_Come il capitano di Forlì mise la compagnia in Forlì._
Il capitano, come uomo disperato, e con poca fede e legge, non avendo
riguardo a’ suoi cittadini ch’erano stati a ogni martiro per sostenere
lo stato suo, segretamente si convenne co’ caporali della compagnia
di dar loro venticinquemila fiorini e il ricetto in Forlì, ed elli
impromisono a lui di levare le bastite che gli erano intorno, e che per
alcuno tempo starebbono in Romagna al servigio suo; di che seguitò,
che all’entrante d’agosto e’ li mise in Forlì senza assentimento de’
suoi cittadini: i quali essendo stati rotti, come dicemmo, avendo
patiti molti disagi, e per tanto essendo in gran bisogno di ricetto,
per prendere riposo cominciarono a torre le case de’ cittadini,
e loro masserizie e arnesi, e accomunare e abitare familiarmente
con loro, e torsi delle cose da vivere oltre a bastanza, pigliando
dimestichezze disoneste e spiacevoli colle famiglie de’ cittadini,
che per non uscire di loro case e masserizie dimoravano con loro. Il
perchè assai cittadini, a cui era più caro l’onore che la roba, si
partirono di loro abituri, e ristrignensi in piccoli luoghi, lasciando
in abbandono, per non contendere con gente bestiale, tutte loro cose.
Nel quale avviluppamento manifesto si vide gli errori degli erranti e
servili popoli, che per matta stoltizia disordinato amore portano a’
loro signori e tiranni. Di ciò il popolo molto si dolse, e nel segreto
ricordava con mormorio la gran fede male meritata che portata aveano
al loro capitano, sofferendo il lungo assedio in contumacia di santa
Chiesa col perdimento di tutti i loro beni, con grandi disagi e affanni
di loro e di loro famiglie. Onde meritevolmente in loro fu verificato
quel proverbio che dice, chi contro a Dio getta pietra, in capo li
ritorna.