CAP. LXXV.

_Patti da messer Giovanni da Oleggio alla Chiesa, e la tenuta di

Bologna._

Per lo sospetto cresciuto a messer Giovanni di messer Bernabò, come

poco avanti dicemmo, prese l’accordo, e concedette alla Chiesa Bologna

con queste convegne: che il legato pagasse interamente i provvisionati

e’ soldati di ciò che dovessono avere infino al dì ch’e’ rassegnasse

Bologna, e che in cambio di Bologna avesse a sua vita liberamente

la signoria della città di Fermo, e di suo contado e distretto, e

che fosse titolato per lo detto marchese della Marca, e in sustanza

succedette l’accordo: e per sicurtà di fermezza dell’una parte e

dell’altra, il signore di Bologna mise nella città di Fermo messer

Azzo degli Alidogi da Imola con gente d’arme come amico comune, e al

capitano della gente che il legato avea messo in Bologna, ricevente

per lo legato e per la Chiesa di Roma, in presenza del popolo diede la

bacchetta della signoria, onde il popolo ne fece gran festa, perchè ciò

desiderava e temeva di peggio, gridandosi per tutta la terra: Viva la

santa Chiesa. Nondimeno il signore com’era ordinato nei patti, nelle

sue mani fece giurare tutta gente d’arme da piè e da cavallo infino che

li fosse attenuta l’impromessa; e così stette la città sotto titolo

e forza di messer Giovanni, come della Chiesa di Roma, da mezzo il

mese di marzo al primo dì d’aprile 1360. E in questo mezzo il legato

intendea a fare pagare i soldati, e’ cittadini avendo presa baldanza, e

in fatti e in parole villaneggiavano messer Giovanni e la famiglia sua,

ricordandosi dell’ingiurie ch’aveano ricevute da loro; e per questo

avvenne, che un dì messer Giovanni mandò per prendere di sua gente

uno de’ Bentivogli, il quale essendo bene accompagnato si contese, e

non se ne lasciò menare, gridando, all’arme all’arme; onde la terra

si levò tutta a romore, infiammata contro al vecchio tiranno: il quale

per tema si ricolse in cittadella, e tutta la notte stette armato con

la sua gente e della Chiesa sotto buona guardia. Il dì seguente giunse

messer Gomise in Bologna nipote del cardinale, il quale era marchese

della Marca, e racchetò il romore del popolo, e prese la guardia delle

porti e della città, e accomandatola a’ cittadini, corse la terra

col popolo insieme con grande allegrezza, e aperse a’ prigioni. Il

perchè i cittadini si certificarono che la signoria non potea tornare

nelle mani del tiranno, nonostante che ancora fosse in sua podestà

la cittadella, e il giuramento de’ soldati in sua mano. E stando le

cose in tale maniera, messer Giovanni fu certificato dalla moglie

come liberamente avea in sua podestà il Girfalco e l’altre fortezze di

Fermo, e come presa era per lui la signoria della terra; onde avendo

ciò, secondo i patti li convenia partire di Bologna, ma forte temea

l’ira del popolo che non l’offendesse in sulla partita, e per tanto si

stava in cittadella, e come, savio e avveduto ordinò ora una boce ora

un’altra, tenendo suo consiglio segreto nel petto; e per meglio coprire

l’animo suo pubblicamente facea cercare con gli Ubaldini che li dessono

sicura la via, e a’ Fiorentini domandò il passo per loro terreno; i

Bolognesi stavano a orecchi levati, e non faceano motto, aspettando di

predarlo, e di fare strazio di lui gran voglia n’aveano. Il savio con

maestria tranquillando i Bolognesi colse tempo, il martedì santo, a dì

31 di marzo nella mezza notte, dormendo i cittadini, chetamente e senza

fare zitto con mille barbute, tra di suoi provvisionati e soldati di

quelli della Chiesa, senza averne il dì fatta mostra uscì di Bologna,

e andossene a Imola senza impedimento nessuno, e di là si partì, e

andonne a Cesena a visitare il legato.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 190 / 233 题