_Seguita la sequela della compagnia._
Seguendo i principii fatti per lo comune in mandare gente a messer
Bernabò contro alla compagnia, il signore di Bologna, ch’allora era
in pace con lui, li mandò cinquecento cavalieri, e quello di Padova, e
quello di Mantova, e quello di Ferrara ancora li mandarono della gente
loro; essendo il marchese di Monferrato fatto forte con la compagnia,
uscì fuori a campo con molta baldanza, ma di subito i signori di Milano
con loro oste li furono appetto, sicchè li convenia stare a riguardo, e
per tenerlo a freno i detti signori posono l’oste a Pavia, e strinsonla
forte. Il marchese avendo alla fronte il bello e grande esercito de’
detti signori, non si potea volgere indietro a dare soccorso a Pavia
per non avere i nemici alla coda, e stando le due osti affrontati, non
ebbono tra loro cosa notevole, se non d’uno abboccamento di cinquecento
cavalieri di que’ della compagnia, che per avventura s’abboccarono con
altrettanti di quelli del comune di Firenze, intra’ quali per onta
e per gara e per grande spazio fu dura e aspra battaglia, e infine
i cavalieri de’ Fiorentini sconfissono quelli della compagnia. Nella
quale rotta furono presi tre caporali de’ maggiorenti della compagnia
con più di dugento cavalieri, e assai ve ne furono morti e magagnati;
e ciò avvenne d’ottobre del detto anno. Nell’assedio della città di
Pavia occorse un altro caso più spiacevole per lo fine suo; che essendo
preso da quelli da Pavia uno Milanese d’assai orrevole luogo, fuori
d’ordine di buona guerra fu impiccato; e venuta la novella a messer
Bernabò, e infocato d’ira, comandò a messer Picchino nobile cavaliere,
e di grande stato e autorità in Milano, che quattordici prigioni di
Pavia ch’erano nell’oste li facesse impiccare, infra’ quali ve n’era
uno di buona fama, e di gentile luogo, e d’assai pregio, non degno di
quella morte, per lo quale molti Milanesi ch’erano nell’oste pregarono
messer Picchino che cercasse suo scampo. Il quale mosso da pietà e
dalle giuste preghiere di tali cittadini mandò a messer Bernabò di
tali cittadini, e della sua umilità ferventemente pregò il signore
che per loro grazia e amore dovesse perdonare la vita a quello nobile
uomo; il signore per queste preghiere invelenito e aspramente turbato
comandò a messer Picchino che colle sue mani il dovesse impiccare;
il gentile uomo stepidito, e impaurito di tale comandamento, e
non meno di lui tutti i suoi amici e parenti, e molti buoni e cari
cittadini, cercarono stantemente con sommessione e preghiera, che ’l
nobile e gentile cavaliere, cui il signore avea fatto tanto d’onore,
di sì vile e vituperoso servigio non fosse contaminato; il signore
indurato alle preghiere, perseverando nella pertinacie sua, aggiunse
al vecchio comandamento, che se nol facesse, primieramente farebbe
impiccare lui. Il gentile cavaliere vedendo l’animo feroce del tiranno,
che se non facesse quello che gli era comandato che li convenia
vituperosamente morire, stretto da necessità, confuso e attristito,
si spogliò i vestimenti e di tutti i segni di cavalleria, e rimaso
in camicia, vestito di sacco con vile cappelluccio, e a maraviglia di
dispetto, andò a mettere a esecuzione il comandamento del tiranno, con
proponimento di non usare più onore di cavalleria, poichè era sforzato
d’essere manigoldo; che assai diede per l’atto a intendere quanto fosse
da prezzare il beneficio della libertà, da’ Lombardi non conosciuta.