Aprile disse a Nancy: «Sorridi!»

Nancy sorrise e la fossetta s'incavò.

--Scusi! Mi rincresce,--disse al rude ragazzo. E si scansò per lasciarlo

passare.

Il ragazzo la guardò, e poi le fece una strizzatina d'occhio. Era un

ragazzo molto insolente.

--Ecco,--disse, cacciando entro le mani di Nancy il mazzo di fiori,--per

lei!

Nancy si ritrasse, ma il ragazzo le spinse nuovamente tra le mani il

gran pacco avvolto nella carta velina, poi girò sui tacchi e se ne andò

zufolando.

Nancy lo rincorse, ma lui correva più presto, voltandosi ogni tanto a

guardarla e a ridere. Sparì dietro una voltata e Nancy si fermò,

pensierosa e sorpresa.

Scostò un poco, in alto, la carta sottile e guardò i fiori: erano tutte

orchidee color d'ametista, e capelvenere! Un mazzo da regina!

Nancy tornò lentamente verso casa, tenendo con ambe le mani i fiori

dinanzi a sè. La loro fragile, stravagante bellezza le sollevò lo

spirito dalla polvere in cui era prostrata.

Entrò rapida nella sua camera, sfuggendo Minna che era in cucina lavando

con fracasso i piatti. Chiuse a chiave la porta della sua stanza, e

sedette accanto al letto.

Tolse la carta velina che li avvolgeva, e i meravigliosi fiori, roridi e

scintillanti, la salutarono con tremolìo soave.

Tra le corolle giaceva una lettera; la busta portava la sigla di un

piroscafo transatlantico. Nancy l'aprì con mani timide.

_«Cara Sconosciuta, vestita di celeste,_

«Mando questa lettera, come un fanciullo manderebbe una barchetta di

carta a galleggiare lungo un fiume. Dove andrà? A chi giungerà?

«Parto ora dall'America. Quando i vostri occhi (azzurri? neri? chi sa?)

leggeranno queste parole, io sarò già sull'Oceano. La «Lusitania», a

bordo della quale vi scrivo, batte e pulsa già verso l'Europa, come un

gran cuore impaziente. E forse voi ed io non ci incontreremo mai.

«Ma sono superstizioso. Nella carrozza che mi portava verso il porto or

ora, le parole che spesso ho in mente quando viaggio mi suonavano

insistenti nel pensiero:

_«Dort wo du nicht bist, dort ist dein Glück.»_

Là, _dove tu non sei_, è la tua felicità!

«Lascio questa terra d'America dove non fui mai felice. Forse perchè la

mia felicità era frattanto in Europa, in Asia, o in Australia!

«Ma ora--ora che parto--la mia felicità sarebbe forse qui? Se vado in

Europa, non lascio forse la mia felicità in America? Carrozze, battelli

e treni non mi stanno portando via da lei? A questa idea ho fatto

fermare la carrozza e ho comperato questi fiori.... a caso!

«Arrivato a bordo, ho detto allo «steward» di chiamarmi un fattorino. Ed

eccolo qui, che aspetta: è un orrendo ragazzo colla bocca storta. A lui

affiderò i miei fiori, questa lettera.... e il mio destino!

«Guardo il messaggero e mi piace di pensare che anche i vostri occhi lo

vedranno.

«Ma come, come, o ignorata mia felicità, potremo trovarvi, i fiori ed

io?...

«Ecco: dirò al fattorino di fermare la prima incognita che incontra, pur

che porti un abito celeste!

«Dunque, siete voi! Buon giorno, felicità! In questa bella mattinata

d'aprile voi siete dunque uscita in una veste colore del cielo?

«Io ragiono così: se siete vestita di celeste dovete essere giovane; e

se siete giovane, dovete essere felice; e se siete felice dovete essere

buona.

«E se siete buona mi scriverete, perchè sono un uomo triste e solitario,

un arcigno e inamabile selvaggio.

«Il mio indirizzo è il «Metropole», Londra.

«ROBERT BEAUCHAMP LEESE.»

Nancy mise la lettera sul letto accanto ai fiori. Stette a lungo, colle

mani intrecciate, a contemplarli.

