Un anno passò come un sogno, spargendo rose e mirti ai piedi di
Anne-Marie: un anno di fantastici viaggi da trionfo a trionfo. La vita
per Anne-Marie era come un magico giardino, tutto acceso di fiori
incantati che si chinavano al suo passare.
I concerti erano la sua gioia. La sua chiara anima era colma di musica,
e come da un puro e prescelto vaso essa ne versava la melodiosa piena
sul mondo ascoltante.
Suonando, ella compiva la sua missione, così come un'allodola deve
cantare.
Un giorno a Genova la condussero a vedere il violino di Paganini, muto e
sigillato nella sua cassa di vetro al Municipio. Essa lo contemplò a
lungo silenziosamente. Poi distolse lo sguardo.
--Cosa pensi, cuor mio?--chiese Nancy.--Perchè sei triste?
--Penso--disse la ragazzina con occhi solenni--come deve soffrire quel
violino di essere chiuso là dentro; come la sua voce deve fargli male!
Chi sa come si strugge di poter cantare!
L'osservazione fu udita e ripetuta. Giunse alle orecchie del Sindaco di
Genova. Un giorno, con grande pompa, Anne-Marie fu invitata al Palazzo
del Municipio, e colà, davanti ai pochi invitati, furono tolti i
sigilli: il sacro istrumento dell'immortale Nicolò fu posto tra le
ténere mani della bambina.
Da tre notti essa non dormiva pensando a questo grande momento: sognando
la gioia di quella fremebonda voce imprigionata, quando le sue dita
l'avrebbero resa alla libertà!
Rapidamente essa infilò un nuovo cantino, traendolo sopra il ponticello
scolorito. Poi pizzicò, lieve, le corde, chinando il capo ad ascoltare.
Ed ora, alzando l'arco, con attacco vibrante spezzò i ceppi del silenzio
che gravavano sulle frementi corde... L'accordo di re minore risuonò,
tremolante e flebile.
Anne-Marie rialzò l'arco e attaccò un altro accordo, premendo le dita
sulle corde con intenso e veemente vibrato.
E di nuovo il violino rispose con voce rauca, debole, sorda. Il viso di
Anne-Marie si fece bianco come un lino. Le sue labbra tremarono. Con un
singhiozzo ella abbassò il violino.
--E' morto,--disse.
Molti anni dopo, se talvolta accadde a Nancy di pensare che forse
sarebbe stato meglio se avesse trattenuta dai concerti e dal pubblico la
sua bambina--se dubitava di aver errato permettendole di diffondere sul
mondo tutta la sua giovine anima canora,--il ricordo del Silente
Violino, chiuso nella sua prigione di cristallo, le tornava alla
memoria: il Violino che era morto per non aver cantato, morto del suo
proprio silenzio.
E fu contenta di pensare che alla sua allodoletta era stato concesso di
cantare.
E cantò, l'allodoletta! Cantò, in molti climi, sotto molti cieli, in
molte terre lontane. Era forse a Edimburgo che i cavalli furono staccati
dalla sua vettura, ed essa e Nancy tratte in trionfo per le festanti
vie? Era forse a Berna che la polizia dovette sgombrare dalle strade e
dalle piazze le turbe di studenti che parevano impazziti? Non fu a
Torino che la folla la richiamò venti volte al balcone, per urlarle i
suoi evviva, per implorare dal piccolo volto estasiato un sorriso, dalle
piccole mani salutanti, un fiore? Dove, dove fu che gli uomini alzavano
i loro figlioletti tra le braccia perchè la vedessero, perchè le
toccassero la veste, e le donne, spinte e urtate nella calca, coi
cappelli a sghembo e gli occhi allucinati, battagliavano per
intravvedere un baleno della bionda testolina salutante e per sfiorare
d'un tocco la piccola mano inguantata? Non era a Napoli che la
chiamavano «la bambina assistita», e la credevano posseduta da uno
spirito? E tra le acclamazioni talune voci gridavano che, per carità,
predicesse i numeri del lotto?
Sì, questo era stato a Napoli. Nancy se lo rammentava. Nella gloria
confusa delle cangianti scene, alcuni ricordi emergevano nitidi e chiari
nella memoria di Nancy. Era a Napoli che nel vasto teatro gremito
avevano dimenticato di serbare un posto per lei. E il direttore del
teatro era venuto a dirle che una signora ch'egli conosceva, gentilmente
le offriva un posto nel suo palco: palco numero cinque, seconda
fila--Nancy se lo ricordava ancora! E mentre Anne-Marie, già baciata e
benedetta come di consueto, col violino sotto al braccio usciva
fuori--piccola visione di cielo--sull'ampio palcoscenico, Nancy correva
ancora per i corridoi deserti della seconda fila cercando il palco
numero cinque. Eccolo finalmente! Nancy vi entrò, e vide una signora
sola, velata di nero. Nancy le fece un piccolo saluto e prese posto,
mormorando: «Grazie.» Poi colle mani convulsamente intrecciate, aveva
sussurrato la preghiera che sempre diceva per Anne-Marie quando suonava:
«Mio Dio! aiutatela! Ispiratela! Guidatele la mano!»
