CAP. XXXI.

_Come la compagnia vituperosamente si partì del Campo delle Mosche, e

fuggissi._

Vedendo i conducitori della compagnia che l’oste de’ Fiorentini era

loro appressata con molta allegrezza sotto il savio governo del buono

capitano, e di molti altri valenti uomini d’arme famosi, e sofficienti

ad essere ciascuno per sè capitano, e di tali v’erano ch’erano stati,

e che la gente del comune di Firenze era fresca e bene armata, e la

loro stanca, e la maggiore parte fiebole e male in arnese; e veggendo

che al continovo a’ nemici forza cresceva, e temendo di non essere

soppresi nel luogo dov’erano, e che i passi non fossono loro impediti;

e sentendo, ch’e’ Fiorentini di ciò procacciavano, e presa esecuzione

aveano mandati balestrieri e pedoni nelle montagne verso Lucca; e

conoscendo che a loro convenia vivere di ratto spargendosi, e cercando

da lunga la preda, o che essendo tenuti stretti a loro convenia o

arrendersi o morire di fame; ed essendo stati a gravare i Pisani venti

dì più che non era in patto con loro, soprastando quivi senza venire a

battaglia temeano di soffratta di vittuaglia, aspettando il soperchio

di non rincrescere ad altrui, e diffidandosi di vincere i Fiorentini

per istracca, e tutto ch’avessono domandata battaglia la schifavano, e

per tema di non esservi recati per forza s’erano afforzati con fossi

e steccati, la vilia di santo Iacopo a dì 23 di luglio, di notte,

innanzi l’apparita del giorno, misono nel loro campo fuoco, e in

fretta sconciamente si partirono, quasi come in fuga, non aspettando

l’uno l’altro, valicando il colle delle Donne in su quello di Lucca,

ch’era loro presso; sicchè prima furono in su quello di Lucca infra sei

miglia, che l’oste de’ Fiorentini li potessono impedire. E ciò avvenne,

perchè il nostro comune avea imposto al capitano che si guardasse

di non rompere la pace a’ Pisani cavalcando in su quello di Pisa o

di Lucca, che la teneano allora, e per la detta cagione il capitano

non si mise a seguirli. E certo e’ si portò valentemente in tenere a

ordine e bene in punto così grande oste, e farsi temere e ubbidire alla

gente che gli era commessa, e alla forestiera che serviva per amore,

procedendo con savia condotta, e buona e sollecita guardia, per modo

che in pochi giorni ricise il pensiero dell’offesa de’ nemici, e a loro

tolse ogni speranza che ’l conte di Lando avea e gli altri caporali di

fare quel male che aveano promesso di fare al nostro comune. Questa

utile impresa e degna di fama fece assai manifesto, e fece conoscere

pienamente a tutti i comuni di Toscana e d’Italia, e a’ signori, che

gente di compagnia, quantunque fosse in numero grande, e terribile

per sua operazione scellerata e crudele, si potea vincere e annullare,

perocchè la sperienza occorse, che tale gente somigliante furono per

natura vile e codarda cacciare dietro a chi fugge, e dinanzi si dilegua

a chi mostra i denti. Noi vedemo, che il ladro sorpreso nel fallo

invilisce, e lasciasi prendere a qualunque persona; e così addivenne

di questa mala brigata, che solo per rubare si riducea in compagnia. E

per non dimenticare il resto, quello di che giudichiamo degno di nota

intorno a questa materia, pensiamo che fosse operazione di Dio, che

in quel dì ch’elli erano stati sconfitti a piè delle Scalee nell’alpe,

in quel medesimo dì rivolto l’anno e finito, essendo nel piano largo e

aperto, si fuggirono del campo alle Mosche. Basti d’avere tanto detto,

e faremo punto qui alle nostre fortune, per seguire delle straniere

quante n’avvenne ne’ tramezzamenti di questi tempi, secondo che siamo

usati di fare.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 146 / 233 题