braccio usciva

fuori--piccola visione di cielo--sull'ampio palcoscenico, Nancy correva

ancora per i corridoi deserti della seconda fila cercando il palco

numero cinque. Eccolo finalmente! Nancy vi entrò, e vide una signora

sola, velata di nero. Nancy le fece un piccolo saluto e prese posto,

mormorando: «Grazie.» Poi colle mani convulsamente intrecciate, aveva

sussurrato la preghiera che sempre diceva per Anne-Marie quando suonava:

«Mio Dio! aiutatela! Ispiratela! Guidatele la mano!»

E Iddio anche allora aveva ascoltato la preghiera: perchè Anne-Marie

suonava grandiosamente, soavemente, senza neppur sognare che potesse

aver bisogno d'aiuto!

Nancy sedeva nel palco, rigida e atterrita come sempre; come sempre

pietrificata di paura, aspettando che i tranquilli occhi di Anne-Marie

si volgessero in giro per l'uditorio, vagando di palco in palco, in

cerca di lei. Ecco! L'avevano trovata! Scintillavano, ridevano... Poi lo

Spirito della Musica piombava colle grandi ali tra di loro due, e

portava via la sua bambina--via, suonante e sognante, lontano dalla

cerchia del materno amore...

La signora vestita di nero si premette il fazzoletto sugli occhi. Nancy

era avvezza a vedere quel gesto, ma pur sempre ne rimaneva commossa.

Stese la mano e la posò sul braccio della sconosciuta, a cui la musica

della sua bambina angosciava il cuore.

La donna vestita di nero, senza voltarsi, le prese la mano; e stettero

così vicine, queste due ignote, legate dalla musica come due sorelle.

L'ultimo pezzo finiva, e da ogni angolo della sala scoppiavano le

acclamazioni, le ben note grida di delirio e d'entusiasmo. Nancy si alzò

rapida per tornare dietro le quinte da Anne-Marie. La sconosciuta si

volse e rialzò il velo.

--Il mio nome è Villari,--disse.

Nancy ricordava il nome. Tutto ciò che Aldo le aveva detto di questa

donna, tutto ciò che Nino le aveva taciuto, si riversò come un'onda

nella sua memoria. Ella fissò lo sguardo con curiosità in quel viso

smunto, sotto l'elmetto di capelli rosso-scuri--povero viso stanco su

cui le rughe mettevano mille piccoli solchi tristi.

--Conosco bene il vostro nome,--disse Nancy, sporgendo la mano.--Saluto

la grande artista.

La donna sospirò profondamente.

--Saluto la madre fortunata.

Poi calò il velo sul viso.

Nancy s'affrettò per gli affollati corridoi, dove la gente a gruppi

discorreva e discuteva della sua bambina; e le parole: «Meravigliosa!

Fenomenale! Incredibile!» batterono colla consueta ala soave al suo

orecchio.

«Madre fortunata!» Oh, sì, sì! essa era una madre fortunata! Se lo disse

mille e mille volte; lo ripetè piano mentre ravvolgeva una morbida

sciarpa bianca intorno al capo biondo della sua figlioletta; e ancora,

mentre passava con lei attraverso gli evviva della folla, fra le mille

mani tese e i cappelli sventolanti. E se lo ripetè, seduta

nell'automobile che le portava via, aperta alla dolce notte napoletana,

e mentre reggeva col braccio Anne-Marie, che, in piedi sul sedile,

sventolava tutt'e due le mani alla circondante folla.

La figuretta ondeggiava col moto della carrozza, che moveva rapida per

la gaia strada illuminata. Ben presto anche gli ultimi entusiasti furono

lasciati indietro, e Anne-Marie si lasciò scivolar giù al suo posto

presso Nancy. L'automobile correva sulla marina; al di là del Golfo il

Vesuvio respirava, col ritmico alito infuocato; e le tranquille acque

splendevano. Nancy ricordò che questa era la patria di Aldo--poi scordò

tutto al suono delle dolci parole usitate:

--T'è piaciuto il mio concerto, Liebstes? Sei felice, cara mamma mia?

La frase era ormai divenuta una specie di formula ch'esse ripetevano,

ridendo, come il ritornello d'una canzone. Di tutte le ore del giorno,

febbrili e turbolente, era questa l'ora di gioia pel cuore di Nancy.

Anne-Marie, che di consueto era bizzarra e inafferrabile--resa più

strana dalla sua musica, ed esaltata dall'adorazione di molta gente--in

quest'ora ridiventava la sua tenera bambinetta, più mite e più dolce

dell'Anne-Marie di tutt'i giorni, più vicina e più umana dell'Anne-Marie

dei concerti: che era una strana e inaccessibile creatura di cui Nancy

talvolta dubitava che potesse proprio appartenere a lei!

Fräulein e Bemolle seguivano in un'altra carrozza. Dall'impresario in

poi, nessuno aveva osato turbare quest'ora sacra e stellata del loro

amore.

E Nancy, rimpianse ella mai i suoi perduti sogni di gloria? Ricordò ella

mai il suo non scritto Libro? Non le ardevano più le ferite dell'ali che

ella s'era strappate?

No. Essa viveva per Anne-Marie e di Anne-Marie. La Chimera

dell'ispirazione si era allontanata da lei. Rime e ritmi, parole,

visioni e sogni--non la turbavano più.

Ella respirava la musica che Anne-Marie suonava. Ella sognava la musica

che Anne-Marie componeva. Il Pifferaro della Leggenda che per tanti anni

l'aveva ossessionata col suo appello, ora non la chiamava più. L'aveva

oltrepassata, l'aveva scordata.

E l'aquila del Genio non la scoteva più, sfracellandole colle grandi ali

il cuore.

Ella era come il Silente Violino: i canti che l'anima sua non aveva

espressi, erano morti in lei.

I divoratori: romanzo · 第 76 / 90 题