CAP. LXXIII.

_Come il conte di Lando tornò d’Alamagna alla compagnia._

Il famoso capo di ladroni conte di Lando era nella Magna passato,

e portato n’avea il tesoro ch’avea guadagnato, ovvero rubato delle

prede degl’Italiani, e di là comperatone terre e castella, e riscosse

di quelle ch’avea impegnate. Appresso era stato con l’imperadore,

e mostratogli come e’ non era ubbidito da’ comuni di Toscana, e che

dove egli avesse titolo da lui, per forza di sua compagnia per tutto

il farebbe senza suo costo ubbidire: mostrandoli come la Toscana

era piena di soldati di lingua tedesca, che tutti, dove che fossono

a soldo, s’intenderebbono con lui. E per tanto non temea trovare in

campo contasto; e dove con suo titolo entrasse in alcuna buona città

di Toscana, l’altre domerebbe per modo, che di tutte il farebbe libero

signore. L’imperadore, ch’era cupido di natura, e astuto, conobbe il

partito, e per volere a ciò provvedere per modo indiretto e coperto,

sicchè se avesse luogo il consiglio del conte l’esecuzione fosse

pronta, e se non, almeno colorata; essendo consueto di tenere suo

vicario in Pisa, ne intitolò suo vicario il predetto conte in palese,

ma in occulto si disse li diè maggiore legazione. Costui giunto a

Bologna, sentì la condotta fatta della sua compagnia da’ Sanesi contro

a’ Perugini, la qual cosa molto andava a sua intenzione; e vedendo

la discordia del passo col comune di Firenze, di presente cavalcò

alla compagnia, e trovò che gli ambasciadori del nostro comune erano

rivocati; e volendosi ritornare a Firenze, egli li ritenne, e disse,

ch’a niuno partito volea che la compagnia valicasse contro a volontà

del comune nè per lo suo contado; e con gli ambasciadori insieme

trovarono questa via; che essendo la compagnia in Valdilamone dovesse

passare da Marradi, e dappoi passare tra Castiglione e Biforco, e

ricidere da Belforte e Dicomano, e da indi a Vicorata, e poi a Isola,

e da Isola a san Leolino, e quindi a Bibbiena; e i detti ambasciadori

promisono, che ’l comune di Firenze per cinque di loro apparecchierebbe

panatica, prendendo derrata per danaio, e in quelli luoghi donde

dovea essere loro trapasso. Questa concordia fatta senza mandato a’

Fiorentini non dispiacque, perchè parea in parte conforme a’ patti che

i Fiorentini aveano con loro. E per tanto con sollicitudine procedea il

comune, che la vittuaglia fosse apparecchiata ne’ luoghi ragionati per

li quali doveano passare, e già n’era cominciata a mandare a Dicomano.

Gli ambasciadori erano rimasi nella compagnia come il conte avea voluto

per più sicurtà di sua condotta, ma non per mandato ch’avessono dal

loro comune.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 77 / 233 题