_De’ fatti di Sicilia e del seguire l’ammonire in Firenze._
Per sperienza di natura vedemo, che l’uomo appetisce di vari cibi, e
che di tale varietà lo stomaco piglia conforto, e fa digestione; e così
quando l’orecchie con fatica pure d’un medesimo modo udire desidera
intramesse d’altro parlare. Noi seguendo quello che natura per suo
ricriamento acchiede in quello luogo, accozzeremo molte novelle occorse
in molti luoghi e in uno tempo diversi, nè del tutto degni di nota, nè
da essere posti a oblio, e farenne una nuova vivanda in queste parti.
Per lo poco polso, e per la poca forza e vigore ch’aveano le parti che
governavano l’isola di Cicilia, loro guerre erano inferme e tediose;
il duca e’ Catalani col seguito loro aveano assai poca potenza, e
la parte del re Luigi molto minore; e le lievi guerre e continove
straccavano e consumavano l’isola, e nè l’una parte nè l’altra poteano
sue imprese fornire, e pure si guastavano insieme con fame e confusione
de’ paesani, che a giornate correano in miseria. Il duca avea alquanto
più seguito, e que’ di Chiaramonte speranza nell’aiuto del re Luigi,
che promettea loro assai, e poco facea; onde i gentili uomini non
tanto per amore del re, quanto per sostenere sè medesimi, e loro fama
e grandigia, intendeano alla guardia di Palermo, e d’alcuno castello
che il duca tenea debolmente assediato col braccio de’ Catalani, tra
che gli assediatori erano fieboli e di poca possanza, e gli assediati
poveri d’aiuto, niuna notevole cosa era stata a oste di quelle terre; e
lieve era agli assediati a schernire i nemici, e fargli da oste levare,
perchè oggi si poneano, e ’l dì seguente se ne levavano, e parea la
cosa quasi nel fine suo, per impotenza dell’una parte e dell’altra.
Ma quello che segue, tutto paia da’ principii suoi da poco curare e di
piccola stificanza, più nel segreto del petto che non mostra in fronte,
se Dio per sua pietà non provvede, chi sottilmente mira, può generare
divisione e scandalo nella nostra città. In questi giorni, colle febbri
lente continove dell’isola di Cicilia, le nostre, civili mali, ne’ loro
principii non curate, si perseguia l’ammonire chi prendesse o volesse
prendere uficio, e non fosse vero guelfo, o alla casa della parte
confidente. E certo in sè la legge era buona, come addietro dicemmo,
ma era male praticata, e recata a fare vendetta, e altre poco oneste
mercatanzie, perchè forte la cosa spiacea agli antichi e veri guelfi,
e agli amatori di quella parte, e della pace e tranquillità del nostro
comune. E scorto era per tutto, che ’l mal uso della riformagione
tenea sospesi, e in tremore e in paura più i guelfi ch’e’ ghibellini,
e sospettando di non ricevere senza colpa vergogna. A queste due
travaglie aggiugneremo una novità d’altre maniere. I Romani, che già
furono del mondo signori, e che diedono le leggi e’ costumi a tutti,
erano stati gran tempo senza ordine o forza di stato popolare, onde
loro contado e distretto si potea dire una spelonca di ladroni, e gente
disposta a mal fare. Il perchè volendosi regolare, e recarsi a migliore
disposizione, avendo rispetto al reggimento de’ Fiorentini, feciono
de’ loro cittadini popolari alquanti rettori con certa podestà e balía
assomiglianti a’ nostri priori, tutto che molto minore, e feciono capo
di rioni sotto il titolo di banderesi: ivi rispondeano a ogni loro
volontà duemilacinquecento cittadini giovani eletti e bene armati,
i quali al bisogno uscivano fuori della città bene armati a fare
l’esecuzione della giustizia contro a’ malfattori. Avvenne in questi
giorni, che conturbando con ruberie il paese uno Gaetano fratello
del conte di Fondi, fu preso, e senza niuna redenzione fu impiccato,
con molti suoi compagni che furono presi con lui di nome e di lieva.
Il perchè da queste e da altre esecuzioni fatte contro a’ paesani e’
cittadini che ricettavano i malfattori, oggi il paese di Roma è assai
libero e sicuro a ogni maniera di gente.