_Come il conte di Lando tornò d’Alamagna alla compagnia._
Il famoso capo di ladroni conte di Lando era nella Magna passato,
e portato n’avea il tesoro ch’avea guadagnato, ovvero rubato delle
prede degl’Italiani, e di là comperatone terre e castella, e riscosse
di quelle ch’avea impegnate. Appresso era stato con l’imperadore,
e mostratogli come e’ non era ubbidito da’ comuni di Toscana, e che
dove egli avesse titolo da lui, per forza di sua compagnia per tutto
il farebbe senza suo costo ubbidire: mostrandoli come la Toscana
era piena di soldati di lingua tedesca, che tutti, dove che fossono
a soldo, s’intenderebbono con lui. E per tanto non temea trovare in
campo contasto; e dove con suo titolo entrasse in alcuna buona città
di Toscana, l’altre domerebbe per modo, che di tutte il farebbe libero
signore. L’imperadore, ch’era cupido di natura, e astuto, conobbe il
partito, e per volere a ciò provvedere per modo indiretto e coperto,
sicchè se avesse luogo il consiglio del conte l’esecuzione fosse
pronta, e se non, almeno colorata; essendo consueto di tenere suo
vicario in Pisa, ne intitolò suo vicario il predetto conte in palese,
ma in occulto si disse li diè maggiore legazione. Costui giunto a
Bologna, sentì la condotta fatta della sua compagnia da’ Sanesi contro
a’ Perugini, la qual cosa molto andava a sua intenzione; e vedendo
la discordia del passo col comune di Firenze, di presente cavalcò
alla compagnia, e trovò che gli ambasciadori del nostro comune erano
rivocati; e volendosi ritornare a Firenze, egli li ritenne, e disse,
ch’a niuno partito volea che la compagnia valicasse contro a volontà
del comune nè per lo suo contado; e con gli ambasciadori insieme
trovarono questa via; che essendo la compagnia in Valdilamone dovesse
passare da Marradi, e dappoi passare tra Castiglione e Biforco, e
ricidere da Belforte e Dicomano, e da indi a Vicorata, e poi a Isola,
e da Isola a san Leolino, e quindi a Bibbiena; e i detti ambasciadori
promisono, che ’l comune di Firenze per cinque di loro apparecchierebbe
panatica, prendendo derrata per danaio, e in quelli luoghi donde
dovea essere loro trapasso. Questa concordia fatta senza mandato a’
Fiorentini non dispiacque, perchè parea in parte conforme a’ patti che
i Fiorentini aveano con loro. E per tanto con sollicitudine procedea il
comune, che la vittuaglia fosse apparecchiata ne’ luoghi ragionati per
li quali doveano passare, e già n’era cominciata a mandare a Dicomano.
Gli ambasciadori erano rimasi nella compagnia come il conte avea voluto
per più sicurtà di sua condotta, ma non per mandato ch’avessono dal
loro comune.