_Come l’oste de’ Fiorentini tornò a Firenze e la compagnia ne andò
nella Riviera._
Fuggita la compagnia del campo delle Mosche dov’erano stati appetto
dell’oste de’ Fiorentini per speranza venti giorni, com’è addietro
narrato, ed essendo al ponte a San Quirico in sul fiume del Serchio,
molti se ne partirono, e chi prese suo viaggio, e chi in uno e chi in
altro paese; e la maggiore fortezza di loro, ch’era col conte di Lando,
e con Anichino di Bongardo, quasi tutta di lingua tedesca, prese il
soldo dal marchese di Monferrato: e ricevuto per loro condotta in parte
di paga ventottomila fiorini d’oro, tutto loro arnese grosso con gran
parte di loro gente misono in arme. E conducendoli sempre i Pisani, e
avuto licenza dal doge e da’ Genovesi, e dato loro stadichi di non far
danno per la Riviera, donde loro convenia passare, e di torre derrata
per danaio, se n’andarono in sulla Magra; e s’affilarono uomo innanzi
a uomo, e misonsi in cammino per li stretti e malagevoli passi, che
alla via loro non era altra rimasa. Nè per ricordo si trova, che dal
tempo d’Annibale in qua gente d’arme numero grande per que’ luoghi
passasse, perchè sono vie malagevoli alle capre. E bene verifica la
sentenza di Valerio Massimo, il quale dice, che la nicistà dell’umana
fiebolezza è sodo legame, la quale in questa forma è rivolta in verbo
francesco. Necessità fa vecchia trottare. In questo cammino senza niuna
offesa, solo che di male vivere, misono tempo assai. La compagnia,
come detto avemo, preso suo viaggio, l’oste del comune di Firenze
stette ferma in sul campo infino al giovedì a dì primo d’agosto 1359;
a quel dì con grande festa levarono il campo molto ordinatamente, e
passarono da Serravalle, e alloggiaronsi la sera alla Bertesca tra i
confini di Firenze e di Pistoia, stendendosi fino a Prato; il venerdì
mattina a dì 2 d’agosto di quindi si tornarono a Firenze. I Fiorentini
per onorare il capitano li mandarono incontro alla porta due grandi
destrieri coverti di scarlatto, e un ricco palio d’oro levato in asti
con grandi drappelloni pendenti alla reale, sotto il quale vollono
ch’egli entrasse nella terra a guida di cavalieri, e gentili uomini e
popolari, ma il valente capitano prese e accettò cortesemente con savie
parole i cavalli, ch’erano doni cavallereschi, e ricusò di venire sotto
il palio; e fulli a maggiore onore riputato. E per rendere al comune
l’insegne, con la gente ordinata come l’avea a campo tenuta, nella
prima frontiera mise i balestrieri e gente a piè, e appresso la camera
del comune, poi gli Ungheri, appresso i cavalieri, e in fine mise il
palio innanzi per onore del comune alla sua persona, e senza niuna
pompa in mezzo del conte di Nola e del figliuolo di messer Bernabò,
e’ venne per la città al palagio de’ signori priori, e ivi con grande
allegrezza rassegnò il bastone e l’insegne a’ signori priori, le quali
accomandate gli aveano, e da indi a pochi giorni fatto a grande numero
di cittadini un nobile e solenne convito se ne tornò in Romagna.