«_Giugno. Staten Island._
«Buon giorno, mio tenebroso Sconosciuto.
«Sono in campagna, seduta su un muricciuolo di sassi, e non vedo che
lontane colline e sonnecchianti campi. Nel sole v'è un ronzìo di insetti
che mi fa impallidire e rabbrividire. Odio con grande odio pauroso gli
insetti che ronzano.
«Perchè non siete qui? Ho in testa un grande cappello bianco con nastri
ceruli, e una sciarpa cerula mi cinge la tenue vita. Sembro l'eroina di
una novelletta vecchio stile. E nessuno mi vede. E i prati sono pieni di
fiori; ed io li colgo e non so a chi darli. In tutte le soavi e semplici
leggende, quando l'eroina è seduta su un muricciuolo, con un cappello
bianco e una sciarpa cerula, ecco--inaspettatamente--il Prince Charmant
passa, la vede, s'arresta....
«Ahimè! nella vita non è così. La vita è un pesante romanzo moderno in
cui appare e scompare tanta gente superflua e soporifica; e in cui
l'eroina ha degli amanti noiosi, che si assomigliano tutti come una fila
d'ometti tagliati nella carta. E invano vi si aspetta l'inaspettato.
«Io sono qui sul muricciuolo con la mia sciarpa cerula, mentre voi siete
a tremila miglia lontano da me....
* * * * *
«Buon giorno, ancora. Sono sempre qui su quest'isola, a vivere di cose
ingenue: d'erbaggi, e di tramonti, e di ricordi di cose che non furono.
Voi siete una cosa che non fu. Forse per ciò vi ho sempre nella mente.
«Alla gente che vedo sempre, non penso mai. A voi che non vedo mai,
penso sempre.
«Mi chiedete conto dei miei amanti. Mi domandate perchè ne ho.
Semplicemente perchè trovo che mi abbelliscono! Un amante è una specie
di cosmetico: la bellezza di una donna dipende interamente da quanto
essa è amata.
«I miei amanti hanno dunque la loro utilità; ma non posso dire che siano
divertenti. Vestono una grigia uniforme di mestizia; e s'intragraffiano
e s'intramangiano, come animali tristi. E i loro discorsi sono lunghi e
lugubri intorno a cose lugubri e lunghe--come sarebbe la morte e la
durata eterna dell'amore.
«Io sogno un amore vivido e trionfale e risplendente; un amore fatto di
sangue e di sole e di rose--di tutte le cose calde e scarlatte che sono
nel mondo!... Un portentoso e magnifico amore che non duri, che sfolgori
e abbruci.
«~Che non duri!~ E che perciò? E' forse meno amore per il fatto che deve
morire? Sarebbe come dire che le vere rose sono quelle di carta, perchè
non appassiscono.
«Ecco, io colgo una rosa viva, fragile, moritura, e ve la getto traverso
l'Oceano.... traverso le tremila miglia d'acqua che ci separano--
«Se vi cade sul cuore, m'amerete.
«EVA.»
Egli le rispose: «Vi amo».
Nancy era felice. Viveva d'una vita irreale; d'una vita febbrile. Non
era più Nancy. Era «Quella delle lettere»! E Quella delle Lettere era
una creatura selvatica, libera, ardente e lieta.
E nulla era più dolce al suo cuore che questo sottile e delicato «amor
di lontano», questa passione traverso la distanza per un non veduto, non
conosciuto amante.
Ah, come era moderno e piccante tutto ciò! Eppoi anche così
tredicesimo-secolo! Non c'era stato Jaufré Rudel, il principe poeta, che
amò per tanti anni la non veduta contessa Melisenda?... E finalmente
venne a morirle ai piedi?
_Amore di terra lontana
Per voi tutto il core mi duol._
Anche loro s'amerebbero così, d'un amore assurdo e meraviglioso. Amarsi
così, senza l'intervento di alcuno dei loro sensi, doveva pur essere il
più alto, il perfetto, il divino modo d'amare.
Così Nancy visse nel suo sogno e lanciò da un emisfero all'altro le
leggiere lettere d'amore.
«_Cher Inconnu_,
«Vi scrivo perchè piove, e il cielo è di flanella grigia. Direte che
ieri vi ho scritto perchè faceva bel tempo e il cielo era di raso
celeste.
«E' vero. Ma sono buone ragioni entrambe per me, che sono quasi
innamorata di voi--quasi follemente, quasi disperatamente, quasi
divinamente innamorata!
