CAP. LVI.

_Come i signori di Milano sfidarono il signore di Bologna._

Come la sete dell’avaro per acquisto d’oro non si può saziare, così la

rabbia del tiranno non si può ammorzare per acquisto di signoria; per

divorare tiene la gola aperta, e quanto più ha cui possa distruggere

e consumare, più ne desidera. Questo per tanto dicemo, perchè in

questi dì, avendo i signori di Milano con la forza della moneta e

col tradimento del conte di Lando e d’Anichino vinto e vergognato il

marchese di Monferrato, e aggiunta per forza alla loro signoria la

nobile e antica città di Pavia, ringraziando con lettere il comune

di Firenze del bello e buono servigio della sua gente ricevuto, di

presente la rimandò; e cresciuto loro l’animo per lo felice riuscimento

della città di Pavia, entrarono in pensiero e in sollicitudine di

rivolere o per amore o per forza la città di Bologna, non ostante

che da messer Giovanni da Oleggio loro consorto che allora la tenea

avessono avuto aiuto alla loro guerra seicento barbute, le quali

ritennono ad arte e con ingegno al soldo loro, pensando d’avere

mercato nel subito loro movimento del signore di Bologna, trovandosi

ignudo e sfornito di gente d’arme a difesa; e con trovare rottura

di pace, scrissono al comune di Firenze che non si maravigliasse,

perchè sì subito assalissono con la forza loro il signore di Bologna,

da cui erano stati traditi, e che a loro avea rotta la pace senza

niuna giusta cagione; e nella lettera scritta di questa materia al

comune era intramessa la copia di quella che mandarono al signore di

Bologna, sfidandolo e appellandolo per traditore, la quale lettera fu

appresentata al signore di Bologna come l’oste de’ signori di Milano

giunse nel terreno di Bologna.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 171 / 233 题