_Come il comune di Firenze diè l’insegne, e mandò a campo la sua gente._
I Fiorentini essendo pieni di buona speranza sì per lo loro capitano,
che a que’ tempi era riputato grande maestro di guerra e uomo di grande
cuore, e sì per li molti gentili uomini pratichi in arme ch’erano
mandati per capitani della gente ch’era venuta nell’aiuto del comune,
e sì per gli altri paesani e forestieri ch’erano sentiti, e atti non
che a seguitare ma a conducere e a governare ogni grand’oste, i quali
erano tutti di buono volere, e desiderosi di prendere battaglia e per
loro fama e onore, e per servire e accattare la grazia del comune di
Firenze, e per spegnere quella mala brigata, e l’usanza del criare
spesso compagnia per ingordigia di fare ricomperare signori e comuni;
appresso si vedea il comune fornito di bella gente e bene armata
e non di ribaldaglia; il perchè sabato a dì 29 di giugno, il dì di
san Piero, coll’usato modo e stile di nostro comune, con allegrezza
e festa si dierono l’insegne, e ’l capitano ricevuta la reale di
mano del gonfaloniere di giustizia, l’accomandò a messer Niccolò de’
Tolomei da Siena, il quale era allora al soldo del comune di Firenze,
uomo fedele e di grande animo; e ciò fu fatto cautamente, prima per
levare invidia tra’ cittadini, appresso perchè fu pensato che tale
uomo dovesse essere più ubbidiente e riverente al capitano che se
fosse stato cittadino, ancora per onorare la casa de’ Tolomei, che
sempre era stata in fede e in divozione del comune di Firenze più
ch’altra casa di città di Toscana; la qual cosa per quella volta fu
poco a grado a’ Sanesi. L’insegna de’ feditori fu data a messer Orlando
Tedesco antico soldato del nostro comune, fedele e provato in tutte
maniere; e così si fè, per mostrare la fede che’ l nostro comune avea
ne’ Tedeschi, e animarli a ben fare, che non ostante che la zuffa
si dovesse principalmente pigliare co’ Tedeschi, volle fare palese
il comune, che quelli di quella lingua erano leali, e che ciascuno
di loro si dovea e potea fidare. Data l’insegna e piena libertà al
capitano di combattere e di non combattere per l’esaltazione e onore
del comune di Firenze, senza darli consiglieri o tutori cittadini che
’l potessono variare o impedire, cosa rade volte usata per lo comune,
ma utilmente fatta, e nella detta impresa lodata, si partì di Firenze
con l’esercito che allora avea apparecchiato nostro comune, che fu in
questo numero: duemila barbute eletti e duemila masnadieri contadini
di bello apparecchio, cinquecento Ungheri di soldo, milledugento
barbute eletti e quattrocento cavalieri già venuti di quelli di messer
Bernabò, dugento di quelli del Marchese di Ferrara, dugento di quelli
del signore di Padova, trecento di quelli del re Luigi, trecento
che n’avea mandati il legato non volontariamente, ma per virtù de’
patti della pace, i quali era tenuto a osservare al nostro comune,
cinquanta barbute di cavalieri napoletani, messer Lupo da Parma con
trenta barbute, ottanta barbute degli Aretini e con fanti da piè
gente eletta e pulita, dugento fanti del conte Ruberto, e da Pistoia
messer Ricciardo Cancellieri con dodici a cavallo per sè proprio e
trecento fanti del suo comune, d’altra amistà e vicinanza oltre a
fanti trecento, sicchè questa prima mossa furono circa a quattromila
cavalieri e altrettanti pedoni, e il dì se n’andarono e posonsi a campo
in sulla Pesa e nelle contrade d’intorno, per ordinarsi e accogliere
l’altra gente che si attendea de’ soldati di messer Bernabò.