_Come il papa confortò gli ambasciadori bolognesi, e richiese d’aiuto i
Fiorentini all’impresa di Bologna._
Il papa avea a grande onore e con paternale accoglienza ricevuti
gli ambasciadori bolognesi, e inteso quello che esposto aveano, con
amorevoli e persuasive parole riconfortò, con affermare che sarebbono
dal tiranno di Milano difesi. È vero che mandato avea un piccolo
sussidio di camera al legato, il quale fu prima logoro e stribuito che
al legato giugnesse. A principi d’Alamagna, al re d’Ungheria, ai comuni
di Toscana mandato avea per aiuto la Chiesa di Roma, e per lo generale
de’ romitani, il quale il papa avea per ambasciadore mandato a Firenze,
forte strinse esso comune che in servigio di santa Chiesa facesse
l’impresa della difesa di Bologna, mostrando con colorate ragioni che
atare santa Chiesa, quando seco ha la ragione e la giustizia, contro
al tiranno usurpatore, occupatore della libertà di santa Chiesa e
degli altri popoli che a libertà vogliono vivere, non era fare contro
la pace, e che più utile e fidata vicino era al comune di Firenze la
Chiesa di Dio che messer Bernabò, e più altre ragioni rettoricamente
dicendo, per le quali dimostrava che ’l comune potea e dovea servire
santa Chiesa, e massimamente per conservare in libertà i loro fratelli
Bolognesi, ma poco gli valse a questa volta sonare la campanella, che
’l comune di Firenze, usato di mantenere sua fede e lealtà, a questa
volta chiuse gli orecchi. Così avesse fatto per l’addietro, e per
l’innanzi facesse, perocchè quando per lo passato ha fatte l’alte e
grandi imprese, per i governatori della Chiesa di Roma addosso gli sono
rimase a strigare; e quando il comune ha avuto bisogno, la Chiesa l’ha
al tutto abbandonato, in grave pericolo di suo stato; ora il comune
a questa volta stette fermo e costante a non imprendere cose nè per
diretto nè per indiretto, che la pace potessono maculare. I principi
d’Alamagna e il re d’Ungheria non furono alla richiesta correnti,
vogliendo con capo di ragione gravemente procedere sicchè la riuscita
vergognosa non fosse, considerata la potenza del signore di Milano.
Dipoi del mese di giugno passarono per Firenze gli ambasciadori del re
d’Ungheria, i quali andavano al santo padre, e da loro s’ebbe che ’l
re avea desti suoi baroni e gente, per averla in punto se bisognasse.
Il legato per sodisfare alla guardia di Bologna ha premuto e preme
di sussidio di pecunia la Marca, il Ducato e la Romagna, sicchè nè
hanno potuto nè possono dormire; e in que’ giorni il legato mandò in
Bologna messer Galeotto de’ Malatesti capitano della gente dell’arme,
aspettando il gran siniscalco il quale in que’ dì tornare dovea dal
signore di Milano con trattato d’accordo; e così i Bolognesi mal
guidati e peggio trattati stavano in forse ora d’accordo ora di guerra:
la gente del legato guardavano la terra, e i nimici di fuori aveano il
campo in balía.