CAP. LXXXV.

_Come il re d’Inghilterra assediò Parigi._

Poichè ’l re d’Inghilterra vide che la fortuna per la maggiore parte

avea favoreggiati tutti i suoi consigli e ordigni, e che tutte le

cose, secondo il suo proponimento necessario a fornire anzi prendere

l’assedio di Parigi gli erano procedute prosperamente, eccetto che

presure di ville o di fortezze notabili, le quali vedea avere riguardo

a Parigi, e che quando la città ch’era capo del reame fosse a sua

podestà l’altre agevolmente gli verrebbono alle mani; e pensò come

ultimo fine d’ogni sua intenzione certo che la ventura gli concedesse

Parigi; e per tanto come trasse il piè di Borgogna, continovate sue

giornate con tutta sua oste se ne venne a Parigi, e giunto e riposato

alcuno dì, il sabato santo a dì 4 d’aprile 1360, la sua oste in tre

parti divise, l’una a Corboglio, l’altra accomandò al duca di Guales,

e lo fè porre in costa dall’altro lato della città, la terza diede al

conte di Lancastro, il quale si fermò dall’altra banda, sicchè quasi

in terzo a sesta fermarono l’assedio, e che questo fosse il deretano

pensiero manifestarono. Il re di Navarra e il fratello, il quale avea

formata pace col Delfino, come addietro dicemmo, a questo punto si

scopersono amici e servidori del re d’Inghilterra, che la pace che

fatta avea era stata infinta e a mal fine. Questa voltura del re di

Navarra e del fratello assai diedono che pensare a’ Franceschi. Il

Delfino avendo alcuno sentore della venuta del re d’Inghilterra e di

suo intendimento, con molti baroni del reame e con grande cavalleria

s’era ridotto in Parigi, e la città avea d’ogni cosa necessaria alla

vita per grande tempo abbondevolmente fornita, e con provvedenza e

sollicitudine attendeano alla guardia della città e di dì e di notte,

e di fuori lasciava fare a’ nemici il loro volere, non lasciando

uscire nè forestieri nè cittadini a fare d’arme, e tutto ciò per buono

e savio consiglio: nè tanto poteano gl’Inghilesi con sollecitudine e

scorrimenti strignere la città, che gente con vittuaglia non v’entrasse

e uscisse, tutto che con pericolo assai. Il paese fuori di Parigi,

eccetto città e terre di guardia, ubbidiano gl’Inghilesi e loro davano

vittuaglia e danari, come addietro dicemmo, sicchè l’oste ne stava

doviziosa e ad agio, e senza fatica d’avere a predare per vivere, e

senza riotta aveano la vita e i soldi loro, e i beni de’ Franceschi.

Or qui mi piace d’un poco gridare: O superbi e altieri cristiani,

dirizzate gli occhi del cuore, volgete un poco questi pensieri a

considerare gli straboccamenti della potenza mondana, e vedrete la

viltà e la miseria essere al fine delle pompe e miserie de’ mortali;

ponetevi avanti gli occhi la nobile e famosa città di Parigi assediata

dagli Scirei d’Inghilterra; ponetevi il glorioso sangue della reale

casa di Francia in quanto abbassamento era in questi giorni venuto;

ponetevi la magnanimità e il coraggio, la gentilezza e’ costumi

della cavalleria de’ Franceschi, a tanto disprezzamento in questi

tempi ridotta, che abbi lasciato in preda il reame a poca gente, e

loro dispettosa e di poca nomea, tenendo chiusa nelle terre murate,

e non ardite con le teste levate, e prendendo fidanza della violente

fortuna: più è maraviglioso a pensare che gl’Inghilesi abbiano fatto

in Francia a loro senno, che se Capalle vincesse Firenze. Il fine

dunque dell’arrogante superbia, come per esperienza sovente si vede,

è cadimento in luogo umile e pieno di miseria: e certo chi con animo

temperato vorrà giudicare, altro non potrà dire, se non che manifesto

giudicio di Dio abbi corrotto questo flagello il popolo sdegnoso, e

animo rilevato e altiero de’ Franceschi, che tutto l’altro mondo aveano

per niente. Or dunque posate mortali, e non siate troppo osi, e sievi

freno il magnifico reame di Francia, il quale è stato tra’ cristiani il

maggiore già molte centinaia d’anni, e quando vi ritrovate nel più alto

grado delle dignità temporali volgete gli occhi alla terra, e vedrete,

che quanto il luogo è più alto e più rilevato, tanto è la ruina e la

caduta maggiore, e forse poserete gli animi vostri alla sorte che v’ha

conceduta la divina provvidenza, senza più oltre cercare che vi sia di

mestiere.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 200 / 233 题