CAP. L.

_Seguita la sequela della compagnia._

Seguendo i principii fatti per lo comune in mandare gente a messer

Bernabò contro alla compagnia, il signore di Bologna, ch’allora era

in pace con lui, li mandò cinquecento cavalieri, e quello di Padova, e

quello di Mantova, e quello di Ferrara ancora li mandarono della gente

loro; essendo il marchese di Monferrato fatto forte con la compagnia,

uscì fuori a campo con molta baldanza, ma di subito i signori di Milano

con loro oste li furono appetto, sicchè li convenia stare a riguardo, e

per tenerlo a freno i detti signori posono l’oste a Pavia, e strinsonla

forte. Il marchese avendo alla fronte il bello e grande esercito de’

detti signori, non si potea volgere indietro a dare soccorso a Pavia

per non avere i nemici alla coda, e stando le due osti affrontati, non

ebbono tra loro cosa notevole, se non d’uno abboccamento di cinquecento

cavalieri di que’ della compagnia, che per avventura s’abboccarono con

altrettanti di quelli del comune di Firenze, intra’ quali per onta

e per gara e per grande spazio fu dura e aspra battaglia, e infine

i cavalieri de’ Fiorentini sconfissono quelli della compagnia. Nella

quale rotta furono presi tre caporali de’ maggiorenti della compagnia

con più di dugento cavalieri, e assai ve ne furono morti e magagnati;

e ciò avvenne d’ottobre del detto anno. Nell’assedio della città di

Pavia occorse un altro caso più spiacevole per lo fine suo; che essendo

preso da quelli da Pavia uno Milanese d’assai orrevole luogo, fuori

d’ordine di buona guerra fu impiccato; e venuta la novella a messer

Bernabò, e infocato d’ira, comandò a messer Picchino nobile cavaliere,

e di grande stato e autorità in Milano, che quattordici prigioni di

Pavia ch’erano nell’oste li facesse impiccare, infra’ quali ve n’era

uno di buona fama, e di gentile luogo, e d’assai pregio, non degno di

quella morte, per lo quale molti Milanesi ch’erano nell’oste pregarono

messer Picchino che cercasse suo scampo. Il quale mosso da pietà e

dalle giuste preghiere di tali cittadini mandò a messer Bernabò di

tali cittadini, e della sua umilità ferventemente pregò il signore

che per loro grazia e amore dovesse perdonare la vita a quello nobile

uomo; il signore per queste preghiere invelenito e aspramente turbato

comandò a messer Picchino che colle sue mani il dovesse impiccare;

il gentile uomo stepidito, e impaurito di tale comandamento, e

non meno di lui tutti i suoi amici e parenti, e molti buoni e cari

cittadini, cercarono stantemente con sommessione e preghiera, che ’l

nobile e gentile cavaliere, cui il signore avea fatto tanto d’onore,

di sì vile e vituperoso servigio non fosse contaminato; il signore

indurato alle preghiere, perseverando nella pertinacie sua, aggiunse

al vecchio comandamento, che se nol facesse, primieramente farebbe

impiccare lui. Il gentile cavaliere vedendo l’animo feroce del tiranno,

che se non facesse quello che gli era comandato che li convenia

vituperosamente morire, stretto da necessità, confuso e attristito,

si spogliò i vestimenti e di tutti i segni di cavalleria, e rimaso

in camicia, vestito di sacco con vile cappelluccio, e a maraviglia di

dispetto, andò a mettere a esecuzione il comandamento del tiranno, con

proponimento di non usare più onore di cavalleria, poichè era sforzato

d’essere manigoldo; che assai diede per l’atto a intendere quanto fosse

da prezzare il beneficio della libertà, da’ Lombardi non conosciuta.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 165 / 233 题