E Iddio anche allora aveva ascoltato la preghiera: perchè Anne-Marie
suonava grandiosamente, soavemente, senza neppur sognare che potesse
aver bisogno d'aiuto!
Nancy sedeva nel palco, rigida e atterrita come sempre; come sempre
pietrificata di paura, aspettando che i tranquilli occhi di Anne-Marie
si volgessero in giro per l'uditorio, vagando di palco in palco, in
cerca di lei. Ecco! L'avevano trovata! Scintillavano, ridevano... Poi lo
Spirito della Musica piombava colle grandi ali tra di loro due, e
portava via la sua bambina--via, suonante e sognante, lontano dalla
cerchia del materno amore...
La signora vestita di nero si premette il fazzoletto sugli occhi. Nancy
era avvezza a vedere quel gesto, ma pur sempre ne rimaneva commossa.
Stese la mano e la posò sul braccio della sconosciuta, a cui la musica
della sua bambina angosciava il cuore.
La donna vestita di nero, senza voltarsi, le prese la mano; e stettero
così vicine, queste due ignote, legate dalla musica come due sorelle.
L'ultimo pezzo finiva, e da ogni angolo della sala scoppiavano le
acclamazioni, le ben note grida di delirio e d'entusiasmo. Nancy si alzò
rapida per tornare dietro le quinte da Anne-Marie. La sconosciuta si
volse e rialzò il velo.
--Il mio nome è Villari,--disse.
Nancy ricordava il nome. Tutto ciò che Aldo le aveva detto di questa
donna, tutto ciò che Nino le aveva taciuto, si riversò come un'onda
nella sua memoria. Ella fissò lo sguardo con curiosità in quel viso
smunto, sotto l'elmetto di capelli rosso-scuri--povero viso stanco su
cui le rughe mettevano mille piccoli solchi tristi.
--Conosco bene il vostro nome,--disse Nancy, sporgendo la mano.--Saluto
la grande artista.
La donna sospirò profondamente.
--Saluto la madre fortunata.
Poi calò il velo sul viso.
Nancy s'affrettò per gli affollati corridoi, dove la gente a gruppi
discorreva e discuteva della sua bambina; e le parole: «Meravigliosa!
Fenomenale! Incredibile!» batterono colla consueta ala soave al suo
orecchio.
«Madre fortunata!» Oh, sì, sì! essa era una madre fortunata! Se lo disse
mille e mille volte; lo ripetè piano mentre ravvolgeva una morbida
sciarpa bianca intorno al capo biondo della sua figlioletta; e ancora,
mentre passava con lei attraverso gli evviva della folla, fra le mille
mani tese e i cappelli sventolanti. E se lo ripetè, seduta
nell'automobile che le portava via, aperta alla dolce notte napoletana,
e mentre reggeva col braccio Anne-Marie, che, in piedi sul sedile,
sventolava tutt'e due le mani alla circondante folla.
La figuretta ondeggiava col moto della carrozza, che moveva rapida per
la gaia strada illuminata. Ben presto anche gli ultimi entusiasti furono
lasciati indietro, e Anne-Marie si lasciò scivolar giù al suo posto
presso Nancy. L'automobile correva sulla marina; al di là del Golfo il
Vesuvio respirava, col ritmico alito infuocato; e le tranquille acque
splendevano. Nancy ricordò che questa era la patria di Aldo--poi scordò
tutto al suono delle dolci parole usitate:
--T'è piaciuto il mio concerto, Liebstes? Sei felice, cara mamma mia?
La frase era ormai divenuta una specie di formula ch'esse ripetevano,
ridendo, come il ritornello d'una canzone. Di tutte le ore del giorno,
febbrili e turbolente, era questa l'ora di gioia pel cuore di Nancy.
Anne-Marie, che di consueto era bizzarra e inafferrabile--resa più
strana dalla sua musica, ed esaltata dall'adorazione di molta gente--in
quest'ora ridiventava la sua tenera bambinetta, più mite e più dolce
dell'Anne-Marie di tutt'i giorni, più vicina e più umana dell'Anne-Marie
dei concerti: che era una strana e inaccessibile creatura di cui Nancy
talvolta dubitava che potesse proprio appartenere a lei!
Fräulein e Bemolle seguivano in un'altra carrozza. Dall'impresario in
poi, nessuno aveva osato turbare quest'ora sacra e stellata del loro
amore.
E Nancy, rimpianse ella mai i suoi perduti sogni di gloria? Ricordò ella
mai il suo non scritto Libro? Non le ardevano più le ferite dell'ali che
ella s'era strappate?
No. Essa viveva per Anne-Marie e di Anne-Marie. La Chimera
dell'ispirazione si era allontanata da lei. Rime e ritmi, parole,
visioni e sogni--non la turbavano più.
Ella respirava la musica che Anne-Marie suonava. Ella sognava la musica
che Anne-Marie componeva. Il Pifferaro della Leggenda che per tanti anni
l'aveva ossessionata col suo appello, ora non la chiamava più. L'aveva
oltrepassata, l'aveva scordata.
E l'aquila del Genio non la scoteva più, sfracellandole colle grandi ali
il cuore.
Ella era come il Silente Violino: i canti che l'anima sua non aveva
espressi, erano morti in lei.