_Del male stato di Cicilia in questi tempi._
Le discordie continovate per lungo tempo tra’ Ciciliani aveano l’isola
ridotta in somma impotenza e miseria, e in stato sì fievole, che poco
degno pare di memoria per le sue opere inferme e di poco valore, pur
seguendo quelle, tali quali furono racconteremo. In questo anno 1358
del mese di febbraio, uno bastardo della casa di Chiaramonte, detto
per nome Manfredi, uomo assai valoroso e ardito, se n’andò a Messina,
e sagacemente cercò se avesse potuto riducere i Messinesi al volere
del duca, figliuolo che fu del re di Cicilia, a cui erano avversi e
contrari tutti quelli di Chiaramonte, e per sua parlanza avea tanto
operato, che i principali parziali de’ Messinesi inchinavano e davano
orecchie. Ma messer Niccolò di Cesare, il quale per lo re Luigi avea la
maggioranza e lo stato, sì s’oppose, e non volle assentire, mostrando,
che se quella città perdesse l’aiuto e lo foraggio della vittuaglia
che traeva di Calabria era in pericolo di fame, e di venire per tanto
in desolazione e in miseria. Quelli di Chiaramonte veggendo i crolli
che aveano per sostenere la parte del re Luigi, e che da lui non era
favore bastevole a mantenere loro stato, ripresono e ridussono a loro
lega la Stella di Palermo, e molte altre fortezze e tenute, le quali
aveano lasciate nella guardia del re Luigi, il quale per non potere
resistere alla spesa non le potea guardare; e forte temeano che non
le riprendessono i Catalani. E nondimeno mandarono il detto Manfredi a
Napoli al re Luigi significando lo stato loro e del paese, e pregandolo
che mandasse loro gente d’arme sofficiente a resistere alla potenza
del duca e dei Catalani, la quale tutto che piccola fosse, pure era
maggiore che la loro, e da sormontare in breve tempo se non trovasse
contasto, che continovamente crescea, sì perchè li paesani volentieri
tornavano alla grazia del signore naturale, e sì perchè d’Araona
li venia soccorso. Sentendo ciò il re Luigi, e non potendosi come
desiderava, per l’impossibilità fare prestamente quello che domandavano
i suoi parziali, s’aiutò colle grandi e larghe impromesse, promettendo
d’andarvi in persona senza lungo indugio di tempo. E di presente fè
sua ambasciata, e mandò a richiedere d’aiuto il comune di Firenze, e
gli altri comuni di Toscana per la sua andata in Cicilia. E per dare a’
suoi amici e servidori speranza, mandò innanzi da sè il conte da Riano
con trecento cavalieri e con pedoni nell’isola, e operò sì che messer
Niccolò di Cesaro per la detta cagione venne per suo ambasciadore in
Toscana; e come ne seguì di questa materia a suo tempo racconteremo.