«Io ho paura d'amarvi. Ho paura dell'amore come un bimbo ha paura d'una
stanza buia nella quale non è entrato mai. Che cosa si nasconde in
quegli angoli neri? Degli spettri, degli orchi, delle belve?... Certo,
il Dolore, appena entro, mi si avventerà al collo (al piccolo collo che
non conosce che la stretta d'una collana di perle), e mi strozzerà.
Certo la Passione, come una pantera dagli occhi di fuoco, mi salterà al
petto e mi mangierà il cuore. Certo la Gelosia come un gatto arrabbiato
mi graffierà, mi morderà, mi dilanierà....
«Oh caro Ignoto, non mi fate entrare in quella stanza buia! Già mi pare
di averne socchiusa la porta, e di sentire tutti quegli esseri
spaventosi rugghiare e ululare contro di me....
«Addio! addio!
«Mi chiamo Nancy».
A questa lettera egli rispose con un telegramma:
«Nancy! Vieni qui».
Ella riscrisse:
«--~Vieni qui.~--Le arroganti parole mi danno un tuffo di piacere nel
sangue.
«Mi piace che mi diate del tu. E poi sono inavvezza all'imperativo.
Nessuno mai mi dice: Fa così. Va via. Vieni qui. Va lì. E mi piace
sentirmi mite e spaventata e forzata a obbedire.
«~Vieni qui!~ Subito mi pare di dover volgere timidi occhi in cerca del
mio cappello e dei miei guanti, e mi domando come debbo vestirmi per il
viaggio! Sono molto simpatica in viaggio. Sono sempre di umore uguale, e
porto dei vestiti color sorcio che mi fanno delle piccole spalle fragili
e patetiche e la vita sottile. Tutto ciò è molto importante viaggiando;
perchè fa perdonare le mille e mille valigie e valigiette che porto
nello scompartimento, e le cappelliere che perdo, e gli ombrelli che
dimentico. Anche la gente che, per principio, brontola sempre, diventa
indulgente e amabile quando vede che ho un vitino piccolo, e l'aria
trasognata, e un cappello che mi sta bene. E facchini e guardiafreni e
conduttori, tutti mi adorano! Corrono in su e in giù a cercarmi gli
oggetti che ho perso, a portarmi delle cose da mangiare, ad aprirmi le
finestre e a chiudermi a chiave nello scompartimento.... anche quando
non è necessario.
«Poi, in viaggio non ho mai sonno. Metto giù la testa non importa dove,
e dormo come un gatto cinque minuti. Poi mi sveglio allegra e
ragionevole e di buon umore. Sì, sì; credo che veramente vi piacerebbe
di avermi in viaggio con voi.
«Nell'ultima vostra--breve come tutte le vostre lettere--(sono contenta
che siate breve), mi dite che andate in Isvizzera. Conosco e adoro ogni
roccia ed ogni ciottolino della Svizzera; conosco ogni pino in ogni
foresta; ed ogni scoiattolo su ogni pino. Ho percorso ogni serpeggiante
via maestra, che s'attorciglia come uno svolazzo di nastro bianco
intorno ai fianchi austeri delle Alpi. Sono fuggita da ogni blanda mucca
elvetica, ruminante su ogni blanda prateria.
«Salutatemi la Svizzera. L'adoro.
«NANCY.»
* * * * *
«New York.
«_Amor mio di lontano_,
«Eccomi tornata nella città, la terribile città, torrida e rumorosa
sotto il violento sole di luglio. E voi mi scrivete dall'Hôtel Bellevue
ad Andermatt!
«Andermatt! Che frescura e chiarità e scintillìo mi mette nella mente
quella parola. Nell'afa opprimente di questa città, mi cade sul cuore
come un fiocco di neve. E nella lettera vostra soltanto tre parole:
«Vieni qui. Subito».
«Di nuovo l'imperiosa, irresistibile chiamata mi scuote deliziosamente i
nervi. Se me lo dite una terza volta--per i biondi Dei del
Walhalla!--verrò!
«Sarete contento? Mi bacerete con gratitudine le bianche mani
abbandonate? Saremo semplici, e assurdi, e felici? bisognerà fare della
scherma intellettuale, e gareggiare d'arguzia, motteggiatori e ostili?
«Che importa? che importa? I miei occhi vi vedranno e l'anima mia non
chiederà di più.»
* * * * *
Un telegramma da New York ad Andermatt, risposta pagata. (Denari presi
in prestito da Fräulein Müller):
«Vistovi stanotte in sogno. Avevate lunga barba nera. Ditemi che non è
così.»
«NANCY.»
Risposta da Andermatt:
«Non è così. Vieni subito».
Nancy non andò subito. Già non aveva nessuna intenzione d'andare.... e
poi non aveva i denari del viaggio.