_Patti da messer Giovanni da Oleggio alla Chiesa, e la tenuta di
Bologna._
Per lo sospetto cresciuto a messer Giovanni di messer Bernabò, come
poco avanti dicemmo, prese l’accordo, e concedette alla Chiesa Bologna
con queste convegne: che il legato pagasse interamente i provvisionati
e’ soldati di ciò che dovessono avere infino al dì ch’e’ rassegnasse
Bologna, e che in cambio di Bologna avesse a sua vita liberamente
la signoria della città di Fermo, e di suo contado e distretto, e
che fosse titolato per lo detto marchese della Marca, e in sustanza
succedette l’accordo: e per sicurtà di fermezza dell’una parte e
dell’altra, il signore di Bologna mise nella città di Fermo messer
Azzo degli Alidogi da Imola con gente d’arme come amico comune, e al
capitano della gente che il legato avea messo in Bologna, ricevente
per lo legato e per la Chiesa di Roma, in presenza del popolo diede la
bacchetta della signoria, onde il popolo ne fece gran festa, perchè ciò
desiderava e temeva di peggio, gridandosi per tutta la terra: Viva la
santa Chiesa. Nondimeno il signore com’era ordinato nei patti, nelle
sue mani fece giurare tutta gente d’arme da piè e da cavallo infino che
li fosse attenuta l’impromessa; e così stette la città sotto titolo
e forza di messer Giovanni, come della Chiesa di Roma, da mezzo il
mese di marzo al primo dì d’aprile 1360. E in questo mezzo il legato
intendea a fare pagare i soldati, e’ cittadini avendo presa baldanza, e
in fatti e in parole villaneggiavano messer Giovanni e la famiglia sua,
ricordandosi dell’ingiurie ch’aveano ricevute da loro; e per questo
avvenne, che un dì messer Giovanni mandò per prendere di sua gente
uno de’ Bentivogli, il quale essendo bene accompagnato si contese, e
non se ne lasciò menare, gridando, all’arme all’arme; onde la terra
si levò tutta a romore, infiammata contro al vecchio tiranno: il quale
per tema si ricolse in cittadella, e tutta la notte stette armato con
la sua gente e della Chiesa sotto buona guardia. Il dì seguente giunse
messer Gomise in Bologna nipote del cardinale, il quale era marchese
della Marca, e racchetò il romore del popolo, e prese la guardia delle
porti e della città, e accomandatola a’ cittadini, corse la terra
col popolo insieme con grande allegrezza, e aperse a’ prigioni. Il
perchè i cittadini si certificarono che la signoria non potea tornare
nelle mani del tiranno, nonostante che ancora fosse in sua podestà
la cittadella, e il giuramento de’ soldati in sua mano. E stando le
cose in tale maniera, messer Giovanni fu certificato dalla moglie
come liberamente avea in sua podestà il Girfalco e l’altre fortezze di
Fermo, e come presa era per lui la signoria della terra; onde avendo
ciò, secondo i patti li convenia partire di Bologna, ma forte temea
l’ira del popolo che non l’offendesse in sulla partita, e per tanto si
stava in cittadella, e come, savio e avveduto ordinò ora una boce ora
un’altra, tenendo suo consiglio segreto nel petto; e per meglio coprire
l’animo suo pubblicamente facea cercare con gli Ubaldini che li dessono
sicura la via, e a’ Fiorentini domandò il passo per loro terreno; i
Bolognesi stavano a orecchi levati, e non faceano motto, aspettando di
predarlo, e di fare strazio di lui gran voglia n’aveano. Il savio con
maestria tranquillando i Bolognesi colse tempo, il martedì santo, a dì
31 di marzo nella mezza notte, dormendo i cittadini, chetamente e senza
fare zitto con mille barbute, tra di suoi provvisionati e soldati di
quelli della Chiesa, senza averne il dì fatta mostra uscì di Bologna,
e andossene a Imola senza impedimento nessuno, e di là si partì, e
andonne a Cesena a visitare il legato.