CAP. XXX.

_Come la compagnia mandò il guanto della battaglia al nostro capitano,

e la risposta fatta._

Currado conte di Lando capitano e guida della compagnia, con gli altri

caporali e conducitori, avendo da’ Pisani ferma promessa e dalla gente

loro, ch’erano in numero di ottocento barbute e di duemila pedoni, la

quale teneano in punto a Montechiaro sotto colore e nome di guardia,

mischiandosi continovo con quella della compagnia, della quale cosa

i Fiorentini n’erano crucciosi e male contenti, tutto che in vista

accettassono le scuse de’ Pisani, e que’ della compagnia ne prendessono

caldo e baldanza credendo spaventare col detto appoggio, a dì 12 del

mese di luglio in persona loro trombetti mandarono con grande gazzarra

trombando nel campo de’ Fiorentini con una frasca spinosa, sopra

la quale era un guanto sanguinoso e in più parti tagliato con una

lettera che chiedea battaglia, dicendo, che se accettassono l’invito

togliessono il guanto sanguinoso di su la frasca pugnente; il capitano

con molta festa e letizia di tutta l’oste prese il guanto ridendo; e

ricordandosi che in Lombardia nel luogo detto la frasca era stata a

sconfiggere il conte di Lando, con volto temperato e savio consiglio

rispose in questa forma: Il campo è piano, libero e aperto in tra loro

e noi, e pronti siamo e apparecchiati a nostro podere a difendere ed

esaltare il campo in nome e onore del comune di Firenze e la giustizia

sua, e per niuna altra cagione qui siamo venuti, se non per mostrare

con la spada in mano che i nemici del comune di Firenze hanno il torto,

e muovonsi male senza niuna cagione di giustizia o ragione di guerra;

e per tanto speriamo in Dio, e prendiamo fidanza e certezza d’avere

vittoria di loro: e a chi manda il guanto direte, che tosto vedrà

se l’intenzione sua risponderà alla fiera e aspra domanda: e fatta

questa risposta, e onorati i trombetti di bere e di doni, il capitano

fece sonare li stromenti per vedere il cambio de’ suoi; e tutto che

dubbioso sia l’avvenimento della battaglia, e che vittoria stia nelle

mani di Dio, e diela a cui e’ vuole, grande sicurtà e fidanza prendeva

nostra gente, che in que’ giorni era fortificata di trecento soldati

di cavallo nuovamente fatti per lo nostro comune, e della venuta di

messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di messer Bernabò che in que’

pochi dì venne con cinquecento cavalieri e con mille masnadieri, il

quale giunto, a grande onore ricevuto da’ Fiorentini, e donatoli uno

nobile destriere, di presente cavalcò nell’oste e con molti cittadini,

i quali stimando che si facesse battaglia si misono in arme e andarono

all’oste. E infra l’altre cose che occorsono in questa faccenda fu,

che messer Biordo e ’l Farinata della casa degli Ubertini essendo in

bando per ribelli del comune di Firenze, s’offersono in suo aiuto e

onore, ed essendo graziosamente accettati, vennono con trenta a cavallo

nobilmente montati e bene in arnese, e veduti volentieri e lodati da

tutti cavalcarono al campo, d’onde per tornare in grazia del nostro

comune tanto si faticò messer Biordo, ch’era grande maestro di guerra,

che ne prese infermità, e tornato a Firenze ne morì, e per lo nostro

comune fu di sepoltura maravigliosamente onorato come a suo tempo

diremo. E stando dopo la detta richiesta a petto l’un oste all’altro

senza fare in arme atto nessuno, una notte di furto si partirono della

compagnia trecento cavalieri con alquanti masnadieri, e cavalcarono

verso Castelfranco, e ritraendosi senza, preda, si riscontrarono con

tre cittadini di Firenze e altri Empolesi i quali alla mercatantesca

tornavano da Fisa, i quali presono, e feciono ricomperare, e da indi

innanzi più non s’attentarono di cavalcare in sul nostro contado e

distretto. Stando le due osti vicine, parendo al conte di Lando, e

agli altri caporali e a tutta la compagnia avere poco onore della

invitata di giostra, a dì 16 del mese di luglio con le schiere fatte

si misono innanzi verso l’oste de’ Fiorentini: il capitano saviamente

consigliato, fatto della gente del nostro comune una massa, con

maestria e bell’ordine di gente d’arme in tutte sue parti bene divisa

e capitanata com’era mestiere, si dirizzarono verso i nemici, i quali

veggendoli venire, si fermarono in un luogo che si chiama il Campo alle

Mosche, il quale era cinto di burrati e aspre ripe, dove senza grande

disavvantaggio di chi volesse offendere non poteano essere assaliti; i

nostri gli aspettarono al piano, allettandoli alla battaglia il luogo

il quale era comune; ma i grandi minacciatori, e di poco cuore, se

non contro a chi fugge, non s’attentarono di scendere al piano, e co’

palaiuoli e marraiuoli che assai n’aveano da’ Pisani non intesono a

spianare il campo, ma ad afforzarsi con barre e steccati in quel luogo,

e ivi alloggiatisi, e arso il campo ond’erano partiti, il capitano de’

Fiorentini si fermò coll’oste dov’era arso il Campo, a meno d’un miglio

di piano presso a’ nemici, e quivi afforzossi per non essere improvviso

assalito, e spesse fiate con gli Ungheri insino alle barre facea

assalire i nemici, ma nulla era, che tutti o parte di loro si volessono

mettere a zuffa; il perchè faceano pensare che ciò facessono per

maestria di guerra per cogliere i nostri a partito preso e a vantaggio

loro; ma il savio capitano col buono consiglio sempre stava a riguardo

e provveduto in forma, che con inganno non li facessono vergogna. I

Sanesi veggendo che contro la loro opinione e pensiero i Fiorentini

prosperavano, per ricoprire il fallo loro ne feciono un’altro maggiore,

perocchè per loro ambasciadori si mandarono a scusare al nostro comune,

e offerendo aiuto trecento barbute; la scusa fu benignamente ricevuta,

e accettata la promessa, la quale feciono, che si convertì in fumo,

perchè non si facea nè procedea di diritto e buon cuore.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 145 / 233 题