CAP. LV.

_Come Pavia s’arrendè a messer Galeazzo._

Gli affannati e tribolati cittadini di Pavia e disperati d’ogni

soccorso, e spezialmente di quello del marchese, cui vedeano da’

Tedeschi gabbato e tradito, e altro capo non aveano che frate Iacopo

del Bossolaro, col suo consiglio cercarono d’arrendersi a patti a

messer Galeazzo il quale liberamente gli accettò con tutti que’ patti

e convenienze che ’l detto frate Iacopo seppe divisare: e fermo tutto

e’ ricevettono dentro messer Galeazzo con la sua gente del mese di

novembre del detto anno; il quale entrato dentro con buona cera,

si contenne senza fare novità, mostrandosi benigno e piacevole a’

cittadini e a frate Iacopo, e fecelo di suo consiglio, mostrandoli

fede e amore, e avendolo quasi come santo e in grande reverenza; e con

questa pratica e infinta sagacità ordinò con lui assai di quello che

volle senza turbare i cittadini; e avendo recato in sua balía tutte le

fortezze della terra e di fuori si tornò a Milano, mostrando a frate

Iacopo affezione singulare, e lo menò seco, e come l’ebbe in Milano il

fece prendere, e mettere in perpetua carcere, e condannato il mandò a

Vercelli al luogo de’ frati dell’ordine suo, e ordinatoli quivi una

forte e bella prigione, con poco lume e assai disagio, ponendo fine

alle tempeste secolari che con la lingua sua ornata di ben parlare

avea commesse. E ciò fatto, tenea all’opera più di seimila persone, e

fece cominciare in Pavia una fortezza sotto nome di Cittadella, nella

quale si ricogliesse tutta sua gente d’arme senza niuno cittadino;

e ciò non fu senza lagrime e singhiozzi de’ cittadini, siccome di

prima cominciarono a vedere il principio dello spiacevole giogo della

tirannia, e sì per lo guasto delle case loro che si conteneano nel

luogo, ove s’edificava lo specchio della miseria loro, dove portavano

gran danno e disagio; e per nominare quello che suole addivenire a

chi cade in mala fortuna, frate Iacopo era infamato degli omicidi,

che non furono pochi, i quali erano proceduti delle prediche sue,

e de’ cacciamenti di molti cari e antichi cittadini di Pavia sotto

maestrevole colore di battere e affrenare i tiranni; ma quello che

più parea suo nome d’orrore nel cospetto di tutti erano le rovine de’

nobili edifici di que’ da Beccheria e d’altri notabili cittadini che

li seguivano, mostrando che l’abbattere il nido agli uomini rei era

meritorio, quasi come se peccassono le case, che è stolta cosa, tutto

che per mala osservanza tutto giorno s’insegna queste cose, parea che

l’accusassono di crudeltà; e quello costringono d’avarizia, perocchè

sotto titolo di cattolica ubbidienza aveano fatto statuti, che chi non

fosse la mattina alla messa e la sera al vespero pagasse certa quantità

di danari; e avendo sopra ciò fatte le spie, cui trovassono in fallo il

minacciavano d’accusare, e sotto questa tema li facevano ricomperare.

E certo chi volesse stare nel servigio di Dio e nelle battaglie di

vita riligiosa, e mescolandosi nelle cose del secolo e ne’ viluppi

è spesso ingannato da colui che si trasfigura in vasello di luce per

ingannare quelli col principio della santa operazione, favoreggiando

col grido del popolo il santo l’indusse a vanagloria e in crudeltà, e,

come dovemo stimare, Iddio con le pene della croce lo ridusse alla vita

d’onde s’era per lusinghe del mondo partito.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 170 / 233 题