Essi portavano un solo messaggio ai suoi occhi stanchi di tante

bruttezze, alla sua anima accasciata da tante meschinità: la ricchezza!

Erano fiori che parlavano d'opulenza. Essi appartenevano a un altro

ambiente. Avevano sbagliato strada; avevano sbagliato casa.

Se avessero potuto per un istante avere moto e vita, si sarebbero

levati--Nancy già se li immaginava!--rialzando le delicate vesti color

di viola, e affrettandosi a fuggire dal sordido appartamento.

Nancy poggiò il viso sul letto vicino ai delizianti petali. Chiuse gli

occhi e sognò una risposta alla lettera.

La sua fantasia si dilettò a immaginare una risposta fine, spiritosa,

sorprendente....

_How shall I hold you, fix you, freeze you,

Break my heart at your feet to please you!..._

Sì; gli citerebbe del Browning. E dell'Heine. Pingerebbe di sè una

fantastica immagine, nella veste chiarazzurra, su cui le orchidee a

tinte di pastello viola poserebbero, fuse in una divina dissonanza di

colore.... E (nella lettera!) il suo viso piccolo impallidirebbe sotto

un grande cappello di velluto nero, e l'ombra delle lunghe piume le

velerebbe gli occhi.... Ah sì! ella si servirebbe del suo ingegno

letterario per stupire e incantare questo sconosciuto--lo cingerebbe,

lo attorciglierebbe di frasi fini e fiammanti....

Nancy sospirò. Si alzò, e andò al tavolino di bambù, storto e

zoppicante; ivi, su un piatto rotto, stava il calamaio; e la vecchia

penna d'avorio vi giaceva in demoralizzata familiarità con un portapenne

rosso di Anne-Marie.

Nancy prese un foglio della povera carta da lettere rigata di cui si

serviva quando doveva domandare in prestito una casseruola a Frau

Schmidl, o pregare Mrs Johnson di pazientare qualche giorno. E scrisse:

_Mio signore_,

«I fiori hanno sbagliato. Sono venuti da me, che non ero vestita di

celeste.

«La mia veste era bruna».

Sottolineò l'umile parola inglese «brown», e non mise firma.

Però, rileggendo la lettera di lui, e notando che egli diceva d'essere

triste e selvaggio e solitario, aggiunse il suo indirizzo.

Egli rispose.

Scrisse sulla busta: Miss «brown», e l'indirizzo ch'ella gli aveva dato.

Riconoscendo la scrittura, ella accettò, arrossendo, la lettera dalle

mani del postino.

Lo Sconosciuto scriveva:

«Cara fanciulla non vestita di celeste, tornatemi a scrivere....»

Ed ella gli scrisse subito per dirgli che davvero non gli avrebbe

scritto mai più.

Allora egli rispose, ringraziandola, e chiedendo se ella non fosse per

caso quella tale Miss Brown che egli aveva conosciuto diciotto anni

prima, e che era stata così maternamente buona per lui. E che

poi--poverina!--aveva avuto anche il vaiolo nero.... Egli si augurava di

cuore che ella fosse precisamente quella Miss Brown.

Nancy sentì che doveva scrivere subito per dirgli che non era quella

Miss Brown.

E glielo scrisse.

E lì finì la corrispondenza. Almeno, così disse Nancy a sè stessa,

tornando su per le strette scale buie, dopo aver impostato questa

lettera finale.

Nancy accese il gas nel salotto, e sedette colle mani in grembo. Era

sola, quella sera, come tante altre sere. I bambini colle teste grosse

la guardavano. E il morto signor Johnson con gli occhi bianchi la

guardava. Sul caminetto la piccola pendola sgangherata pareva

chiacchierar piano, e affannarsi a sbattere via il tempo in fretta e

furia. Nancy l'ascoltava. Il battito continuo, un poco irregolare, si

faceva ritmico al suo udito.

Le venne in mente una vecchia rima francese, che pareva battere in tempo

coll'orologio:

_La belle qui veut,

La belle qui n'ose

Cueillir les roses

Du jardin bleu._

Era la storia della Bella, che voleva entrare nel Giardino azzurro, e

che al mattino passò davanti ai grandi cancelli aperti.

