_Come i signori di Milano sfidarono il signore di Bologna._
Come la sete dell’avaro per acquisto d’oro non si può saziare, così la
rabbia del tiranno non si può ammorzare per acquisto di signoria; per
divorare tiene la gola aperta, e quanto più ha cui possa distruggere
e consumare, più ne desidera. Questo per tanto dicemo, perchè in
questi dì, avendo i signori di Milano con la forza della moneta e
col tradimento del conte di Lando e d’Anichino vinto e vergognato il
marchese di Monferrato, e aggiunta per forza alla loro signoria la
nobile e antica città di Pavia, ringraziando con lettere il comune
di Firenze del bello e buono servigio della sua gente ricevuto, di
presente la rimandò; e cresciuto loro l’animo per lo felice riuscimento
della città di Pavia, entrarono in pensiero e in sollicitudine di
rivolere o per amore o per forza la città di Bologna, non ostante
che da messer Giovanni da Oleggio loro consorto che allora la tenea
avessono avuto aiuto alla loro guerra seicento barbute, le quali
ritennono ad arte e con ingegno al soldo loro, pensando d’avere
mercato nel subito loro movimento del signore di Bologna, trovandosi
ignudo e sfornito di gente d’arme a difesa; e con trovare rottura
di pace, scrissono al comune di Firenze che non si maravigliasse,
perchè sì subito assalissono con la forza loro il signore di Bologna,
da cui erano stati traditi, e che a loro avea rotta la pace senza
niuna giusta cagione; e nella lettera scritta di questa materia al
comune era intramessa la copia di quella che mandarono al signore di
Bologna, sfidandolo e appellandolo per traditore, la quale lettera fu
appresentata al signore di Bologna come l’oste de’ signori di Milano
giunse nel terreno di Bologna.