_Di novità di Forlì._
Bene che paia assai disonesto e fuori di ragione, che li prelati che
dovrebbono essere correggitori de’ difetti e peccati de’ secolari
s’inviluppino e rivolgano in quelli, e massimamente in quelli errori
mondani che più paiono orribili e abominevoli, come sono tradimenti,
o se volemo più onesto parlare, trattati, nondimeno per la corrotta
usanza del malvagio tempo che corre, non pare si disdica a coloro che
sono posti da santa Chiesa alla cura de’ suoi beni temporali, tutto
che cherici sieno, usare arte di tradigione. Per questa larga e non
dannata licenza, l’abate di Clugnì legato di papa in Romagna, avendo
fatto tenere certo trattato con le guardie d’alquante bertesche della
città di Forlì, le quali gli doveano essere date, mandò della sua gente
una notte intorno di seicento tra a piè e a cavallo, e presonle, ed
entrarono nella terra; e se avessono avuto con loro più forte braccio
n’erano signori. I cittadini, per l’improvviso e subito assalto non
sbigottiti, insieme col capitano francamente si fedirono tra loro
ch’erano entrati, e per forza gli ripinsono di fuori, avendone morti
e presi una parte di quelli che più s’erano messi innanzi; intra gli
altri rimase preso il figliuolo del conte Bandino di Montegranelli; e
gli altri si fuggirono senza avere caccia fuori della terra, e tornarsi
al legato beffati.