CAP. LXXVIII.

_Il fine ch’ebbe l’impresa de’ Fiorentini._

Se necessità non fosse imposta, poichè preso abbiamo la cura di

scrivere, volentieri taceremmo per onore del nostro comune quello

ch’al presente n’occorre a narrare; ma considerato che per li

simili accidenti che nel futuro possono occorrere, quelli che per

li tempi saranno a provvedere allo stato e onore del nostro comune

possano prendere avviso, e riparare alle disordinate baldanze de’

suoi cittadini, che passano talora e gli ordini e quello ch’è loro

imposto per lo nostro comune, ci conduciamo a scrivere. Noi dicemmo

poco appresso di sopra l’utile e savia diliberazione che prese il

nostro comune contro al resto della compagnia ch’era in Dicomano, la

quale ebbe vere e giuste cagioni, della quale erano uscite lettere

a’ conti Guidi e agli altri circustanti a que’ luoghi amici del

nostro comune, e per lo contado molte n’erano andate, e più per segno

di nostro comune. Il podestà era in que’ paesi stato mandato uomo

bolognese, e di sì poca virtù, che non pensiamo che meriti d’essere

qui nominato. Gli ambasciadori ch’erano con messer Amerigo, di subito

mandarono in Firenze l’uno di loro per volere liberare la compagnia

di coscienza del nostro comune; il perchè di nuovo e di maggiore

numero si fece consiglio di cittadini, nel quale l’ambasciadore con

belle dimostrazioni s’ingegnò di ottenere che la compagnia fosse

posta in luogo sicuro, non facendo ricordo che per gli ambasciadori

fosse preso partito di così fare; nel detto consiglio si prese e fermò

quello ch’era stato ne’ primi. L’ambasciadore era di tanta autorità

e podere, che a richiesta sua i priori ebbono tre altri consigli,

cercando in essi il consentimento di quello ch’egli e’ compagni suoi

presontuosamente aveano diliberato; in effetto in tutti si prese di

concordia quello che dinanzi negli altri era stato fermato; e ciò

fatto, si cominciò a dare ordine all’offesa di coloro cui il comune

avea diliberato che fossono nimici, e ciò fu pubblicato per tutto.

La compagnia era stretta in Dicomano in forma e per modo che tre dì

vivere non vi poteano, e circondata era intorno in maniera, che se non

volassono, partire non si poteano. I colli sopra la Sieve erano presi

pe’ balestrieri fiorentini, e fatte erano grandi tagliate a’ passi dove

l’uscite erano più larghe, ed erano bene guardate; e oltre al grande

numero de’ pedoni ch’erano nel paese mandati per lo comune, e che per

volontà v’erano tratti, v’avea quattrocento cavalieri, de’ quali era

capitano uno broccardo Tedesco antico conestabile del nostro comune,

il quale conoscendo il pericolo dov’era la compagnia, non servando

suo giuramento, con alcuno caporale andò in Dicomano, e ristrettosi

con messer Amerigo e’ suoi caporali presero insieme consiglio, il

quale fu segreto, ma per effetti s’intese, al quale si credette che

participassono gli ambasciadori, per avere di loro concetto e promessa

la scusa, di presente gravi minacce fur fatte agli ambasciadori, e

intra l’altre di torre loro vita se si trovassono di loro promessa

gabbati; appresso delle quali fu detto, e offerto di largo, che voleano

fare ciò che volesse il comune, e per osservanza voleano dare stadichi;

fu riputato malizioso e sagace consiglio. Gli ambasciadori udito questo

si strinsono insieme con fare vista d’avere gran paura, e diliberarono

quello, che come è detto, altra volta aveano diliberato, ciò fu di

trarli di Dicomano a salvamento, e di metterli a Vicchio in quello di

Firenze, ch’era proibito loro, e farli signori del piano di Mugello con

abbondanza di vittuaglia. In questo comprendere si può quanta baldanza

era in que’ tempi ne’ cittadini dello stato, e quanta poca reverenza si

portava per loro alla maestà del comune; e meritevolmente, perocchè nè

premio delle virtù, nè pena de’ falli per lo comune si rendea in que’

giorni, ma le spezialità e le sette de’ cittadini faceano comportare

ogni grande ingiuria del comune con grande pazienza, la quale talora è

vicina di crudeltà per la remissione delle debite pene. Avendo preso

questo partito, come detto è, non degnarono di manifestarlo per lo

loro compagno al comune, e il comune avea provveduto alla gente sua

di capitani, i quali sapendo l’intenzione del comune, più credettono

agli ambasciadori ch’al comune, e consentirono a’ comandamenti che gli

ambasciadori feciono a’ balestrieri e agli altri soldati del comune;

ebbono gli ambasciadori in sul vespero Broccardo Tedesco con tutti i

soldati a cavallo che volentieri feciono quel servigio, e ordinarli

alla retroguardia, per tema de’ fedeli de’ conti che non si poteano

raffrenare, e il passo ch’era preso per li pedoni e balestrieri

fiorentini feciono allargare, e rappianare le tagliate e le fosse, e

abbattere tutte l’altre insegne con una d’un trombadore da Firenze

posta in su un’asta; e avendo fasciata dall’una parte e dall’altra

quella compagnia de’ balestrieri del comune di Firenze li condussono a

Vicchio, e feciono loro dare del pane che mandato era là per l’oste de’

Fiorentini. E avvenne, che non potendosi raffrenare i fedeli de’ conti

dalla mischia, che i balestrieri del comune di Firenze furono costretti

dagli ambasciadori di saettarli. I cittadini, e i contadini di Firenze,

e i balestrieri, che di grande animo erano tratti per combattere la

compagnia, udendo ch’elli erano condotti in signoria del Mugello,

perderono il vigore, e grande dolore n’ebbono, più che se fossono

stati sconfitti, e ben conobbono che ’l comune era stato beffato, e

pubblicamente, e dentro e di fuori, appellavano gli ambasciadori per

poco fedeli e diritti al loro comune.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 82 / 233 题