CAP. LIV.

_La poca fede del conte di Lando._

Non è da lasciare in silenzio, oltre all’altre infamie, quello che

della corrotta fede che in que’ giorni mosse il conte di Lando al

marchese di Monferrato, il quale con molto spendio e fatica gli avea

tratti di Toscana lui e sua compagnia, ove si potea dire veramente

perduta, e fatti conducere a salvamento per la Riviera di Genova, e

poi pel Piemonte nel piano di Lombardia, con patti giurati di tenerli

fede infino a guerra finita contro a’ signori di Milano, con certo

soldo limitato da potersi passare con avanzo, il traditore, rotta

ogni leanza e promessa al marchese predetto, del mese d’ottobre con

millecinquecento barbute prese segretamente il soldo di messer Bernabò,

e uscì dell’oste del marchese, e se n’andò in quello de’ nemici con

l’insegne levate, rimanendo Anichino e gli altri caporali col resto

della compagnia al marchese; i quali molto biasimarono il fallo

enorme del conte, pubblicamente appellandolo traditore; ma poco tempo

appresso, tirati dal suono della moneta de’ signori di Milano, feciono

il simigliante, e tutti abbandonarono il marchese, verificando il

verso del poeta: Nulla fides, pietas que viris qui castra sequntur; che

recato in volgare viene a dire: Niuna fede nè niuna pietà è in quelli

uomini che seguitano gli eserciti d’arme, cioè a dire in gualdana a

predare, e a fare male. I signori di Milano dopo la venuta del conte

fortissimamente strinsono la città di Pavia, togliendo a que’ d’entro

ogni speranza di soccorso, perocchè vedendo il marchese i modi tenuti

per lo conte di Lando, ed origliando i cercamenti che i Tedeschi

che gli erano rimasi faceano, non osava e non si confidava mettere a

bersaglio per soccorrere la terra.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 169 / 233 题