Mancavano quattro mesi a finire l'anno della liberalità di Carlo, e Aldo
allora sentì che bisognava pur scuotersi e sgobbare. Egli aveva
cominciato col decidere che si stabilirebbero a Milano. E si erano
stabiliti a Milano.
Poi, niente. Non era successo niente. E Aldo non aveva fatto niente.
Ora, conosceva troppo bene suo fratello Carlo per credere che, finito
l'anno, egli continuerebbe le sue sovvenzioni. Carlo aveva detto: «non
ti darò più un soldo». E Carlo era un uomo che aveva un ridicolo
rispetto della propria parola. Dunque Carlo era una fonte esaurita.
Valeria, suocera affettuosa ma inetta, aveva mostrato ad Aldo i suoi
conti e i suoi libretti, facendogli toccare con mano che Nancy non
avrebbe potuto aver nulla, oltre le sue meschine quaranta mila lire di
dote. Restava lady Sainsborough, quella vecchia originale d'inglese, che
a Napoli si era presa di tanta simpatia per Aldo. Ma anche lei non aveva
risposto alle ultime due lettere che Aldo le aveva scritte.
Probabilmente aveva anche modificato il suo testamento. Dunque nulla da
fare.
Bisognava dunque scuotersi, agitare. Bisognava «sgobbare».
Aldo si scosse... e sgobbò. Scrisse una terza lettera a lady
Sainsborough.
Poi si decise a chiedere a Carlo che gli desse un impiego nella
direzione delle sue filature di seta. Carlo blandamente rifiutò. Allora
andò dagli editori del primo libro di versi di Nancy, e propose a loro
che gli facessero un adeguato anticipo sul libro non ancora scritto di
sua moglie. Anch'essi blandamente rifiutarono.
Allora, colla coscienza di aver fatto tutto il suo possibile, Aldo
decise che era inutile agitarsi e sgobbare di più, e lasciò che gli
eventi seguissero il loro corso.
Nancy non gli era di nessun aiuto, di nessuna utilità. Egoisticamente
ingolfata nel suo Libro, stava tutto il giorno in camera sua, seduta al
suo tavolo, coi capelli tirati dietro alle orecchie, con gli occhi
strani e lucenti. Se egli entrava nella stanza, ella, senza smettere di
scrivere, alzava la mano sinistra imponendo il silenzio--gesto che egli
trovava insopportabile. Se egli non obbediva a quel gesto e
s'inoltrava, ella levava su di lui quegli occhi chiari, smarriti,
interroganti--allora lui si sentiva nervoso, costretto ad affrettarsi, e
dimenticava quello che aveva avuto l'intenzione di dirle.
Così tirò avanti, pasticciando colle quaranta mila lire, passando i suoi
giorni a leggere i giornali, a suonare il pianoforte, e andando ogni
sera al Savini o all'Eden finchè veniva l'ora di andare alla Patriottica
a giocare al poker o al baccarat.
Alla Patriottica s'imbatteva spesso con Nino, che sedeva sempre
imbronciato e solitario. Alla vista di Aldo, la bocca di Nino si
contraeva in una smorfia amara, a tal segno che ad Aldo veniva il
nervoso al solo vederlo; ed era convinto che quella faccia da pesce
morto gli portasse sfortuna al giuoco. Aldo si sentiva doppiamente
irritato alla sua vista per il fatto che Carlo--che per lui, suo proprio
fratello, si era rifiutato a fare qualsiasi cosa--aveva recentemente
preso per socio questo Nino, il quale, tanto per farsi valere (o anche
per puro dispetto) si era messo a lavorare volgarmente come un negro, le
sue dieci o dodici ore al giorno. Carlo, assai soddisfatto, si faceva
vedere in galleria, col sigaro in bocca, a braccetto di Nino, come se
fossero fratelli; mentre quell'assurdo zio Giacomo, come una vecchia
gallina, trotterellava accanto a loro, raggiante e ridicolo.
E lui, Aldo--che, insomma, era o non era il fratello di Carlo?--doveva
andare a zonzo stupidamente da solo, fumando delle sigarette a buon
mercato; oppure correre a fianco dello zio Giacomo, come un estraneo,
come un «outsider», ascoltando per la millesima volta l'antifona
nauseante del ritorno e della riabilitazione del Figliuol prodigo, Nino.
Aldo andò da Clarissa a lamentarsi; ma questa non gli dimostrò nè
simpatia, nè compassione. Lo ascoltò, distratta, stropicciandosi le
unghie d'una mano sul palmo dell'altra, e guardando dalla finestra. Egli
si era aspettata una ben altra accoglienza. Sperava che ella gli avrebbe
in soave atto di carezza posato una mano sul capo reclinato,
dicendogli: «Povero bello!» come talvolta aveva fatto negli anni
scorsi... Ma quando egli reclinò il capo, ella seguitò distrattamente a
stropicciarsi le unghie d'una mano sul palmo dell'altra, e a guardar
fuori dalla finestra.
Egli sentì che dalla benevolenza di Clarissa poteva dipendere tutto il
suo avvenire; e, quasi per un senso di dovere verso Nancy, egli afferrò
una di quelle mani bianche e la baciò col suo bacio più morbido e
conturbevole.
--Oh, Aldo! non fare la lumaca,--disse Clarissa ritirando la mano. Poi
lo squadrò da capo a piedi e disse:--Bah! Ringrazio il cielo che m'ha
fatto sposar Carlo!
A questa dichiarazione Aldo non credette affatto. Tuttavia questa frase,
aggiunta a tutti gli altri smacchi, lo urtò. Quando partì, comprese che
Clarissa lo considerava come l'esclusiva proprietà di Nancy, quanto il
paio di antichi candelabri d'argento che ella le aveva dato per regalo
di nozze; e comprese che ella non riprenderebbe mai nè lui nè i
candelabri. Quelle fiamme per lei non si accenderebbero più.
Nancy aveva scritto un terzo del Libro. Era una grande opera: un Libro
di cui il mondo parlerebbe.
Come il portento di Giovanna d'Orléans, una visione ultra terrena le
aveva incendiato il cuore. Sentiva il Genio, come una grande aquila
imprigionata, agitare le immense ali nel suo cervello, e l'Ispirazione,
abbagliante e indefinita, le stendeva le braccia. Epiteti fini e
fiammanti, rime e ritmi, come bimbi coronati di rose, irruppero cantando
nella sua fantasia; e la giovane Idea, sciolti i luminosi capelli, sorse
nuda e nuova innanzi a lei...
Ecco: il bianco-e-nero Fiore della Frase apre i tuonanti petali: e sulla
carta bianca sfolgora e vive il Poema.