CAP. XLII.

_Come l’oste de’ Fiorentini tornò a Firenze e la compagnia ne andò

nella Riviera._

Fuggita la compagnia del campo delle Mosche dov’erano stati appetto

dell’oste de’ Fiorentini per speranza venti giorni, com’è addietro

narrato, ed essendo al ponte a San Quirico in sul fiume del Serchio,

molti se ne partirono, e chi prese suo viaggio, e chi in uno e chi in

altro paese; e la maggiore fortezza di loro, ch’era col conte di Lando,

e con Anichino di Bongardo, quasi tutta di lingua tedesca, prese il

soldo dal marchese di Monferrato: e ricevuto per loro condotta in parte

di paga ventottomila fiorini d’oro, tutto loro arnese grosso con gran

parte di loro gente misono in arme. E conducendoli sempre i Pisani, e

avuto licenza dal doge e da’ Genovesi, e dato loro stadichi di non far

danno per la Riviera, donde loro convenia passare, e di torre derrata

per danaio, se n’andarono in sulla Magra; e s’affilarono uomo innanzi

a uomo, e misonsi in cammino per li stretti e malagevoli passi, che

alla via loro non era altra rimasa. Nè per ricordo si trova, che dal

tempo d’Annibale in qua gente d’arme numero grande per que’ luoghi

passasse, perchè sono vie malagevoli alle capre. E bene verifica la

sentenza di Valerio Massimo, il quale dice, che la nicistà dell’umana

fiebolezza è sodo legame, la quale in questa forma è rivolta in verbo

francesco. Necessità fa vecchia trottare. In questo cammino senza niuna

offesa, solo che di male vivere, misono tempo assai. La compagnia,

come detto avemo, preso suo viaggio, l’oste del comune di Firenze

stette ferma in sul campo infino al giovedì a dì primo d’agosto 1359;

a quel dì con grande festa levarono il campo molto ordinatamente, e

passarono da Serravalle, e alloggiaronsi la sera alla Bertesca tra i

confini di Firenze e di Pistoia, stendendosi fino a Prato; il venerdì

mattina a dì 2 d’agosto di quindi si tornarono a Firenze. I Fiorentini

per onorare il capitano li mandarono incontro alla porta due grandi

destrieri coverti di scarlatto, e un ricco palio d’oro levato in asti

con grandi drappelloni pendenti alla reale, sotto il quale vollono

ch’egli entrasse nella terra a guida di cavalieri, e gentili uomini e

popolari, ma il valente capitano prese e accettò cortesemente con savie

parole i cavalli, ch’erano doni cavallereschi, e ricusò di venire sotto

il palio; e fulli a maggiore onore riputato. E per rendere al comune

l’insegne, con la gente ordinata come l’avea a campo tenuta, nella

prima frontiera mise i balestrieri e gente a piè, e appresso la camera

del comune, poi gli Ungheri, appresso i cavalieri, e in fine mise il

palio innanzi per onore del comune alla sua persona, e senza niuna

pompa in mezzo del conte di Nola e del figliuolo di messer Bernabò,

e’ venne per la città al palagio de’ signori priori, e ivi con grande

allegrezza rassegnò il bastone e l’insegne a’ signori priori, le quali

accomandate gli aveano, e da indi a pochi giorni fatto a grande numero

di cittadini un nobile e solenne convito se ne tornò in Romagna.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 157 / 233 题