CAP. XCVII.

_Come il conticino da Ghiaggiuolo fu da’ figliuoli propri preso e

vituperevolmente tenuto._

Seguita cosa per sua natura non degna di memoria, ma piuttosto di

perpetuo silenzio: l’esempio crudele, disonesto e abominevole ci

forza a porlo intra gli altri nostri ricordi. Ramberto della casa de’

Malatesti da Rimini detto volgarmente il conticino da Ghìaggiuolo, uomo

assai famoso, essendo nell’età di sessantacinque anni e oltre, avea

della figliuola di Francesco della Faggiuola sua donna due figliuoli,

l’uno per nome Francesco, l’altro Niccolò, giovani costumati e di

gentile aspetto, e che in vista mostravano di più alto animo che non

mostrarono per opera. Costoro essendo col padre in arme al servigio

di santa Chiesa, eziandio contro i consorti loro allora nimici di

santa Chiesa, e contro il capitano di Forlì, presono Santarcangiolo e

altre terre, e le ridussono all’ubbidienza di santa Chiesa, e presono

la guerra contro al capitano di Forlì. In un assalto amendue questi

giovani furono presi; e avendo il conte di Lando con sua gente servito

il capitano, e dovendo da lui avere danari assai, intra gli altri

pagamenti questi due giovani gli furono assegnati in parte di pagamento

per fiorini seimila, ed egli li si prese, seguendo il proverbio, dal

male pagatore o aceto o cercone. Il padre sentendo ch’erano nelle

mani del conte di Lando, e fuori delle mani dell’antico e crudele

nemico capitano di Forlì, con molta sollecitudine e arte cercò di

riscuoterli, e infine pagati fiorini mille cinquecento gli riebbe.

È vero che essendo la madre de’ detti Francesco e Niccolò attempata

e datasi allo spirito, il detto conticino pubblicamente si tenea

in casa un’amica, e di lei avea cinque figliuoli d’assai vezzoso e

gentilesco aspetto, il maggiore d’età di dodici anni. Il conte, ch’era

nell’età che detto avemo, grande affezione mostrava a questi bastardi,

il perchè la loro madre prendea di baldanza più non si convenia; e

pertanto era in uggia e crepore a’ detti Francesco e Niccolò, non di

manco il conte i madornali e loro madre onorava quanto si convenia

teneramente, lasciando a loro madre in dominio la rocca di Ghiaggiuolo

e ’l castello, stimando in suo concetto lasciare di sua masserizia

alcuna cosa a’ bastardi, e il retaggio a’ madornali. Lo giorno di

Pasqua rosata, a dì 23 di maggio, avendo il conte e’ figliuoli desinato

insieme di buona voglia, e stando gran pezza a sollazzare insieme,

e ito il conte a dormire, e poi ritornato a festeggiare con loro, e

stando a vedere loro giuochi, un fedele del conte, fante assai pregiato

e fidatissimo a lui, lo prese di dietro; il conte pensando cianciasse,

com’era usato, niuno riparo prese, e un altro intanto sopraggiunse che

gli levò il coltello dal lato, e alandolo all’altro tenere lo gittarono

in terra; i figliuoli con le funi nelle mani, ne’ piedi con tutta

l’altra persona strettamente il legarono, come si suole di ladroni, e

così legato lo feciono portare, e nella sua propria camera in un fondo

che v’era l’incarcerarono, e sotto buona e fidata guardia il teneano,

e tanto per più giorni lo tennono legato facendolo imboccare e fare gli

altri servigi, che feciono fare una stanga di ferro, e buove, le quali

pesanti fuori d’ordine gli misono in gamba, mettendoli i piedi la notte

ne’ ceppi. La sua femmina detta Rosina nel fiumicello di Chiusercole

con un sasso al collo feciono annegare; i bastardi cacciarono tutti,

i quali con vergogna de’ madornali in piccolo tempo presono cattivo

viaggio. Lo padre facendo sovente di parole schernire, e rimprocciarli

la Rosina e’ suoi bastardi; costui pazientemente tutto portando, e

umilmente spesso domandando misericordia, con volere far ciò che i

figliuoli sapessono divisare, i lor cuori più indurando a giornate,

lungo tempo lo tennono in sì orribile vita. Io ho letto e riletto,

mai tanta crudeltà non trovai ne’ cuori de’ salvatichi barbari, e

non so a quali fiere selvaggie gli potessi assomigliare. I figliuoli

sogliono essere teneri del padre, e di sua gloria e onore; fede ne fa

Valerio Massimo per l’esempio di Manlio, il quale essendo dal padre

villanamente trattato, sentendo che il padre volea essere accusato,

andò alla casa dell’accusatore, il quale graziosamente lo ricevette

pensando che volesse favorare l’accusa contro il padre, il giovane

riduttolo in luogo segreto gli strinse il coltello sopra il capo, e

si fece promettere e giurare si leverebbe dall’accusare: costoro bene

trattati dal padre, senza cagione, che eziandio qualunque leve pena

meritase, lo crucifissono; e pertanto in perpetua infamia di sì fatti

figliuoli scritto l’avemo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 212 / 233 题