E si fermò di fuori, a guardare.

_La belle qui veut,

La belle qui n'ose

Cueillir les roses

Du jardin bleu._

E a mezzodì ripassò davanti ai grandi cancelli aperti. E si fermò di

fuori, a guardare.

_La belle qui veut,

La belle qui n'ose

Cueillir les roses

Du jardin bleu._

Finalmente--quando era già sera--la Bella si disse: «Ora entrerò».

Ma arrivata davanti al giardino, trovò che i cancelli erano chiusi!

_La belle qui veut,

La belle qui n'ose

Cueillir les roses

Du jardin bleu...._

Così chiacchierava piano la pendola sbattendo via il tempo in fretta e

furia. E Nancy l'ascoltò. D'un tratto, come per la prima volta,

comprese, sentì che la vita passava, che passava rapida e

irrichiamabile, e che lei, Nancy, non viveva! Lei era qui, chiusa col

morto signor Johnson, ed era morta come lui.

Una subitanea selvaggia eccitazione la invase, come una improvvisa

folata di vento, come una fiamma impetuosa che le divampasse in cuore: e

Nancy si coprì il volto con un gemito di creatura ferita. Tutto il

rimpianto per il suo ingegno sciupato, tutto lo sdegno contro

l'avvilente esistenza, tutto l'odio per la povertà che la mutilava, la

schiacciava, l'annichiliva, proruppe in quel lamento, tosto soffocato

per non svegliare Anne-Marie che dormiva nella stanza vicina.

Ma che cosa faceva lei chiusa qui, come una belva in gabbia?

Ma perchè si rassegnava? Ma che cosa aspettava? Ma dormiva? Era

narcotizzata? Paralizzata? Del suo ingegno, che cosa ne aveva fatto? E

della sua volontà? Ella dunque si lascerebbe affondare nell'ignominia

della miseria, nella vile e inerte disperazione?

La pendola stonata suonò mezzanotte, e Nancy balzò in piedi come alla

chiamata di una voce potente. Era la Vita che chiamava. La Vita! Nancy

se la sentiva passare accanto, splendida, vertiginosa, come un'amazzone

folle, scagliata incontro all'avvenire. E passando chiamava: «Nancy!

Nancy!»

Nancy si dibattè per liberarsi dal suo letargo, e gridò alla Vita:

«Verrò! verrò con te!»

Vi sono dei caratteri di cui l'evoluzione si fa lentamente, a

impercettibili gradazioni, come si schiude una rosa, come un uccelletto

mette le penne.

Ma Nancy irruppe in un'ora dalla crisalide dell'incoscienza. Da un

giorno all'altro--e per la sola ragione che la sua ora era giunta--la

mite e mansueta Nancy non fu più. La passiva anima infantile avvolta

nella candida semplicità del Genio, disparve in quella notte. Forse

venne a portarla via la Nave dei Sogni della sua infanzia, sulla quale i

suoi piccoli amici fantastici, Bel Popò e Menton Fleuri, l'aspettavano

ancora....

E forse se ne saranno tornati indietro insieme, fuori dall'esistenza,

fuori dai ricordi, salpando nel buio delle cose passate, verso la

lontana Isola di Ciò che non è Più.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«_Caro Ignoto_,

«Quante domande! Non vi basta sapere che non sono nè la ragazza vestita

di celeste, nè Miss Brown, ma vi ostinate a voler conoscere il mio

nome?

_Che importa un nome? Chiama pur la rosa

Con altro nome--avrà men dolce odore?

Che importa un nome?--Chiama pur la Donna

Con altro nome--avrà men falso il core?_

«Chiamatemi dunque--se chiamarmi volete--col nome complessivo e fragile

e impersonale di--Eva! E pensatemi come la sorella minore della prima

Eva, meno curiosa forse e ancor più solitaria.... e tanto amica del

Serpente--ormai addomesticato!--da portarlo intorno al collo come un

boa, magro e moderno.... E ne' miei occhi tranquilli fluttua la

nostalgia del già perduto Paradiso....

