_Come il re d’Inghilterra assediò Parigi._
Poichè ’l re d’Inghilterra vide che la fortuna per la maggiore parte
avea favoreggiati tutti i suoi consigli e ordigni, e che tutte le
cose, secondo il suo proponimento necessario a fornire anzi prendere
l’assedio di Parigi gli erano procedute prosperamente, eccetto che
presure di ville o di fortezze notabili, le quali vedea avere riguardo
a Parigi, e che quando la città ch’era capo del reame fosse a sua
podestà l’altre agevolmente gli verrebbono alle mani; e pensò come
ultimo fine d’ogni sua intenzione certo che la ventura gli concedesse
Parigi; e per tanto come trasse il piè di Borgogna, continovate sue
giornate con tutta sua oste se ne venne a Parigi, e giunto e riposato
alcuno dì, il sabato santo a dì 4 d’aprile 1360, la sua oste in tre
parti divise, l’una a Corboglio, l’altra accomandò al duca di Guales,
e lo fè porre in costa dall’altro lato della città, la terza diede al
conte di Lancastro, il quale si fermò dall’altra banda, sicchè quasi
in terzo a sesta fermarono l’assedio, e che questo fosse il deretano
pensiero manifestarono. Il re di Navarra e il fratello, il quale avea
formata pace col Delfino, come addietro dicemmo, a questo punto si
scopersono amici e servidori del re d’Inghilterra, che la pace che
fatta avea era stata infinta e a mal fine. Questa voltura del re di
Navarra e del fratello assai diedono che pensare a’ Franceschi. Il
Delfino avendo alcuno sentore della venuta del re d’Inghilterra e di
suo intendimento, con molti baroni del reame e con grande cavalleria
s’era ridotto in Parigi, e la città avea d’ogni cosa necessaria alla
vita per grande tempo abbondevolmente fornita, e con provvedenza e
sollicitudine attendeano alla guardia della città e di dì e di notte,
e di fuori lasciava fare a’ nemici il loro volere, non lasciando
uscire nè forestieri nè cittadini a fare d’arme, e tutto ciò per buono
e savio consiglio: nè tanto poteano gl’Inghilesi con sollecitudine e
scorrimenti strignere la città, che gente con vittuaglia non v’entrasse
e uscisse, tutto che con pericolo assai. Il paese fuori di Parigi,
eccetto città e terre di guardia, ubbidiano gl’Inghilesi e loro davano
vittuaglia e danari, come addietro dicemmo, sicchè l’oste ne stava
doviziosa e ad agio, e senza fatica d’avere a predare per vivere, e
senza riotta aveano la vita e i soldi loro, e i beni de’ Franceschi.
Or qui mi piace d’un poco gridare: O superbi e altieri cristiani,
dirizzate gli occhi del cuore, volgete un poco questi pensieri a
considerare gli straboccamenti della potenza mondana, e vedrete la
viltà e la miseria essere al fine delle pompe e miserie de’ mortali;
ponetevi avanti gli occhi la nobile e famosa città di Parigi assediata
dagli Scirei d’Inghilterra; ponetevi il glorioso sangue della reale
casa di Francia in quanto abbassamento era in questi giorni venuto;
ponetevi la magnanimità e il coraggio, la gentilezza e’ costumi
della cavalleria de’ Franceschi, a tanto disprezzamento in questi
tempi ridotta, che abbi lasciato in preda il reame a poca gente, e
loro dispettosa e di poca nomea, tenendo chiusa nelle terre murate,
e non ardite con le teste levate, e prendendo fidanza della violente
fortuna: più è maraviglioso a pensare che gl’Inghilesi abbiano fatto
in Francia a loro senno, che se Capalle vincesse Firenze. Il fine
dunque dell’arrogante superbia, come per esperienza sovente si vede,
è cadimento in luogo umile e pieno di miseria: e certo chi con animo
temperato vorrà giudicare, altro non potrà dire, se non che manifesto
giudicio di Dio abbi corrotto questo flagello il popolo sdegnoso, e
animo rilevato e altiero de’ Franceschi, che tutto l’altro mondo aveano
per niente. Or dunque posate mortali, e non siate troppo osi, e sievi
freno il magnifico reame di Francia, il quale è stato tra’ cristiani il
maggiore già molte centinaia d’anni, e quando vi ritrovate nel più alto
grado delle dignità temporali volgete gli occhi alla terra, e vedrete,
che quanto il luogo è più alto e più rilevato, tanto è la ruina e la
caduta maggiore, e forse poserete gli animi vostri alla sorte che v’ha
conceduta la divina provvidenza, senza più oltre cercare che vi sia di
mestiere.