CAP. CIII.

_Come il cardinale tornò in Italia._

Io non posso fare ch’io non ripeta talora in alcuna parte le cose

già dette, non per crescere scrittura (perocchè le cose notabili che

occorrono continovamente tanto abbondano, che assai di spazio prendono

nel libro) ma per giugnere insieme e le vecchie e le nuove cagioni, che

ne’ principii non conosciute, o conosciute e non debitamente curate,

o che peggio diremo, per grazia o potenza de’ cittadini con infiniti

colori trapassate, hanno danni incredibili e pericoli gravissimi più

volte giattato, e ridotta nostra città in temenza di non perdere

sua libertà. E tutto che lo scrivere aperto in sì fatte materie,

massimamente per lo pugnere cui tocca, dalli pochi intendenti paia

ch’abbia in sè materia di cruccio e malevolenza, che nel vero appo li

savi no; ma pure così fare si dee da qualunque per beneficio di sua

città, e forse dell’altre prende la cura di scrivere; perocchè tacere

il male, e solo il bene mettere in nota, toglie fede alla scrittura,

e fa l’opera di meno piacere e profitto, e se sottilmente si guarda,

forse è dannoso, perocchè li rei sentendo occultare le loro opere più

baldanzosamente procedono al male, e di sè fanno specchio a coloro

che devono venire a invitarli per l’impunità del segreto peccato

alle pessime cose, d’onde tema d’infama li suole talora ritrarre, e

il comune, per non essere avvisato delle malizie passate, con meno

cautela e meno consiglio procede in quelle che li sono apparecchiate

dinuovo. Questo parlare a molti forse parrà di soperchio in questo

luogo, ma se si recheranno alla mente, per li ricordi che sono fatti e

nelle vecchie e nelle nuove scritture, i modi per li nostri cittadini

per l’addietro alcuna volta tenuti, troveranno, che chi per ottenere

beneficii ecclesiastici, chi per essere tesoriere e capitano nelle

terre della Chiesa di Roma, non solo hanno consigliato che sia dato

aiuto e favore non dico alla Chiesa di Dio, che si dee sempre fare, ma

ai forestieri, che sotto nome di duchi, conti, e capitani, o legati di

papa, o altri titoli onesti nel nome ma tiranneschi nel fatto, della

povertà di Provenza sono passati a signoreggiare i nobili e famosi

paesi d’Italia, ma hanno sforzato o in uno o in altro modo e sospinto

il nostro comune disonestissimamente a ciò fare. Il di che è più

volte seguito, che essendo il mondano e temporale stato della Chiesa

di Roma colla forza del nostro comune in Italia ingrandito e montato

in sommo grado di signoria, i governatori d’essa insuperbiti, posto

giù ogni religione e ogni vergogna, come ingrati e sconoscenti de’

beneficii ricevuti, a leggi e costumi di malvagi tiranni, hanno cerco

con trattati e tradimenti per occulte e coperte vie, infino a venire in

palese a volerci sottomettere a loro signoria, e torre nostra libertà;

il perchè è stato di necessità al nostro comune, per difendere suo

stato e giustizia, spendere milioni di fiorini, e che è stato peggio,

operarsi contro alla Chiesa di Roma, che ne diè il segno di parte,

sicchè si può dire quasi contro a sè stesso; e quanto che così suoni

il grido, il vero è stato, che non contro a Chiesa, ma contro a malvagi

pastori e mondani; e certo questo non è stato in pensiere a quelli che

hanno fatto procaccio delle prefende e d’altre cose, che dicemmo di

sopra. Or seguendo nostro trattato, conoscendosi per lo papa e per lo

collegio de’ suoi cardinali, i quali aveano rivocato da sua legazione

il legato di Spagna e posto in suo luogo l’abate di Clugnì, che esso

abate era uomo molle, e poco pratico e sperto, e sì nell’arme e sì

nelle baratte che richeggiono gli stati e le signorie temporali, e

che per tanto era poco ridottato e meno ubbidito, parendo loro che suo

semplice governo poco atto fosse ad acquisto, e pericoloso a sostenere

le terre che la Chiesa avea racquistate nella Marca e nella Romagna,

diliberarono di rimandare il cardinale di Spagna in Italia con più

pieno e largo mandato che per lo addietro, e così seguette; il quale,

tutto che fosse sagacissimo e astuto signore, non senza consiglio de’

nostri cittadini, di quella natura della quale avemo di sopra parlato,

fè la via per Firenze, dove fu a costuma di papa pomposamente ricevuto

con processione, e palio di drappo ad oro sopra capo, addestrato da’

cavalieri, e con altre ceremonie usate in simili casi per lo nostro

comune, che piuttosto in atto d’arme che d’uficio chericile era

mandato; li donarono due grandi destrieri, l’uno tutto di ricca e reale

armadura coverto, e tanti altri doni, che passarono i milledugento

fiorini d’oro. Giunto a Firenze, scavalcò a casa gli Alberti; e

sentendosi in Firenze che ’l paese ov’era destinato avea gran bisogno

di lui, per tutto si credette che giunto prendesse viaggio, ma

coll’usato consiglio de’ nostri cittadini rimase a Firenze per spazio

d’un mese, segretamente cercando l’accordo della compagnia, e lega col

nostro comune, nella quale offerea il signore di Bologna, e tutto facea

a suo vantaggio, e a mal fine e dannaggio di nostro comune; la qual

cosa conosciuta ruppe il ragionamento, e il legato ciò molto ebbe a

male, e si mostrò di partire malcontento dal nostro comune, avendo al

servigio di santa Chiesa del continovo dai cinquecento a’ settecento

cavalieri di quelli del comune di Firenze.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 107 / 233 题