«Ma mi fate altre domande ancora: «Siete giovane?»--Sì; ma non d'una

giovinezza sconcertante.--«Siete buona?»--Sì; ma non di una bontà

affliggente.--«Siete bella?»--Quasi; ma non di una bellezza

sconvolgente.

«E vi scrivo, non perchè io sia avventurosa o temeraria, ma perchè l'ora

è il tramonto, e il mese è l'aprile.

«E voi siete l'Ignoto».

L'Ignoto rispose. Ed ella gli riscrisse. E nelle sue lettere ella mise

tutte le sue frasi più belle, tutti i suoi estri più felici. Gli scrisse

molte verità e molte menzogne. Si descrisse a lui quale ella credeva di

non essere, ma quale forse inconsciamente ella era. Nelle sue lettere si

dava per una principessina viziata, una farfalla frivola, turbinante

attraverso la vita con vivide ali....

E scrivendo queste lettere ella venne a poco a poco a somigliare a

quella che descriveva. Divenne gaia e spensierata. Si fece prestare

denari da Peg, e anche da George che si era innamorato di lei. Che

importava? Li ripagherebbe un giorno o l'altro.... Comprò delle vesti

eleganti; fece dei debiti; firmò delle cambiali; ebbe ricorso a

espedienti dubbii. Tutto l'ingegno che avrebbe dovuto servire al Libro,

ella lo prese e lo usò nella sua vita quotidiana; lo sciupò in piccoli

imbrogli e inganni, pur di riuscire a strapparsi dagli artigli della

povertà che la strangolava, che la inchiodava al suolo.

--Non importa nulla di nulla! nulla di nulla!--diceva lei.

Bisognava togliersi dal fango, bisognava uscirne ad ogni costo. Tornar

fuori, in alto, nel sole, con la piccola Anne-Marie; lontano dalle

propinquità vergognose e laide, dalla vicinanza dei negri, dalla sordida

e spaventosa lotta per il pane quotidiano. Uscirne, uscirne ad ogni

costo!

Un giorno--era un afoso pomeriggio di maggio--Aldo non ritornò a casa.

Minna era andata a prendere Anne-Marie a scuola, quando un

commissionario suonò alla porta dell'appartamento, e a Nancy, che gli

aprì, consegnò una lettera in una grande busta sigillata. Si fece

firmare la ricevuta e partì rapido.

La lettera era di Aldo. Diceva che gli era capitata la fortuna della sua

vita, una fortuna quale egli non se la sarebbe mai aspettata! Ed egli

sentiva di non doverla respingere. No, per amore di Nancy, per amore

della sua bambina egli sentiva che era il suo sacrosanto dovere di non

indietreggiare davanti a un grave sacrificio. Oh, non pensava a sè!

Aveva già da tempo rinunciato alle proprie ambizioni, perduto ogni fede

nei propri talenti, ogni speranza nel proprio avvenire. No, questo grave

passo lo prendeva per lei e per Anne-Marie. Un giorno ella

comprenderebbe il suo sacrificio. Un giorno (e qui una lagrima di Aldo

aveva macchiato le parole) ella gli aprirebbe le braccia perdonandolo,

ringraziandolo, benedicendolo... Intanto accludeva cinquecento dollari.

E che Nancy ne avesse cura perchè cinquecento dollari non sono una

parola. Sono duemila cinquecento franchi. E farebbe bene a prendere

quell'appartamento disopra che costava meno; e a pagare otto dollari

invece di dieci al mese a Minna, che sarebbero ancora fin troppi!... E

coraggio! che probabilmente tra pochi mesi tutto sarebbe a posto, e

sarebbero tanto felici. E addio, addio! Che i santi la proteggessero!

Che il buon Dio guardasse lei e Anne-Marie! Ed oh! pregassero per lui,

che era per sempre il loro infelice Aldo.

Nancy sedette rigida e stupefatta con la lettera e i cinque biglietti da

cento dollari in mano.

Aldo non sarebbe tornato! Non tornerebbe più. Le aveva lasciate sole,

lei e Anne-Marie; sole ad affrontare la vita.

