I grandi occhi di Anne-Marie si fissarono su lei.

--Per tante cose,--disse lei.

E a Nancy la sua voce parve strana e lontana.

Per la prima volta Nancy sentì che l'anima della sua bambina era una

cosa separata da lei, all'infuori di lei: un'anima ignorata e solitaria,

volata fuori dall'essenza materna, inaccessibile alla materna ansia. Una

piccola anima solitaria!

--Anne-Marie! è la musica che ti fa piangere?--chiese.

La piccina la tenne stretta, e non rispose. Nancy la indusse con mille

carezze a tornare nel letto; e la ricoprì e la baciò e la lasciò nel

buio.

La porta tra di loro rimase aperta. Nancy al suo tavolino udiva la

melodia tenera della «Berceuse» di Grieg e il gaio staccato del

«Minuetto» di Händel. E quella dolce musica la aiutò ad aggiungere dei

fantastici dettagli nella sua lettera allo Sconosciuto.

La mattina seguente dovevano traslocare all'alloggio signorile di

Lexington Avenue. Non poterono salutare George che era andato di

buon'ora al suo ufficio. Ma Peg aiutò a chiudere le valigie, e a

portarle giù nella carrozza, e corse con Minna su e giù per le scale in

cerca dei pacchi smarriti e degli oggetti dimenticati.

Anne-Marie, già in carrozza, prese gravemente dalle mani di Peg il

cerchio e il policeman con una gamba sola, unico superstite di un teatro

di marionette di Frau Schmidl; e Minna, che le accompagnava per

installarle nel nuovo alloggio, salì in carrozza colla gabbia di sorci

giapponesi appartenenti ad Anne-Marie.

--Cos'ha oggi la piccolina?--chiese Peg, guardando Anne-Marie.--E'

allegra come un funerale di quarta classe.

--La vostra musica iersera l'ha molto turbata,--disse Nancy salendo

anche lei in carrozza, e sedendo accanto alla piccola, colle ginocchia

ingombre di cappelliere e di pacchi.--Il violino le è piaciuto tanto!

--Ah sì?--disse Peg.--Era quel rospo di Markowsky che suonava.

Così dicendo si sporse per baciare Anne-Marie.

Ma Anne-Marie voltò via la faccia e non volle essere baciata.

--Bel tipo!--disse Peg, un poco offesa, dopo un altro vano tentativo di

baciare Anne-Marie, che teneva nascosto il viso nelle mani.

--Non le piacciono gli addii,--spiegò Nancy.

E, per consolare Peg, l'abbracciò affettuosamente, rammentandole la sua

promessa di venire a trovarle.

--Arrivederci presto a Lexington Avenue!

La carrozza partì. Minna aveva già contato e ricontato sulle dita i

bagagli che avevano, quelli che avrebbero dovuto avere, e quelli che

ricordava di aver dimenticato--quando Anne-Marie tolse le mani dal

visetto acceso.

--Mi piacciono, sì, gli addii,--disse in tono indignato.--Ma perchè

quella brutta Peg ti ha detto che era un rospo che suonava la musica

iersera?

Nancy la confortò, dicendo che non importava.

--Ma sì, importa,--disse Anne-Marie.--Non voglio che lo abbia detto.

--Non lo dirà più,--disse Nancy.

--Ma adesso l'ha detto,--disse Anne-Marie,--e non voglio che lo abbia

detto!

E la sua disperazione era grande.

Nancy cercò di distrarla, parlando della bella casa nuova in cui si

andava, e dove nella loro stanza c'era un tappeto rosso e un balcone....

Ed eccole arrivate! Sulla gradinata davanti alla casa le aspettava già

un ricciuto e impertinente «chasseur» in berretto gallonato, che le

aiutò a scendere dalla carrozza e fu rude e ruvido col policeman,

afferrandolo per l'unica gamba; e nel portar su la gabbia dei sorci

giapponesi, si tenne ostentatamente turato il naso. Ciò divertì assai

Anne-Marie. Quando poi ella vide la stanza piena di sole, e il tappeto

rosso, dimenticò la storia del rospo e fu felice.

All'ora del lunch scesero nella sala da pranzo e sedettero a un lungo

tavolo con molte altre persone.

Anne-Marie, che credeva di essere invitata, fu molto timida da principio

e molto rumorosa alla fine del pasto. I pensionanti erano della specie

di tutti i pensionanti in tutte le pensioni del mondo. C'era il vecchio

signore taciturno, e il giovinotto che fa dello spirito. C'era la

signorina che studia il canto. C'era la famiglia distinta che si tiene

molto a sè; e la signora coi capelli color zolfo, che si tiene poco a

sè. C'erano i ragazzi americani male educati che litigano tutto il

giorno e ballano il «cake-walk» tutta sera; e con essi era la loro madre

inefficace, e il loro padre depresso, e la loro governante intontita.

C'erano gli studenti russi. C'erano le signorine svedesi. C'era la

signora tedesca d'una certa età.

