_Come fu presa Bibbiena pe’ Fiorentini._
Essendo stato l’assedio a Bibbiena per spazio di due mesi e dodici
dì, nel quale messer Leale e Marco, essendo senza triegue colle
battaglie continue e con trabocchi che mai non ristavano in aperto e
di fuori combattuti, e in occulto colle cave, e coll’animo grande e
colla sollecitudine sofferivano tutto senza riposo, e con consiglio
poneano a ogni cosa riparo; e indurati negli affanni e ne’ pericoli
non si dichinavano a nulla, ma con fronte dura e pertinacia più si
mostravano fieri che mai. I terrazzani per la disordinata fatica, e
perchè vedeano guastare i beni loro dentro e di fuori, desideravano
l’accordo, e vedendo che la cosa a lungo andare convenia che venisse a
quello che volea il comune di Firenze, e pareva a loro che quanto più
si stentava venire in maggiore indegnazione de’ Fiorentini, e maggiore
distruggimento e consumazione di loro e di loro cose; e pertanto alcuna
volta pregarono i Tarlati che prendessono partito a buon’ora, ed ebbono
da loro spiacevole e mala risposta. Onde seguì, che diciotto di loro
segretamente si giurarono insieme, de’ quali si fece capo uno maestro
Acciaio, uomo secondo suo grado intendente e coraggioso, i quali senza
indugio o perdimento di tempo s’intesono con alcuni de’ terrazzani di
Bibbiena, cui i Tarlati aveano per sospetto cacciati fuori e riduciensi
nell’oste de’ Fiorentini, con offerire loro, che dove potessono
avere sicurtà e fermezza che la terra non fosse rubata, che a loro
dava il cuore di farla venire assai prestamente alle mani del comune
di Firenze. E ciò avendo gli usciti sentito, se ne ristrinsono con
Farinata degli Ubertini, il quale con loro entrò in ragionamento con
due cittadini di quello uficio della guerra i quali erano nel campo, e
li domandarono che fede, che sicurtà, e che patti voleano; e fu loro
detto da’ cittadini. E ciò udito, lo conferirono a bocca a’ signori
e a’ collegi, e da loro ebbono piena balía di potere prendere piena
concordia, di promettere e sicurare come a loro paresse a beneficio e
contentamento de’ terrazzani, salvando l’onore del comune; e tornati
nel campo, feciono a quelli d’entro sentire che aveano mandato di
convenirsi con loro. I congiurati per alquanti giorni attesono il tempo
che a loro toccava la guardia in certa parte delle mura, e venuto,
con una fune collarono un fante, e mandaronlo al Farinata, il quale fu
co’ detti cittadini con cui conduceva il detto trattato, e di presente
furono al capitano, e li manifestarono il fatto com’era. Il capitano,
per coprire col senno suo segreto, diede a intendere che avea sentito
che la notte certa gente dovea entrare in Bibbiena, e che volea porre
aguato a quel luogo, per lo quale avea sentore che doveano entrare,
ed elesse sotto il detto nome quattrocento fanti de’ migliori e de’
più gagliardi ch’erano nell’oste, e ottanta uomini di cavallo a piè
armati di tutte loro armi, e seco volle il Farinata con tutti gli
usciti di Bibbiena, i quali con altri loro confidenti furono ottanta
fanti; e avendo il capitano fatto provvedere delle scale, e ricevuto da
quelli d’entro l’avviso dove le dovesse accostare, il dì della pasqua
dell’Epifania, a dì 6 di gennaio 1359, in sulla mezza notte quetamente
s’accostarono alle mura, e avendo avuto avviso di fuori da maestro
Acciaio e da’ suoi congiurati ch’erano in sulle mura alla guardia di
quel luogo, ve ne rizzarono cinque, e Farinata di prima co’ suoi, e
appresso il capitano montarono in sulle mura, e discesono nella terra
alla condotta de’ congiurati, non trovando chi gli impedisse. Mentre
si faceano queste cose, uno masnadiere nominato, assai confidente di
Marco, che andava cercando le mura, quando giunse in quella parte,
ricevuto il nome da’ terrazzani e datoli la via, come fu in mezzo di
loro fedito il traboccarono delle mura dentro; e ciò fatto, il romore
si levò nella terra, al quale si destò tutta l’oste, che non sapeano
che si fosse, e accostati alla terra quelli ch’erano entrati, levate
l’insegne del comune di Firenze s’avvisarono insieme, attendendo che
gli eletti per lo capitano di quelli che dicemmo di sopra fossono tutti
dentro. Marco, ch’era nella rocca con la sua brigata più fiorita, uscì
fuori francamente, e percosse a quelli ch’erano entrati, ma da loro
ricevuto senza paura con le spade villanamente fu ributtato; nel quale
assalto il Farinata, ch’era di quelli dinanzi, fu fedito d’una lancia
nell’arcale del petto sì gravemente, che gli fu necessità ritirarsi
indietro, della quale fedita assai ne stette in pericolo di morte.
Il capitano scendendo nell’entrata delle scale cadde, e sconciossi
il piede in forma che non potè stare in su’ piedi, sicchè amendue i
capitani in sull’entrata in quella notte furono impediti. I terrazzani
che da’ nostri cittadini aveano ricevuta la fede, che non riceverebbono
nè danno nè ingiuria, sfatavano nelle loro case senza offendere i
Fiorentini, e alquanti di loro intimi amici di Marco e suoi servidori
per tema si fuggirono nella rocca; e stando la terra in questi termini,
da quelli d’entro a quelli di fuori fu l’una delle porti tagliata,
sicchè la gente in fiotto entrò dentro, e furono signori della terra. I
due Fiorentini, che in nome del comune aveano promesso che nè violenza
nè ruberia non si farebbe, in quella notte s’adoperarono sollecitamente
in forma e in modo che niuna ingiuria, o ruberia o danno nella terra
si fece eziandio in parole. I terrazzani uomini e donne assicurati
offeriano pane e vino, e altre cose abbondantemente, così a quelli
ch’erano entrati come a quelli ch’entravano. Come a Dio piacque, e
fu mirabile cosa, la terra si vinse senza spargimento di sangue, e
senza ruberia o ingiuria o violenza niuna o piccola o grande, che a
raccontare è cosa incredibile e vera.