Tutto quel giorno Nancy portò il suo cuore freddo e greve come una

roccia nel suo petto delicato.

Quando fu notte andò nella camera di Aldo. Si guardò attorno. Davvero

era una meschina e miserabile stanza. Tutto in essa--dalla finestra coi

vetri rotti che dava su un muro umido, alla porta sverniciata che non

chiudeva; dal tappeto logoro, all'ottomana sudicia e storta; dal

caminetto col pezzetto di specchio appoggiato al muro, alla catinella

rotta--tutto, tutto era orribile, tutto spingeva a fuggire e a non

ritornare più.

E guardandosi attorno in quella camera deserta, Nancy si sentì pungere

gli occhi da ardenti lagrime di compassione.

Povero Aldo! Così decorativo, così estetico, così inetto alla lotta per

l'esistenza! Dunque non sarebbe tornato più. Dopo tutto, come

biasimarlo? Che cosa trovava quando veniva a casa? Queste bruttezze,

queste meschinità. Null'altro.

No, null'altro. Non l'amore. L'amore che li avrebbe sollevati e aiutati

attraverso le angoscie e le avversità, non era più nel cuore di Nancy.

L'amore che essa aveva avuto per lui, e ch'ella si era compiaciuta di

figurarsi come un epico e trionfante arcangelo, forte e armato, non era

stato dopo tutto che un piccolo spettro, frale e sensitivo--mezzo bimbo,

mezzo fantasma--e ferirlo era ucciderlo. E i Fati si erano divertiti a

lapidarlo e a crocifiggerlo, questo amore; l'avevano percosso e

calpestato; l'avevano trascinato per squallide vie e per scale sudicie,

l'avevano soffocato sotto a mucchi di bruttezze.... Ora che Nancy osava

guardarlo in faccia, vide che già da gran tempo era morto.

E per Aldo non ebbe che pietà.

Trasse da sotto il letto il suo vecchio baule, e vi ripose con rimorso e

compassione le cose che gli appartenevano: i suoi pochi libri; le sue

spazzole e il suo pettine rotto; le vecchie scarpette di vernice che

portava in casa invece di pantofole; qualche pacco di sigarette.

Quando, aprendo il suo armadio, vide che era quasi vuoto, e che Aldo

aveva già portato via tutti i suoi abiti nuovi, ella ebbe un piccolo

sorriso triste. E ricordò ch'egli le era parso molto pallido quando quel

mattino le aveva detto addio.

Come aveva fatto a procurare quei cinquecento dollari per lei? Da chi?

Allora, subitamente, Nancy s'inginocchiò.

Accanto al baule aperto di Aldo e alle sue povere vecchie cose, Nancy

pregò per lui come egli nella sua lettera l'aveva pregata di fare.

Quando si alzò, chiuse il baule, e vi chiuse dentro anche il ricordo di

Aldo, che non doveva più essere vivo in lei.

Anne-Marie parve quasi non accorgersi dell'assenza di suo padre. Ne

parlò talvolta, nel modo indifferente e gaio che hanno i bambini. Poi

non ne parlò più affatto.

Minna girò per la casa con gli occhi rossi e il naso gonfio, e dopo

qualche giorno i conti della spesa giornaliera segnarono un inverosimile

rialzo.

Nancy pagò tutti i suoi debiti; comprò delle vesti per sè e per

Anne-Marie, e diede congedo a Mrs Johnson.

Visitò delle pensioni nei quartieri distinti di New York, e fissò due

stanze eleganti in un «boarding-house» di Lexington Avenue.

Nella sera che precedette la sua partenza dall'appartamento della 82.ma

Strada, vennero Peg e George ad aiutarla a riporre le sue cose e a

chiudere i bauli; ma presto furono richiamati a tornare nel loro

alloggio, dalla venuta di un amico. Peg spiegò a Nancy, abbracciandola,

che era un musicante polacco, certo Markowsky, che veniva qualche volta

a far musica con George.

