CAP. VI.

_Dello inganno fatto per lo legato al comune di Firenze della

compagnia._

Noi avemo per molte riprese fatta memoria nelle nostre scritture de’

notabili vizii de’ nostri cittadini, i quali vizii da avarizia per

cupidigia di loro private ricchezze, e l’utile e l’onore del comune

niente hanno in calere, non sotto speranza che per loro riconoscenza

ammenda ne segua, tanto è l’usanza corrotta trascorsa e cresciuta

per la baldanza de’ passati cittadini, che sempre straboccatamente

è cresciuta per non essere de’ suoi falli corretta, ma perchè li

diritti e fedeli cittadini che si ritrovano agli ufici li tengano

a freno, se non colle parole almeno colle fave, non seguendo loro

dissoluti consigli, vogliosi e non liberi, e alla repubblica dannosi.

E certo la materia di che dovemo al presente fare nota è evidente,

e buono esempio sopra quelli che verranno poi, se fia con buono zelo

fedelmente ricolta. Il legato di Spagna, benchè di grande animo fosse,

e uomo baldanzoso e di grandi imprese, era savio e discreto, come nel

precedente libro dicemmo; ed essendo venuto a Firenze, coll’industria

e consiglio de’ nostri cittadini ch’erano a sua provvisione, più

volte tentò con sagaci e be’ modi, che ’l nostro comune prendesse

accordo con la compagnia, non tanto per affezione ch’avesse all’onore

e bene del nostro comune, quanto per levarsi da dosso la forza loro

co’ danari del nostro comune. E cerco e ricerco, trovato il nostro

comune fermo e costante in volere piuttosto spendere in sua difesa

ogni gran quantità di danari, che ricomperarsi qualunque piccola cosa

dalla compagnia, per levare via il preso costume di sì fatta gente,

che le città libere di Toscana e i possenti tiranni aveano recati

sotto palese tributo, vituperio e vergogna de’ signori naturali,

e della antica fama degl’Italiani, e massimamente del nome romano;

seguendo il consiglio di cui avemo ragionato, all’uscita del mese di

febbraio del detto anno, e per sè e per lo nostro comune, come avemmo

mandato, fermò concordia colla compagnia, la quale in effetto fu in

questa forma: che a loro darebbe fiorini quarantacinquemila d’oro

per la Chiesa di Roma, il comune di Firenze fiorini ottantamila, ed

eglino infra quattro anni seguenti non dovessono offendere la Chiesa

nè sue terre, nè ’l detto comune di Firenze, nè suo distretto e

contado; e soggiunse nel patto, che se infra cinque dì il comune di

Firenze, ricevuta la lettera da lui, non accettasse liberamente la

detta concordia, che ’l detto legato fosse tenuto loro dare fiorini

diecimila. E questo mercato procedette da sagace consiglio; perchè

li fu dato a intendere, che per la tema che ’l comune avea della

compagnia, veggendosi dell’impresa abbandonare dal legato, e avendo

poco rispetto e a consigliare e a provvedere per lo favore de’ grandi

cittadini, che per diversi rispetti, come detto avemo, accostavano

il legato, che farebbono sua intenzione, aggiugnendo, che il nostro

comune per reverenza di santa Chiesa, e di lui, di cosa fatta non gli

farebbe vergogna, ma tutto avvenne altrimenti. Il legato per due fatti

propri significò la detta concordia; la quale intesa in molti consigli

de’ cittadini, quanto che fosse per alquanti confortata e lodata, in

generale comunemente dispiacque, e fu in singolare abominazione, e

coralmente, per quelli ch’amavano lo stato e l’onore del comune, perchè

parea che ’l legato volesse guidare il nostro comune e prendere sua

tutela, e più sottilmente pensando, ombra di tacita signoria; onde il

popolo apertamente parlava in vergogna del legato, e di comune volere

si prese, che la detta convegna non si accettasse; e risposto fu al

legato, che questa, nè altra concordia con la compagnia il nostro

comune non volea, mostrando l’animo grande in poco prezzare il nimico:

e per non mostrare cruccio nè sdegno, e per rimuovere il legato dal

proprio nemico (non buono e male consiglio) di presente crearono

solenne ambasciata, e la mandarono al legato, e condussonlo a tanto,

ch’e’ promise di non fare accordo, e di nimicare a suo podere la

compagnia, avendo il braccio del nostro comune. Ciò nonostante operava

o per malizia o per senno; e a dì 21 del mese di marzo si convenne con

la compagnia per fiorini cinquantamila, i quali promise di pagare anzi

che si partissono delle terre della Chiesa. E aspettando la compagnia

prima la concordia, e appresso la detta prebenda, quasi come se avesse

a fare la sua vendemmia, sì s’allargava per lo paese studiosamente

predando e facendo ogni male, e per quattro riprese combatterono un

castello in su quello di Fermo, e non lo poterono avere; il perchè il

legato s’affrettò di pagare. La compagnia vedendosi fuori del verno, e

rincalzata de’ danari ricevuti dal cardinale, e nella speranza d’avere

da’ comuni di Toscana, stava baldanzosa, e a giornate fortemente

cresceva sì di gente a cavallo e di gente tedesca che cassare si

faceva, e sì di gente a piè, che per rubare di volontà si mettea in

brigata; e come per gli effetti di questa compagnia si vide, gente

di sì fatta ragione poco si cura di fare vendetta di sua brigata, e

molto meno di purgare sua vergogna pure ch’abbi danari, e chi è morto

s’abbi il danno, e poi è la sua morte vendetta; il perchè seguendo loro

costume, credendo con le grida spaventare il comune di Firenze e farlo

ricomperare, a ogni piè sospinto con istrida e romore minacciavano il

nostro comune.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 121 / 233 题