Questa sedeva dirimpetto a Nancy; e dopo il primo sguardo quasi casuale

ch'essa aveva rivolto a Nancy e ad Anne-Marie, la signora continuò a

guardarle fisso tutto il tempo del pasto.

Ogni volta che Nancy alzava gli occhi incontrava quello sguardo attento

e benigno dietro gli occhiali.

Nessuno parlò con Nancy durante la colazione; la conversazione essendo

per lo più monopolizzata dal giovane di spirito e dalla signora coi

capelli color zolfo, che scambiavano lungamente le loro opinioni

riguardo all'età di Sarah Bernhardt. Nancy aveva un gran da fare a dire

piano e in italiano ad Anne-Marie che non si occupasse delle due

ragazzette americane, di cui gli esecrabili modi parevano affascinarla e

ipnotizzarla.

Quella sera Nancy scese sola a pranzo.

Dopo la minestra, la signora tedesca parlò.

--Spero--disse, indicando il posto vuoto accanto a Nancy--che la bambina

non sia ammalata.

--Oh, no, grazie,--disse Nancy.--Prende sempre del latte e un uovo alle

sei, e poi va a letto.

--Secondo l'uso inglese,--disse la signora tedesca. E soggiunse:--E'

stata, lei, in Inghilterra?

--Sì, da bambina,--disse Nancy.

Poi venne il pesce. E mentre Nancy lo mangiava, sentiva sempre quello

sguardo intento e benigno fisso su di lei.

Passato il montone, la signora tedesca parlò ancora.

--Mi pare di averla udita oggi parlare italiano colla bambina. E' lei

forse del bel paese dove il sì suona?

Nancy sorrise.

--Mia madre era italiana,--disse.--Mio padre inglese. Io sono nata a

Davos, in Isvizzera.

Senza nessuna ragione apparente le guancie della signora tedesca si

tinsero di un vivido rossore. Non parlò più. Ma dopo che il «pudding» di

semolina aveva fatto due volte con lenta insistenza il giro della

tavola, e che la frutta--passata rapidamente una sola volta--era

sparita, la signora con voce un po' tremula chiese a Nancy:

--Parla il tedesco?

--Sì,--disse Nancy.--Ho avuto una governante tedesca.

Ancora una volta le guancie della signora si soffusero di rossore. Il

pranzo era terminato e tutti si alzarono e passarono nella sala di

lettura. Ma Nancy andò nella sua camera per scrivere allo Sconosciuto.

«Voi mi chiedete di parlarvi di me: questo mi piace, perchè sono egoista

e soggettiva.

«Io sono una giocatrice. A Montecarlo la Roulette--la folle Lorelei del

Mezzogiorno, dagli occhi verdi, dalla voce d'oro--mi attira e mi

incanta! Le ho gettato, or non è molto, nella avida gola insaziata tutti

i denari su cui potevo mettere le mie piccole mani bianche. (Ora sapete

che ho delle piccole mani bianche).

«E sono una sognatrice. Sono uscita per solitarie vie, sognando voi, mio

sconosciuto eroe, e le misteriose foreste dell'Uhland, e le perdute

principesse del Maeterlinck, finchè ho sentito delle vive lagrime--rare

visitatrici!--tremare nei miei sereni occhi glauchi. (Ora sapete che ho

dei sereni occhi glauchi).

«E sono una selvaggia, una selvaggia ultracivilizzata, col candido

petto, pieno di ruggiti e di smanie primitive, ricoperto di gioielli.

«Adoro i gioielli. Ho dei brillanti insolenti, quasi azzurri, grandi

come il mio cuore!--che dico?--di più, di più! E li porto a tutte le

ore, in tutte le stagioni--intorno al collo, alle braccia, alle

caviglie--su tutta me!

«Spero che anche voi portate molti gioielli.

«Adoro gli uomini ineffabilmente anormali e ~mauvais-genre~, che portano

degli anelli fino alla punta delle dita.

«E sono femminea... oh, oltre ogni dire femminea! Non porto che delle

vesti ondeggianti, delle fluttuanti trine, dei larghi cappelli ricadenti

ad ombreggiare le mie morbide chiome. (Sì; le mie chiome sono morbide).

«Non ho opinioni; non ho vedute. Non seguo mai il filo di un

ragionamento. Sono contenta di essere una piccola creatura indifesa che

tutti proteggono e compiangono e sgridano e adorano.

«Non bevo «cocktails». Fumo (ve l'ho detto?) delle sigarette russe

profumate all'eliotropio bianco--e certo nessun uomo farebbe una cosa

così nauseante.

«Sono distratta. Sono negligente. Sono prodiga. Sono pigra. Oh, assai

pigra! Invidio tanto la «Belle au Bois dormant» che ebbe cento anni di

sonno, e dormirebbe ancora adesso, se il ~Prince Charmant~ non l'avesse

baciata....

«Addio, Prince Charmant!

«Ecco: ho parlato di me.

«EVA.»

I divoratori: romanzo · 第 60 / 90 题