CAP. XXII.

_Di una battaglia tra due baroni del re di Rascia._

Il re di Rascia il quale era sotto il tributo del re d’Ungheria

cessava di fare l’omaggio, e ribellavasi al re; il perchè venuto

in indegnazione della corona, e avendo il re d’Ungheria contro a

lui conceputo e proposto nell’animo suo di farlo conoscente, duro

e malagevole li parea di passare la Danoia, per mantenere la gente

nel reame di Rascia, non avendo nel paese terra alcuna che li desse

ricetto. E stando in questi pensieri, come suole apparecchiare la

fortuna talora i non pensati acconci e’ rimedi, due baroni del reame di

Rascia per loro gare e male venture riottavano insieme; il re s’era più

volte travagliato di recarli a concordia, e nella fine in questi giorni

avuto l’uno e l’altro, e cercando di porli in pace, e non li potendo

recare, crucciato, come poco discreto, disse: Andate nella mal’ora, e

l’uno faccia all’altro il peggio che può; la parola detta sopr’ira fu

ricevuta per espressa licenza; onde partendosi amendue pieni d’odio e

di mal volere infiammati, quello di loro con alquanto meno podere avea

le sue terre in sulla riviera della Danoia, l’altro ch’era di maggiore

possanza accolta gente d’arme lo cavalcò, ardendo e guastando il suo

paese, e infine al suo abboccamento lo sconfisse; nè a ciò contento,

cercava sollicitamente di distruggerlo e trarlo a fine, e per ciò

fare lo cavalcava spesso, facendo ogni male. Vedendo il detto barone

ch’e’ non potea resistere, e nel suo re non avea speranza che levasse

dall’impresa l’avversario suo, lasciò il meglio che potè le sue terre

fornite a difesa, e segretamente valicò la Danoia, e ridussesi a uno

de’ baroni d’Ungheria che l’aiutasse, promettendoli di farsi cristiano;

il barone del re d’Ungheria li diè quella quantità d’Ungheri che li

chiese, e ’l barone a parte a parte occultamente li mise nelle sue

terre, e fece mettere la fama di volere fare di sua gente tutto suo

sforzo per vendicare sua onta e dannaggio. Il suo nemico che poco il

pregiava, per la vittoria avuta di lui era molto montato in baldanza,

venne da capo con tutto suo sforzo in sulle terre del detto barone,

e non avendo l’avviso degli Ungheri ch’erano venuti in aiuto de’ suoi

nemici, e mescolato tra loro, con animosa battaglia durissima, per la

virtù degli Ungheri fu sconfitto, e rimase morto in sul campo. E bene

cadde nella sentenza dell’antico proverbio che dice, chi è povero di

spie è ricco di vituperio, e fece fede che non si vuole avere tanto a

vile il nemico che non creda che offendere lo possa. Di questa tenzone

non curata ne’ principii, come si dovea, e lasciata passare in malattia

da non rimediare, nacque, che avuto il passo da questo barone il re

d’Ungheria con grande esercito passò la Danoia, come a suo luogo e

tempo diviseremo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 137 / 233 题