_Come la compagnia vituperosamente si partì del Campo delle Mosche, e
fuggissi._
Vedendo i conducitori della compagnia che l’oste de’ Fiorentini era
loro appressata con molta allegrezza sotto il savio governo del buono
capitano, e di molti altri valenti uomini d’arme famosi, e sofficienti
ad essere ciascuno per sè capitano, e di tali v’erano ch’erano stati,
e che la gente del comune di Firenze era fresca e bene armata, e la
loro stanca, e la maggiore parte fiebole e male in arnese; e veggendo
che al continovo a’ nemici forza cresceva, e temendo di non essere
soppresi nel luogo dov’erano, e che i passi non fossono loro impediti;
e sentendo, ch’e’ Fiorentini di ciò procacciavano, e presa esecuzione
aveano mandati balestrieri e pedoni nelle montagne verso Lucca; e
conoscendo che a loro convenia vivere di ratto spargendosi, e cercando
da lunga la preda, o che essendo tenuti stretti a loro convenia o
arrendersi o morire di fame; ed essendo stati a gravare i Pisani venti
dì più che non era in patto con loro, soprastando quivi senza venire a
battaglia temeano di soffratta di vittuaglia, aspettando il soperchio
di non rincrescere ad altrui, e diffidandosi di vincere i Fiorentini
per istracca, e tutto ch’avessono domandata battaglia la schifavano, e
per tema di non esservi recati per forza s’erano afforzati con fossi
e steccati, la vilia di santo Iacopo a dì 23 di luglio, di notte,
innanzi l’apparita del giorno, misono nel loro campo fuoco, e in
fretta sconciamente si partirono, quasi come in fuga, non aspettando
l’uno l’altro, valicando il colle delle Donne in su quello di Lucca,
ch’era loro presso; sicchè prima furono in su quello di Lucca infra sei
miglia, che l’oste de’ Fiorentini li potessono impedire. E ciò avvenne,
perchè il nostro comune avea imposto al capitano che si guardasse
di non rompere la pace a’ Pisani cavalcando in su quello di Pisa o
di Lucca, che la teneano allora, e per la detta cagione il capitano
non si mise a seguirli. E certo e’ si portò valentemente in tenere a
ordine e bene in punto così grande oste, e farsi temere e ubbidire alla
gente che gli era commessa, e alla forestiera che serviva per amore,
procedendo con savia condotta, e buona e sollecita guardia, per modo
che in pochi giorni ricise il pensiero dell’offesa de’ nemici, e a loro
tolse ogni speranza che ’l conte di Lando avea e gli altri caporali di
fare quel male che aveano promesso di fare al nostro comune. Questa
utile impresa e degna di fama fece assai manifesto, e fece conoscere
pienamente a tutti i comuni di Toscana e d’Italia, e a’ signori, che
gente di compagnia, quantunque fosse in numero grande, e terribile
per sua operazione scellerata e crudele, si potea vincere e annullare,
perocchè la sperienza occorse, che tale gente somigliante furono per
natura vile e codarda cacciare dietro a chi fugge, e dinanzi si dilegua
a chi mostra i denti. Noi vedemo, che il ladro sorpreso nel fallo
invilisce, e lasciasi prendere a qualunque persona; e così addivenne
di questa mala brigata, che solo per rubare si riducea in compagnia. E
per non dimenticare il resto, quello di che giudichiamo degno di nota
intorno a questa materia, pensiamo che fosse operazione di Dio, che
in quel dì ch’elli erano stati sconfitti a piè delle Scalee nell’alpe,
in quel medesimo dì rivolto l’anno e finito, essendo nel piano largo e
aperto, si fuggirono del campo alle Mosche. Basti d’avere tanto detto,
e faremo punto qui alle nostre fortune, per seguire delle straniere
quante n’avvenne ne’ tramezzamenti di questi tempi, secondo che siamo
usati di fare.