_Come la compagnia assalì Faenza._
Lasciando i fatti di Francia e di Lombardia e tornando ai più vicini,
la compagnia, ch’era in Romagna tra Forlì e Faenza, sentendo male
fornita di gente d’arme la città di Faenza, la quale si tenea per
la Chiesa, dove non era che uno capitano con meno di cento uomini
da cavallo, si strinsono alla terra, ed entrarono in uno dei borghi.
Il detto capitano allora era di fuori, e volendo tornare dentro, fu
abbattuto e ferito, e de’ suoi compagni assai magagnati. Per ventura
erano in quel punto in Faenza trecento cavalieri del comune di Firenze
all’ubbidienza d’uno cavaliere fiorentino, il quale vedendo il subito
e improvviso assalto prestamente si mise alla difesa colla brigata
sua, e riscosse il capitano, e i nemici fuori del borgo sospinse con
loro assai danno, e ricoverato il capitano e l’onore della Chiesa si
tornò in Faenza. Per lo detto assalimento baldanzoso e non provveduto
si temette che non fosse nella terra trattato, ma se v’era, non si
trovò. E ciò fu del mese d’agosto del detto anno. Appresso a pochi
dì la compagnia de’ Tedeschi della bassa Magna sotto il capitanato
d’Anichino di Bongardo s’accostò con quella ch’era in Romagna, e molti
altri Tedeschi che spontaneamente si partivano da’ soldi degli Italiani
s’aggiunsono con loro, e come ebbono fatta una massa, vedendosi
forti cominciarono a gridare a Firenze, tenendosi per fermo e per
lo consiglio e da tutti che da’ Fiorentini fossono stati traditi, e
nell’alpe sconfitti. Di questa adunata e di sua mala parlanza gran
sospetto si prese a Firenze, perchè si prese argomento di guardare i
passi, come appresso diremo.