_Come la compagnia mandò il guanto della battaglia al nostro capitano,
e la risposta fatta._
Currado conte di Lando capitano e guida della compagnia, con gli altri
caporali e conducitori, avendo da’ Pisani ferma promessa e dalla gente
loro, ch’erano in numero di ottocento barbute e di duemila pedoni, la
quale teneano in punto a Montechiaro sotto colore e nome di guardia,
mischiandosi continovo con quella della compagnia, della quale cosa
i Fiorentini n’erano crucciosi e male contenti, tutto che in vista
accettassono le scuse de’ Pisani, e que’ della compagnia ne prendessono
caldo e baldanza credendo spaventare col detto appoggio, a dì 12 del
mese di luglio in persona loro trombetti mandarono con grande gazzarra
trombando nel campo de’ Fiorentini con una frasca spinosa, sopra
la quale era un guanto sanguinoso e in più parti tagliato con una
lettera che chiedea battaglia, dicendo, che se accettassono l’invito
togliessono il guanto sanguinoso di su la frasca pugnente; il capitano
con molta festa e letizia di tutta l’oste prese il guanto ridendo; e
ricordandosi che in Lombardia nel luogo detto la frasca era stata a
sconfiggere il conte di Lando, con volto temperato e savio consiglio
rispose in questa forma: Il campo è piano, libero e aperto in tra loro
e noi, e pronti siamo e apparecchiati a nostro podere a difendere ed
esaltare il campo in nome e onore del comune di Firenze e la giustizia
sua, e per niuna altra cagione qui siamo venuti, se non per mostrare
con la spada in mano che i nemici del comune di Firenze hanno il torto,
e muovonsi male senza niuna cagione di giustizia o ragione di guerra;
e per tanto speriamo in Dio, e prendiamo fidanza e certezza d’avere
vittoria di loro: e a chi manda il guanto direte, che tosto vedrà
se l’intenzione sua risponderà alla fiera e aspra domanda: e fatta
questa risposta, e onorati i trombetti di bere e di doni, il capitano
fece sonare li stromenti per vedere il cambio de’ suoi; e tutto che
dubbioso sia l’avvenimento della battaglia, e che vittoria stia nelle
mani di Dio, e diela a cui e’ vuole, grande sicurtà e fidanza prendeva
nostra gente, che in que’ giorni era fortificata di trecento soldati
di cavallo nuovamente fatti per lo nostro comune, e della venuta di
messer Ambrogiuolo figliuolo naturale di messer Bernabò che in que’
pochi dì venne con cinquecento cavalieri e con mille masnadieri, il
quale giunto, a grande onore ricevuto da’ Fiorentini, e donatoli uno
nobile destriere, di presente cavalcò nell’oste e con molti cittadini,
i quali stimando che si facesse battaglia si misono in arme e andarono
all’oste. E infra l’altre cose che occorsono in questa faccenda fu,
che messer Biordo e ’l Farinata della casa degli Ubertini essendo in
bando per ribelli del comune di Firenze, s’offersono in suo aiuto e
onore, ed essendo graziosamente accettati, vennono con trenta a cavallo
nobilmente montati e bene in arnese, e veduti volentieri e lodati da
tutti cavalcarono al campo, d’onde per tornare in grazia del nostro
comune tanto si faticò messer Biordo, ch’era grande maestro di guerra,
che ne prese infermità, e tornato a Firenze ne morì, e per lo nostro
comune fu di sepoltura maravigliosamente onorato come a suo tempo
diremo. E stando dopo la detta richiesta a petto l’un oste all’altro
senza fare in arme atto nessuno, una notte di furto si partirono della
compagnia trecento cavalieri con alquanti masnadieri, e cavalcarono
verso Castelfranco, e ritraendosi senza, preda, si riscontrarono con
tre cittadini di Firenze e altri Empolesi i quali alla mercatantesca
tornavano da Fisa, i quali presono, e feciono ricomperare, e da indi
innanzi più non s’attentarono di cavalcare in sul nostro contado e
distretto. Stando le due osti vicine, parendo al conte di Lando, e
agli altri caporali e a tutta la compagnia avere poco onore della
invitata di giostra, a dì 16 del mese di luglio con le schiere fatte
si misono innanzi verso l’oste de’ Fiorentini: il capitano saviamente
consigliato, fatto della gente del nostro comune una massa, con
maestria e bell’ordine di gente d’arme in tutte sue parti bene divisa
e capitanata com’era mestiere, si dirizzarono verso i nemici, i quali
veggendoli venire, si fermarono in un luogo che si chiama il Campo alle
Mosche, il quale era cinto di burrati e aspre ripe, dove senza grande
disavvantaggio di chi volesse offendere non poteano essere assaliti; i
nostri gli aspettarono al piano, allettandoli alla battaglia il luogo
il quale era comune; ma i grandi minacciatori, e di poco cuore, se
non contro a chi fugge, non s’attentarono di scendere al piano, e co’
palaiuoli e marraiuoli che assai n’aveano da’ Pisani non intesono a
spianare il campo, ma ad afforzarsi con barre e steccati in quel luogo,
e ivi alloggiatisi, e arso il campo ond’erano partiti, il capitano de’
Fiorentini si fermò coll’oste dov’era arso il Campo, a meno d’un miglio
di piano presso a’ nemici, e quivi afforzossi per non essere improvviso
assalito, e spesse fiate con gli Ungheri insino alle barre facea
assalire i nemici, ma nulla era, che tutti o parte di loro si volessono
mettere a zuffa; il perchè faceano pensare che ciò facessono per
maestria di guerra per cogliere i nostri a partito preso e a vantaggio
loro; ma il savio capitano col buono consiglio sempre stava a riguardo
e provveduto in forma, che con inganno non li facessono vergogna. I
Sanesi veggendo che contro la loro opinione e pensiero i Fiorentini
prosperavano, per ricoprire il fallo loro ne feciono un’altro maggiore,
perocchè per loro ambasciadori si mandarono a scusare al nostro comune,
e offerendo aiuto trecento barbute; la scusa fu benignamente ricevuta,
e accettata la promessa, la quale feciono, che si convertì in fumo,
perchè non si facea nè procedea di diritto e buon cuore.