CAP. XXVIII.

_Come il comune di Firenze diè l’insegne, e mandò a campo la sua gente._

I Fiorentini essendo pieni di buona speranza sì per lo loro capitano,

che a que’ tempi era riputato grande maestro di guerra e uomo di grande

cuore, e sì per li molti gentili uomini pratichi in arme ch’erano

mandati per capitani della gente ch’era venuta nell’aiuto del comune,

e sì per gli altri paesani e forestieri ch’erano sentiti, e atti non

che a seguitare ma a conducere e a governare ogni grand’oste, i quali

erano tutti di buono volere, e desiderosi di prendere battaglia e per

loro fama e onore, e per servire e accattare la grazia del comune di

Firenze, e per spegnere quella mala brigata, e l’usanza del criare

spesso compagnia per ingordigia di fare ricomperare signori e comuni;

appresso si vedea il comune fornito di bella gente e bene armata

e non di ribaldaglia; il perchè sabato a dì 29 di giugno, il dì di

san Piero, coll’usato modo e stile di nostro comune, con allegrezza

e festa si dierono l’insegne, e ’l capitano ricevuta la reale di

mano del gonfaloniere di giustizia, l’accomandò a messer Niccolò de’

Tolomei da Siena, il quale era allora al soldo del comune di Firenze,

uomo fedele e di grande animo; e ciò fu fatto cautamente, prima per

levare invidia tra’ cittadini, appresso perchè fu pensato che tale

uomo dovesse essere più ubbidiente e riverente al capitano che se

fosse stato cittadino, ancora per onorare la casa de’ Tolomei, che

sempre era stata in fede e in divozione del comune di Firenze più

ch’altra casa di città di Toscana; la qual cosa per quella volta fu

poco a grado a’ Sanesi. L’insegna de’ feditori fu data a messer Orlando

Tedesco antico soldato del nostro comune, fedele e provato in tutte

maniere; e così si fè, per mostrare la fede che’ l nostro comune avea

ne’ Tedeschi, e animarli a ben fare, che non ostante che la zuffa

si dovesse principalmente pigliare co’ Tedeschi, volle fare palese

il comune, che quelli di quella lingua erano leali, e che ciascuno

di loro si dovea e potea fidare. Data l’insegna e piena libertà al

capitano di combattere e di non combattere per l’esaltazione e onore

del comune di Firenze, senza darli consiglieri o tutori cittadini che

’l potessono variare o impedire, cosa rade volte usata per lo comune,

ma utilmente fatta, e nella detta impresa lodata, si partì di Firenze

con l’esercito che allora avea apparecchiato nostro comune, che fu in

questo numero: duemila barbute eletti e duemila masnadieri contadini

di bello apparecchio, cinquecento Ungheri di soldo, milledugento

barbute eletti e quattrocento cavalieri già venuti di quelli di messer

Bernabò, dugento di quelli del Marchese di Ferrara, dugento di quelli

del signore di Padova, trecento di quelli del re Luigi, trecento

che n’avea mandati il legato non volontariamente, ma per virtù de’

patti della pace, i quali era tenuto a osservare al nostro comune,

cinquanta barbute di cavalieri napoletani, messer Lupo da Parma con

trenta barbute, ottanta barbute degli Aretini e con fanti da piè

gente eletta e pulita, dugento fanti del conte Ruberto, e da Pistoia

messer Ricciardo Cancellieri con dodici a cavallo per sè proprio e

trecento fanti del suo comune, d’altra amistà e vicinanza oltre a

fanti trecento, sicchè questa prima mossa furono circa a quattromila

cavalieri e altrettanti pedoni, e il dì se n’andarono e posonsi a campo

in sulla Pesa e nelle contrade d’intorno, per ordinarsi e accogliere

l’altra gente che si attendea de’ soldati di messer Bernabò.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 143 / 233 题