_La poca fede del conte di Lando._
Non è da lasciare in silenzio, oltre all’altre infamie, quello che
della corrotta fede che in que’ giorni mosse il conte di Lando al
marchese di Monferrato, il quale con molto spendio e fatica gli avea
tratti di Toscana lui e sua compagnia, ove si potea dire veramente
perduta, e fatti conducere a salvamento per la Riviera di Genova, e
poi pel Piemonte nel piano di Lombardia, con patti giurati di tenerli
fede infino a guerra finita contro a’ signori di Milano, con certo
soldo limitato da potersi passare con avanzo, il traditore, rotta
ogni leanza e promessa al marchese predetto, del mese d’ottobre con
millecinquecento barbute prese segretamente il soldo di messer Bernabò,
e uscì dell’oste del marchese, e se n’andò in quello de’ nemici con
l’insegne levate, rimanendo Anichino e gli altri caporali col resto
della compagnia al marchese; i quali molto biasimarono il fallo
enorme del conte, pubblicamente appellandolo traditore; ma poco tempo
appresso, tirati dal suono della moneta de’ signori di Milano, feciono
il simigliante, e tutti abbandonarono il marchese, verificando il
verso del poeta: Nulla fides, pietas que viris qui castra sequntur; che
recato in volgare viene a dire: Niuna fede nè niuna pietà è in quelli
uomini che seguitano gli eserciti d’arme, cioè a dire in gualdana a
predare, e a fare male. I signori di Milano dopo la venuta del conte
fortissimamente strinsono la città di Pavia, togliendo a que’ d’entro
ogni speranza di soccorso, perocchè vedendo il marchese i modi tenuti
per lo conte di Lando, ed origliando i cercamenti che i Tedeschi
che gli erano rimasi faceano, non osava e non si confidava mettere a
bersaglio per soccorrere la terra.