CAP. LXXIX.

_Di un trattato menato in Forlì contro alla Chiesa._

Messer Bernabò per l’impresa ch’avea fatto il legato della città

di Bologna era molto stizzito o infocato, e come signore animoso e

vendicativo non posava, e senza riguardo di spesa del continovo suo

oste cresceva, e sollecitava i suoi capitani a fare buona guerra a’

Bolognesi, e dovunque potessono ne’ terreni della Chiesa. Occorse in

questi giorni, che la gente ch’era alla guardia di Forlì gran parte

n’erano ad accompagnare infino a Fermo messer Giovanni da Oleggio;

questo caso diede materia a un messer Stefano giudice, e a un nipote

di messer Francesco degli Ordelaffi per addietro capitano di Forlì,

nato d’una sua figliuola bastarda, di cercare trattato in Forlì; questi

due matti baldanzosi, piuttosto per presuntuoso animo che per savio

consiglio, tenuto trattato col capitano della gente di messer Bernabò,

vedendo la terra sfornita di gente di soldo, sotto ombra di cavalcata

gran parte della migliore gente da cavallo e da piè dell’oste del

tiranno feciono appressare a Forlì, in luogo che per sua vicinanza

non gittasse tanto sospetto che al popolo fosse necessità prendere

l’arme, e d’onde partendosi la notte potessono entrare nella terra;

e tanto aveano predetta la cosa, che avendo i detti di sopra con

alquanti loro amici rotte in due parti le mura della città, ed essendo

condotti millenovecento barbute e fanti assai al tempo che loro era

dato alle dette rotture, poco accorti i traditori abbagliati della

voglia disordinata, tra gli steccati e le mura che fatti aveano ne

condussono tra gli ortali dentro e a piè delle mura oltre a trecento

cavalieri e dugento pedoni, anzi che dentro se ne sentisse niente, e

non presono avviso che i detti ortali erano tutti affossati, e senza

vie spedite che mettessono nelle strade mastre, il perchè ne seguì,

che nel ravvilupparsi disordinatamente e poco chetamente in quel

luogo, furono sentiti e scoperti; onde il popolo si levò a romore, e

francamente corsono ove si sentivano i nemici, e gli assalirono col

vantaggio del sito dov’erano, e non potendosi stendere nè campeggiare,

e inviliti, tutto che facessono per loro onore mostra d’arme, in fine

furono cacciati di fuori, ed essendone assai magagnati e fediti: e

mentre ch’era attizzata la zuffa, poco anzi il fare del giorno la gente

ch’avea accompagnato messer Giovanni da Oleggio tornò, onde quelli di

fuori perduta la speranza si ritrassono indietro, e’ traditori furono

presi e condannati alle forche. Parendo al capitano di messer Bernabò

avere avuto dell’impresa vergogna, quasi come se la preda gli fosse

uscita di mano, la seguente mattina con duemila barbute tentò di fare

in aperto quello che non avea potuto fare in occulto, e venuto infino

alle mura della città, la trovò sì bene ordinata e guernita a difesa,

che intendimento che dato gli fosse dentro riputò a niente; onde diè

la volta, e trovando il paese male fornito di roba da vivere, lasciò a

Luco quattrocento cavalieri, e tornossi nell’oste a Bologna.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 194 / 233 题