CAP. LXXIX.

_Come la compagnia andò in Romagna._

Sentito a Firenze che contro alla diliberazione del comune la compagnia

sotto la condotta de’ suoi cittadini s’era partita da Dicomano e

ridottasi a Vicchio, e che era nella signoria del piano di Mugello,

la città per comune se ne dolse, e li rettori d’essa non sapeano che

fatto s’avessono, nè che fare s’avessono; e la grande moltitudine

di gente a piè ch’era sparta per li poggi del Mugello non essendo

capitanata, e non sapendo cui ubbidire nè offendere, non si partia

dalle poste. Quelli della compagnia, che sentivano quello ch’era

diliberato a Firenze, avendo preso riposo per un giorno e una notte

in Vicchio, veggendo i poggi intorno a loro carichi di fanti, e

massimamente di balestrieri, i quali per li vantaggi de’ luoghi onde

aveano a passare più ridottavano, temendo che crescendo la forza del

comune eziandio il piano loro non fosse impedito, la mattina raccolti

insieme da Vicchio scesono nel piano, avendo per loro conducitore

ritenuto messer Manno Donati, e come uomini usi nell’arme, vedendo che

la gente del comune, che loro era vicina, era volonterosa senza ordine

o capitano, lasciato nel piano addietro uno aguato di cento Ungheri,

s’arrestarono nel piano; e ciò feciono non per guadagno che sperassono

di fare, ma perchè vidono che i balestrieri aveano passata la Sieve, o

per vedere, come folli, o per guadagnare, stimando, che se agramente

ne gastigassono alquanti, gli altri intimidirebbono e darebbono loro

meno affanno; e così venne loro fatto. Perocchè caduti nell’aguato,

gli Ungheri gli assalirono da due parti, e non avendo i balestrieri

soccorso, di presente furono rotti e sbarattati; e come dicemmo non

attendendo a’ prigioni, ne uccisono più di sessanta; e ciò fatto,

gli Ungheri si ritrassono alla massa de’ loro, e senza niuno arresto

tutti si diviarono al cammino per lo passo dello Stale sotto la guida

di Ghisello degli Ubaldini, e quel dì cavalcarono quarantadue miglia,

fino ch’e’ giunsono in su quello d’Imola dove erano sicuri, malcontenti

e palesi nemici del nostro comune. La cagione di così lunga giornata

fu perchè Ghisello non volea s’arrestassono nell’alpe, per tema non

facessono danno a’ suoi fedeli, mostrando, se s’arrestassono, ch’e’

sarebbono in gravi pericoli. E per tanto senza niuno indugio feciono

il detto cammino; nel quale i masnadieri, per non rimanere addietro,

lasciarono loro arme per l’alpe per essere più leggieri al cammino. Gli

ambasciadori, fornito il servigio, tornarono a Firenze, e di loro falli

presono scusa a’ governatori del comune con quelle belle ragioni che

seppono meglio divisare; e conoscendo di quanta autorità erano coloro

ch’erano a quel tempo all’uficio de’ signori, detto fu per alcuno de’

detti ambasciadori: Non cercate più questi fatti, ma dite che noi siamo

i ben tornati.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 83 / 233 题