_Il fine ch’ebbe l’impresa de’ Fiorentini._
Se necessità non fosse imposta, poichè preso abbiamo la cura di
scrivere, volentieri taceremmo per onore del nostro comune quello
ch’al presente n’occorre a narrare; ma considerato che per li
simili accidenti che nel futuro possono occorrere, quelli che per
li tempi saranno a provvedere allo stato e onore del nostro comune
possano prendere avviso, e riparare alle disordinate baldanze de’
suoi cittadini, che passano talora e gli ordini e quello ch’è loro
imposto per lo nostro comune, ci conduciamo a scrivere. Noi dicemmo
poco appresso di sopra l’utile e savia diliberazione che prese il
nostro comune contro al resto della compagnia ch’era in Dicomano, la
quale ebbe vere e giuste cagioni, della quale erano uscite lettere
a’ conti Guidi e agli altri circustanti a que’ luoghi amici del
nostro comune, e per lo contado molte n’erano andate, e più per segno
di nostro comune. Il podestà era in que’ paesi stato mandato uomo
bolognese, e di sì poca virtù, che non pensiamo che meriti d’essere
qui nominato. Gli ambasciadori ch’erano con messer Amerigo, di subito
mandarono in Firenze l’uno di loro per volere liberare la compagnia
di coscienza del nostro comune; il perchè di nuovo e di maggiore
numero si fece consiglio di cittadini, nel quale l’ambasciadore con
belle dimostrazioni s’ingegnò di ottenere che la compagnia fosse
posta in luogo sicuro, non facendo ricordo che per gli ambasciadori
fosse preso partito di così fare; nel detto consiglio si prese e fermò
quello ch’era stato ne’ primi. L’ambasciadore era di tanta autorità
e podere, che a richiesta sua i priori ebbono tre altri consigli,
cercando in essi il consentimento di quello ch’egli e’ compagni suoi
presontuosamente aveano diliberato; in effetto in tutti si prese di
concordia quello che dinanzi negli altri era stato fermato; e ciò
fatto, si cominciò a dare ordine all’offesa di coloro cui il comune
avea diliberato che fossono nimici, e ciò fu pubblicato per tutto.
La compagnia era stretta in Dicomano in forma e per modo che tre dì
vivere non vi poteano, e circondata era intorno in maniera, che se non
volassono, partire non si poteano. I colli sopra la Sieve erano presi
pe’ balestrieri fiorentini, e fatte erano grandi tagliate a’ passi dove
l’uscite erano più larghe, ed erano bene guardate; e oltre al grande
numero de’ pedoni ch’erano nel paese mandati per lo comune, e che per
volontà v’erano tratti, v’avea quattrocento cavalieri, de’ quali era
capitano uno broccardo Tedesco antico conestabile del nostro comune,
il quale conoscendo il pericolo dov’era la compagnia, non servando
suo giuramento, con alcuno caporale andò in Dicomano, e ristrettosi
con messer Amerigo e’ suoi caporali presero insieme consiglio, il
quale fu segreto, ma per effetti s’intese, al quale si credette che
participassono gli ambasciadori, per avere di loro concetto e promessa
la scusa, di presente gravi minacce fur fatte agli ambasciadori, e
intra l’altre di torre loro vita se si trovassono di loro promessa
gabbati; appresso delle quali fu detto, e offerto di largo, che voleano
fare ciò che volesse il comune, e per osservanza voleano dare stadichi;
fu riputato malizioso e sagace consiglio. Gli ambasciadori udito questo
si strinsono insieme con fare vista d’avere gran paura, e diliberarono
quello, che come è detto, altra volta aveano diliberato, ciò fu di
trarli di Dicomano a salvamento, e di metterli a Vicchio in quello di
Firenze, ch’era proibito loro, e farli signori del piano di Mugello con
abbondanza di vittuaglia. In questo comprendere si può quanta baldanza
era in que’ tempi ne’ cittadini dello stato, e quanta poca reverenza si
portava per loro alla maestà del comune; e meritevolmente, perocchè nè
premio delle virtù, nè pena de’ falli per lo comune si rendea in que’
giorni, ma le spezialità e le sette de’ cittadini faceano comportare
ogni grande ingiuria del comune con grande pazienza, la quale talora è
vicina di crudeltà per la remissione delle debite pene. Avendo preso
questo partito, come detto è, non degnarono di manifestarlo per lo
loro compagno al comune, e il comune avea provveduto alla gente sua
di capitani, i quali sapendo l’intenzione del comune, più credettono
agli ambasciadori ch’al comune, e consentirono a’ comandamenti che gli
ambasciadori feciono a’ balestrieri e agli altri soldati del comune;
ebbono gli ambasciadori in sul vespero Broccardo Tedesco con tutti i
soldati a cavallo che volentieri feciono quel servigio, e ordinarli
alla retroguardia, per tema de’ fedeli de’ conti che non si poteano
raffrenare, e il passo ch’era preso per li pedoni e balestrieri
fiorentini feciono allargare, e rappianare le tagliate e le fosse, e
abbattere tutte l’altre insegne con una d’un trombadore da Firenze
posta in su un’asta; e avendo fasciata dall’una parte e dall’altra
quella compagnia de’ balestrieri del comune di Firenze li condussono a
Vicchio, e feciono loro dare del pane che mandato era là per l’oste de’
Fiorentini. E avvenne, che non potendosi raffrenare i fedeli de’ conti
dalla mischia, che i balestrieri del comune di Firenze furono costretti
dagli ambasciadori di saettarli. I cittadini, e i contadini di Firenze,
e i balestrieri, che di grande animo erano tratti per combattere la
compagnia, udendo ch’elli erano condotti in signoria del Mugello,
perderono il vigore, e grande dolore n’ebbono, più che se fossono
stati sconfitti, e ben conobbono che ’l comune era stato beffato, e
pubblicamente, e dentro e di fuori, appellavano gli ambasciadori per
poco fedeli e diritti al loro comune.