_Come la compagnia si partì da Sogliano e ricevettene danno._
Tornando a’ processi della compagnia e a’ suoi andamenti, avendo vinto
per battaglia il castello di Sogliano, e alquante altre castellette
della montagna, come addietro dicemmo, essendosi in quello alloggiati,
per vernare o per sentore di nuova civanza, o perchè loro paresse
stare oziosi non facendo qualche male, o per rigoglio, com’erano
usati, tutta la roba che per lo paese poterono raccogliere raunarono,
e arsono l’altre castella delle quali dubitavano che non offendessono
Sogliano; e volendo mostrare una singulare confidanza de’ terrazzani
di Sogliano, loro raccomandarono tutta la detta roba, e più di cento
di loro compagni ch’erano malati, e de’ buoni e valenti che fossono
nella brigata, facendo buone e larghe promesse a quelli di Sogliano,
come se fare volessono quello luogo loro camera o ridotto, e fare
certo chi dentro vi fosse; e ciò fatto presono viaggio, e si passarono
sopra Rimini assai presso alla terra, e’ paesani d’intorno, ch’erano
dalla compagnia stati rubati, e arsi e distrutti, e i loro congiunti
e amici o morti o guasti delle persone, e però, come sentirono che la
compagnia s’era allungata, prestamente e per forza si ritornarono in
Sogliano tutti, e quanti vi trovarono di quelli della compagnia, sì
de’ malati come di quelli che li servivano, senza niuna misericordia
gli tagliarono e uccisono, e ciò che trovarono nel castello rubarono
e portarono via, lasciando in abbandono le mura; e questo occorse del
mese di gennaio del detto anno. La compagnia essendo stata alquanti
giorni sopra Forlì in molti disagi, sì per le nevi ch’erano grandi, e
sì perchè trovarono nel paese poca roba a tanta brigata, si partirono
di quindi, e appressaronsi a Forlì, e in Forlì dal popolo per
comandamento del capitano ebbono ricetto, e rinfrescamento di pane e di
quello, che dentro v’era riposto. Questo facea il capitano, perchè ogni
altra speranza di difesa dal legato, fuori che di questa compagnia,
del tutto gli era mancata; di che più curando di suo stato, che sè
o ch’e’ suoi sottoposti e servidori, con loro mescolò molte fiate la
scellerata compagnia, con danno e con vergogna e disagio grande de’
suoi cittadini.