_Come la compagnia fu rotta nell’alpe._
Fermata per lo nostro comune la concordia colla compagnia, come è di
sopra narrato, la compagnia di presente si mosse con bello ordine
de’ suoi capitani, e a dì 24 del mese di luglio 1358 prese albergo
nell’alpe tra Castiglione e Biforco: e come è d’uso di gente di
sì fatta maniera che male si può temperare, che come il ferro alla
calamita non corra alla preda, passando i patti e convegne si toglieano
la vittuaglia loro apparecchiata senza pagare, e se trovavano cose
non bene riposte nè in luogo sicuro ne faceano danno, oltraggiando
i paesani e di parole e di fatti. Perchè dolendosi gli offesi di
ciò, ed essendo male uditi e peggio intesi, ne presono cruccio; e
raccogliendosi insieme, nel mormorio alquanti di loro cominciarono
ragionamento e di vendetta e di ristoro di loro dannaggio, e senza
perdere tempo, s’intesono insieme quelli di Biforco fedeli de’ conti da
Battifolle, e quelli di Castiglione fedeli di quello d’Alberghettino,
e con loro s’aggiunsono alquanti di quelli della Valdilamone, e
disposonsi a loro vantaggio a luogo e tempo nel trapasso d’assalire la
compagnia, o parte d’essa, e cercare loro ventura per rifarsi di loro
danni, e vendicarsi degli oltraggi che aveano ricevuti. Quella sera
medesima che questo per li villani si cercava ciò fu detto al conte di
Lando, e avvisato che la seguente mattina gli s’apparecchiava novità:
poco mostrò averlo a calere, sapendo che poco numero essere potea, e di
gente alpigiana, e male in arnese quella che il cercasse d’offendere;
nondimanco avanti al fare del giorno avacciò sua cavalcata, e mise sua
gente in cammino, e ne fece più parti, nella prima fè cavalcare messer
Amerigo del Cavalletto, e con lui gli ambasciadori fiorentini, fuori
d’uno che ne tenne con seco, colla maggior parte di sua gente armata e
disarmata con tutta la salmeria.
I conestabili con gente d’arme avvantaggiata con loro arnese sottile
e di valuta, in numero d’ottocento a cavallo e cinquecento pedoni,
col conte Broccardo lasciò alla retroguardia e riscossa. Il cammino
ch’eglino aveano a fare, tutto che non fosse lungo, era aspro e
malagevole, perocchè venendo da Biforco a Belforte presso alle due
miglia della valle, quinci e quindi fasciata dalle ripe e stretta nel
fondo, do v’era la via, la quale si leva dopo alquanto di piano repente
ed erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti, e tale
passo è detto alle Scalelle, che bene concorda il nome col fatto. Il
detto luogo passò liberamente messer Amerigo con tutta sua brigata,
perchè ancora non erano giunti i villani, i quali poco appresso vi
vennono in numero d’ottanta, o in quel torno, disponendosi partitamente
ne’ luoghi dove pensarono a vantaggio e loro sicurtà potere meglio
offendere i loro nemici: e volendo uno de’ maliscalchi della compagnia
con sua brigata il detto luogo passare, fu da’ villani assalito, e con
le pietre indietro ripinto. Il conte di Lando s’avea tratto la barbuta
di testa, e mangiava a cavallo, e sentendo ciò ch’era cominciato,
subito si rimise la barbuta, e fece gridare arme; onde i villani,
che come detto è, s’erano riposti per le creste de’ colli, e nelle
ripe e balzi che soprastavano le vie, sentendo il passo impedito, si
cominciarono a mostrare per le ripe dintorno, e a voltare gran sassi,
e a gittare con mano sopra la gente del conte ch’erano nel basso del
fossato, quasi come in prigione chiusi da altissime ripe. Il conte non
spaventato nè invilito per lo subito assalto, come uomo d’alto cuore
e maestro di guerre, di subito fece smontare da cavallo circa a cento
Ungheri, e li fece montare per le ripe per cacciare i villani dalle
ripe ov’erano posti colle frecce e colle grida: ma poco li valse,
perocchè i villani ch’erano ne’ luoghi avvantaggiati e sicuri, e
soprastanti assai a quelli dove gli Ungheri in uosa, e gravi di loro
armi e giubboni non poteano salire, colle pietre n’uccisono alquanti,
e gli altri cacciarono a valle. E stando il conte e’ suoi nel romore
e travaglio, colle difese che le sue genti poteano fare nel luogo
stretto e malagevole, dove poco poteano mostrare loro virtù, una gran
pietra mossa nella sommità del monte da parecchi villani, scendendo
rovinosamente percosse il conte Broccardo, e lui e ’l cavallo ne portò
nel fossato, e uccise; e per simile modo molti e morti e magagnati
ne furono. Veggendo i villani che già erano scesi alle spalle de’
cavalieri in luogo che li poteano fedire colle lance manesche, che
i cavalieri per la morte di molti di loro erano inviliti, e per la
strettezza di loro da non si potere ordinare a difesa, nè per niuno
modo abile atare, scesono con loro alle mani; e uno fedele del conte
Guido con dodici compagni arditamente si dirizzò al conte di Lando,
e valentemente l’assalì. Il conte colla spada fè bella difesa: alla
fine non potendo alle forze resistere, s’arrendè prigione, porgendo la
spada per la punta; ed essendo ricevuto, come s’ebbe tratta la barbuta,
uno villano d’una lancia il fedì nella testa, della quale ferita lungo
tempo dopo stette in pericolo di morte. Arrenduto il conte di Lando,
tutti i cavalieri smontarono da cavallo, e come il più presto poterono,
spogliate l’armi per essere leggieri, si diedono alla fuga, e come
ciascuno meglio potea saliano per le ripe, e per li boschi e burrati
fuggendo. Allora non solo gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al
romore, e atare i loro mariti almeno con voltare delle pietre, gli
spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento, e’ danari e gli
altri arnesi: e avvegnachè assai ne fuggissono per questo modo, molti
morti ne furono, e pure de’ migliori, e assai presi, e così de’ fanti
a piè. In questo baratto si trovarono morti più di trecento cavalieri
e assai presi, e più di mille cavalli e bene trecento ronzini, e molto
arnese sottile, e robe e danari vi perderono; e benchè fossono usciti
del passo, errando molti presi ne furono nelle circostanze dagli altri
paesani che non s’erano trovati alla zuffa.