Anne-Marie dormiva. Nancy restò sola nel salotto spoglio, da cui era già

stato tolto e messo via tutto ciò che le apparteneva. Il defunto signor

Johnson la guardava mestamente, e anche l'aborrita lampada a

piedestallo--accesa finalmente col consenso della commossa Mrs

Johnson--versava una luce blanda sul fascio di rose, portato quella sera

dal cupo e innamorato George.

Due rudi colpi battuti alla porta la fecero sobbalzare. Era il postino

con una lettera per lei. Da Aldo? No. Veniva dall'Inghilterra, ed era

per «Miss Brown». Nancy richiamò il solenne postino e gli diede mezzo

dollaro.

--Grazie. Sissignora. Va bene. Tutte le lettere, anche per Miss Brown, a

Lexington Avenue? Sissignora. Sarà servita. Buona sera.

Nancy aprì la lettera. I suoi occhi posarono con piacere sulla grande e

caratteristica calligrafia. Anche lo stemma del Grand Hôtel in cima al

foglio pareva narrarle delle cose note e aggradevoli. In quel piccolo

cerchio dorato ella vedeva, come traverso un magico cannocchiale, le

cose lontane che essa ricordava e amava. «Hôtel Metropole»! Le pareva di

vedere la rotonda dell'«Hall», brillantemente illuminata, e le eleganti

signore dalle lucide chiome infiorate, passare con fruscìo lento a

fianco degli uomini cortesi e corretti.... E la premura degli zelanti

camerieri; e gli inchini del portiere ossequioso; e il pronto accorrere

dei paggetti in livrea scarlatta.... E fuori--al di là delle giranti

porte di cristallo--Londra, gaia, folle, illuminata, riversandosi in

fiumana di carrozze ai suoi divertimenti....

Nancy sedette e rispose alla lettera dell'Ignoto:

«Il grande salone dorato è chiuso, e tiepido, e fragrante. Le lampade e

il fuoco versano un lume pacato sulle pesanti tende di broccato, e sui

floridi arabeschi del tappeto.

«Delle grandi rose pallide ergono la corolla dai loro vasi di

Copenhagen, e la loro tinta è così fine, ch'esse sembrano essere la

continuazione dei fiori di morbida luce pinti sulla porcellana.

«Sento le loro anime profumate che respirano vicino a me.

«Io sto fumando una sigaretta russa, odorante d'eliotropio bianco--e vi

scrivo!

«O sconosciuto amico! come bene si accompagna alla fragranza delle rose,

al lieve fumo della sigaretta, il pensiero di voi, anch'esso così vago,

così dolce, così incerto....»

Uno strillo acuto nella stanza vicina fece balzare in piedi Nancy; e

colla penna ancora in mano corse nella camera di Anne-Marie. La

piccina--un virgulto bianco--era in piedi sul letto, pallida, cogli

occhi spiritati e una mano tesa in gesto drammatico verso il muro. I

capelli scompigliati le circondavano di fiamme bionde il viso.

--Ascolta!--disse.--Sta ferma! e ascolta!

Nancy stette ferma e ascoltò.

Chiara e limpida traverso il muro veniva la voce di un violino.

Sommesso e dolce lo accompagnava il pianoforte. Nancy riconobbe la

musica. Era la «Romance» di Svendsen.

Anne-Marie, sempre ritta e immobile col braccio teso, come una piccola

profetessa allucinata, sussurrò:

--Senti? E' questo il pezzo che era bello, e che lui non ricordava!

--E' un violino, cara,--disse Nancy.

E sedette sul lettino della bimba.

Ma Anne-Marie ascoltava, immobile. Nancy trasse a sè la coperta del

letto e ne avviluppò i piedini nudi della sua bambina. Poi mise un

braccio intorno alla smilza figuretta bianca.

L'ultima nota, lunga, acuta, dolorosa, vibrò e si spense. Soltanto

allora Anne-Marie si mosse. Coprì il viso colle mani e scoppiò in

pianto.

--Ma cos'hai, ma cos'hai, angelo mio?--chiese Nancy, angosciata,

stringendosela al cuore.--Perchè piangi? dimmi perchè piangi?

I divoratori: romanzo · 第 59 / 90 题