CAP. XLIII.

_Della morte e sepoltura di messer Biordo degli Ubertini._

Messer Biordo degli Ubertini fu cavaliere gentilesco e di bella

maniera, costumato e d’onesta vita, savio e pro’ della persona, e

ornato d’ogni virtù, e per tanto in singolare grazia dell’imperadore,

e molto amato dal legato di Spagna e da molti altri signori. Costui e’

suoi consorti in questi tempi forte s’inimicavano co’ Tarlati d’Arezzo,

e molto erano da loro soperchiati; onde egli avendo provato che ’l

caldo e il favore de’ detti signori era troppo di lontano di passaggio

e di poco profitto, sopra tutto desiderava d’essere confidente e

servidore del comune di Firenze, la cui amicizia vedea ch’era stabile e

diritta, e che gratificava il servigio; perchè, come addietro dicemmo,

per essere egli e’ suoi in bando e ribelli del comune di Firenze,

offerse il servigio di sè e de’ suoi contro la compagnia, e accettato

venne nell’oste, dove per mostrare quello ch’egli era s’affaticò sopra

modo, che da tutti fu ricevuto da grande sentimento in opera d’arme,

tornato col capitano a Firenze, subito cadde in malattia. Il comune

avendo prima avuto a grado sua liberalità, e appresso l’opere sue, di

presente lo ribandirono co’ consorti suoi, e per mostrare verso lui

tenerezza, con molti medici alle spese del comune lo feciono medicare;

ma come a Dio piacque, potendo più l’infermità che le medicine, la

mattina a dì 16 d’agosto divotamente rendè l’anima a Dio. Il corpo

si serbò sino nel dì seguente, per attendere il vescovo d’Arezzo suo

consorto e gli altri di casa sua; ed essendo venuti, per lo comune

furono fatte l’esequie della sua sepoltura riccamente, e alla chiesa

de’ frati minori ove si ripose, che tutte le cappelle, e ’l coro, e

sopra una gran capanna fu fornita di cera e con molti doppieri, e sopra

la bara un drappo a oro con drappelloni pendenti coll’arme del popolo e

del comune, e di parte guelfa e degli Ubertini, e con vaio di sopra con

sei cavalli a bandiere di sue armi, e uno pennone di quello del popolo

e uno di parte guelfa, con molti fanti e donzelli vestiti a nero. Fu

cosa notabile e bella in segno di gratitudine del nostro comune, il

quale volentieri onora chi onora lui, dimettendo le vecchie ingiurie

per lo nuovo bene, e non avendo a parte rispetto, ma alle operazioni

fedeli e devote. Alle dette esequie fu il detto vescovo, e ’l Farinata

e tutti gli altri consorti vestiti a nero, e’ signori priori, e’

collegi, e’ capitani della parte, e gli altri rettori e uficiali del

comune, e tutti i cherici e buoni cittadini, e ’l chericato tutto e’

religiosi di Firenze. Morì in casa i Portinari; e la bara si pose in

sul crocicchio di Porta san Piero dalla loggia de’ Pazzi, dove posta

la mattina, tanto vi stette, che ’l vescovo venne: e intorno alla

bara erano fanti vestiti di nero, e cavalli e bandiere, l’uno appresso

l’altro, parte per la via, che viene al palagio della podestà, e parte

per quella che va a santa Reparata; fu cosa ricca e piatosa, e tutto

il popolo piccoli e grandi trassono a vedere. Abbianne fatta più lunga

scrittura che non si richiede, perchè ne parea fallire, se onorandolo

tanto il nostro comune noi non l’avessimo con la penna onorato, e

perchè pensiamo, che sia esempio a molti a tramettersi a ben fare,

veggendo essere il bene operare premiato a coloro che ’l meritano.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 158 / 233 题