_Della morte e sepoltura di messer Biordo degli Ubertini._
Messer Biordo degli Ubertini fu cavaliere gentilesco e di bella
maniera, costumato e d’onesta vita, savio e pro’ della persona, e
ornato d’ogni virtù, e per tanto in singolare grazia dell’imperadore,
e molto amato dal legato di Spagna e da molti altri signori. Costui e’
suoi consorti in questi tempi forte s’inimicavano co’ Tarlati d’Arezzo,
e molto erano da loro soperchiati; onde egli avendo provato che ’l
caldo e il favore de’ detti signori era troppo di lontano di passaggio
e di poco profitto, sopra tutto desiderava d’essere confidente e
servidore del comune di Firenze, la cui amicizia vedea ch’era stabile e
diritta, e che gratificava il servigio; perchè, come addietro dicemmo,
per essere egli e’ suoi in bando e ribelli del comune di Firenze,
offerse il servigio di sè e de’ suoi contro la compagnia, e accettato
venne nell’oste, dove per mostrare quello ch’egli era s’affaticò sopra
modo, che da tutti fu ricevuto da grande sentimento in opera d’arme,
tornato col capitano a Firenze, subito cadde in malattia. Il comune
avendo prima avuto a grado sua liberalità, e appresso l’opere sue, di
presente lo ribandirono co’ consorti suoi, e per mostrare verso lui
tenerezza, con molti medici alle spese del comune lo feciono medicare;
ma come a Dio piacque, potendo più l’infermità che le medicine, la
mattina a dì 16 d’agosto divotamente rendè l’anima a Dio. Il corpo
si serbò sino nel dì seguente, per attendere il vescovo d’Arezzo suo
consorto e gli altri di casa sua; ed essendo venuti, per lo comune
furono fatte l’esequie della sua sepoltura riccamente, e alla chiesa
de’ frati minori ove si ripose, che tutte le cappelle, e ’l coro, e
sopra una gran capanna fu fornita di cera e con molti doppieri, e sopra
la bara un drappo a oro con drappelloni pendenti coll’arme del popolo e
del comune, e di parte guelfa e degli Ubertini, e con vaio di sopra con
sei cavalli a bandiere di sue armi, e uno pennone di quello del popolo
e uno di parte guelfa, con molti fanti e donzelli vestiti a nero. Fu
cosa notabile e bella in segno di gratitudine del nostro comune, il
quale volentieri onora chi onora lui, dimettendo le vecchie ingiurie
per lo nuovo bene, e non avendo a parte rispetto, ma alle operazioni
fedeli e devote. Alle dette esequie fu il detto vescovo, e ’l Farinata
e tutti gli altri consorti vestiti a nero, e’ signori priori, e’
collegi, e’ capitani della parte, e gli altri rettori e uficiali del
comune, e tutti i cherici e buoni cittadini, e ’l chericato tutto e’
religiosi di Firenze. Morì in casa i Portinari; e la bara si pose in
sul crocicchio di Porta san Piero dalla loggia de’ Pazzi, dove posta
la mattina, tanto vi stette, che ’l vescovo venne: e intorno alla
bara erano fanti vestiti di nero, e cavalli e bandiere, l’uno appresso
l’altro, parte per la via, che viene al palagio della podestà, e parte
per quella che va a santa Reparata; fu cosa ricca e piatosa, e tutto
il popolo piccoli e grandi trassono a vedere. Abbianne fatta più lunga
scrittura che non si richiede, perchè ne parea fallire, se onorandolo
tanto il nostro comune noi non l’avessimo con la penna onorato, e
perchè pensiamo, che sia esempio a molti a tramettersi a ben fare,
veggendo essere il bene operare premiato a coloro che ’l meritano.