_Come il cardinale tornò in Italia._
Io non posso fare ch’io non ripeta talora in alcuna parte le cose
già dette, non per crescere scrittura (perocchè le cose notabili che
occorrono continovamente tanto abbondano, che assai di spazio prendono
nel libro) ma per giugnere insieme e le vecchie e le nuove cagioni, che
ne’ principii non conosciute, o conosciute e non debitamente curate,
o che peggio diremo, per grazia o potenza de’ cittadini con infiniti
colori trapassate, hanno danni incredibili e pericoli gravissimi più
volte giattato, e ridotta nostra città in temenza di non perdere
sua libertà. E tutto che lo scrivere aperto in sì fatte materie,
massimamente per lo pugnere cui tocca, dalli pochi intendenti paia
ch’abbia in sè materia di cruccio e malevolenza, che nel vero appo li
savi no; ma pure così fare si dee da qualunque per beneficio di sua
città, e forse dell’altre prende la cura di scrivere; perocchè tacere
il male, e solo il bene mettere in nota, toglie fede alla scrittura,
e fa l’opera di meno piacere e profitto, e se sottilmente si guarda,
forse è dannoso, perocchè li rei sentendo occultare le loro opere più
baldanzosamente procedono al male, e di sè fanno specchio a coloro
che devono venire a invitarli per l’impunità del segreto peccato
alle pessime cose, d’onde tema d’infama li suole talora ritrarre, e
il comune, per non essere avvisato delle malizie passate, con meno
cautela e meno consiglio procede in quelle che li sono apparecchiate
dinuovo. Questo parlare a molti forse parrà di soperchio in questo
luogo, ma se si recheranno alla mente, per li ricordi che sono fatti e
nelle vecchie e nelle nuove scritture, i modi per li nostri cittadini
per l’addietro alcuna volta tenuti, troveranno, che chi per ottenere
beneficii ecclesiastici, chi per essere tesoriere e capitano nelle
terre della Chiesa di Roma, non solo hanno consigliato che sia dato
aiuto e favore non dico alla Chiesa di Dio, che si dee sempre fare, ma
ai forestieri, che sotto nome di duchi, conti, e capitani, o legati di
papa, o altri titoli onesti nel nome ma tiranneschi nel fatto, della
povertà di Provenza sono passati a signoreggiare i nobili e famosi
paesi d’Italia, ma hanno sforzato o in uno o in altro modo e sospinto
il nostro comune disonestissimamente a ciò fare. Il di che è più
volte seguito, che essendo il mondano e temporale stato della Chiesa
di Roma colla forza del nostro comune in Italia ingrandito e montato
in sommo grado di signoria, i governatori d’essa insuperbiti, posto
giù ogni religione e ogni vergogna, come ingrati e sconoscenti de’
beneficii ricevuti, a leggi e costumi di malvagi tiranni, hanno cerco
con trattati e tradimenti per occulte e coperte vie, infino a venire in
palese a volerci sottomettere a loro signoria, e torre nostra libertà;
il perchè è stato di necessità al nostro comune, per difendere suo
stato e giustizia, spendere milioni di fiorini, e che è stato peggio,
operarsi contro alla Chiesa di Roma, che ne diè il segno di parte,
sicchè si può dire quasi contro a sè stesso; e quanto che così suoni
il grido, il vero è stato, che non contro a Chiesa, ma contro a malvagi
pastori e mondani; e certo questo non è stato in pensiere a quelli che
hanno fatto procaccio delle prefende e d’altre cose, che dicemmo di
sopra. Or seguendo nostro trattato, conoscendosi per lo papa e per lo
collegio de’ suoi cardinali, i quali aveano rivocato da sua legazione
il legato di Spagna e posto in suo luogo l’abate di Clugnì, che esso
abate era uomo molle, e poco pratico e sperto, e sì nell’arme e sì
nelle baratte che richeggiono gli stati e le signorie temporali, e
che per tanto era poco ridottato e meno ubbidito, parendo loro che suo
semplice governo poco atto fosse ad acquisto, e pericoloso a sostenere
le terre che la Chiesa avea racquistate nella Marca e nella Romagna,
diliberarono di rimandare il cardinale di Spagna in Italia con più
pieno e largo mandato che per lo addietro, e così seguette; il quale,
tutto che fosse sagacissimo e astuto signore, non senza consiglio de’
nostri cittadini, di quella natura della quale avemo di sopra parlato,
fè la via per Firenze, dove fu a costuma di papa pomposamente ricevuto
con processione, e palio di drappo ad oro sopra capo, addestrato da’
cavalieri, e con altre ceremonie usate in simili casi per lo nostro
comune, che piuttosto in atto d’arme che d’uficio chericile era
mandato; li donarono due grandi destrieri, l’uno tutto di ricca e reale
armadura coverto, e tanti altri doni, che passarono i milledugento
fiorini d’oro. Giunto a Firenze, scavalcò a casa gli Alberti; e
sentendosi in Firenze che ’l paese ov’era destinato avea gran bisogno
di lui, per tutto si credette che giunto prendesse viaggio, ma
coll’usato consiglio de’ nostri cittadini rimase a Firenze per spazio
d’un mese, segretamente cercando l’accordo della compagnia, e lega col
nostro comune, nella quale offerea il signore di Bologna, e tutto facea
a suo vantaggio, e a mal fine e dannaggio di nostro comune; la qual
cosa conosciuta ruppe il ragionamento, e il legato ciò molto ebbe a
male, e si mostrò di partire malcontento dal nostro comune, avendo al
servigio di santa Chiesa del continovo dai cinquecento a’ settecento
cavalieri di quelli del comune di Firenze.