CAP. XXXI.

_Come da prima in città di Firenze furono accusati certi cittadini per

ghibellini._

Essendo entrati nuovi capitani di parte guelfa, messer Simone

de’ Bardi, e messer Uguccione Buondelmonti, Migliore Guadagni, e

Massaiozzo Raffacani, e de’ quali non v’era ma’ ma’ uno ch’avesse

stato in comune, e tutti erano animosi ad accendere e suscitare lo

scandalo incominciato pe’ loro precessori; e però furono in concordia

di cominciare l’esecuzione dell’iniqua legge, e accolsono al palagio

della parte certi eletti d’industria, uomini affocati nella volontà

d’abbattere i cittadini de’ loro ufici, e de’ loro stati e onori per

invidia, sotto titolo di dichiararli ghibellini o non veri guelfi. E

per adempire la sfrenata volontà, misono e nominarono per ghibellini

catuno cui e’ voleano a’ loro segreti squittini, e ivi furono nominati

grandi e popolari di molte case e famiglie delle maggiori, e migliori

e più stanti della città di Firenze, antichi cittadini e amatori del

loro comune e di parte guelfa: e recati al partito tra così discreto

collegio, chiunque aveva più boci di essere ghibellino, o non vero

guelfo, insaccavano in cedole, per trarli fuori a parte a parte, e

accusarli e farli condannare, eziandio che di nazione e d’operazione

si trovassono nella verità essere veri e diritti guelfi; e nel primo

squittino insaccarono da settanta cittadini di nome e di stato,

come detto è. Dopo questi levato il saggio dell’accuse, dovevano

insaccare degli altri, perocchè lungamente vi si penava a farli; e

bollendo già tutta la città di questa perversa operazione, e parendo

a catuno buono cittadino male stare, si cominciarono a destare, e a

richiedere gli amici, e a pregare i capitani; e i capitani vedendo

la commozione, cominciarono a tentare, e a reprimersi della loro

opinione contro a’ potenti, cui già avevano insaccati per accusare.

Ma per dare cominciamento al fatto, elessono cinque cittadini, de’

quali pensarono avere minore resistenza; nondimeno accolsono prima

alla parte d’auzzetti di loro seguito più di dugento uomini: e formata

loro accusa di quattro, di cui si poteva alcuna cosa sospicciare

ne’ libri della parte, benchè certo non fosse, acciocchè ’l loro

cominciamento con alcuno verisimile atasse la corrotta intenzione, a

dì otto di marzo andarono i capitani in persona colla compagnia de’

sopraddetti richiesti al potestà, e disonestamente, e fuori d’ogni

consuetudine, accusarono per ghibellino Neri di Giuntino Alamanni, e

Mannetto Mazzetti, Giovanni di Lapaccio Girolami di porta santa Maria,

e Giovanni Bianciardi cambiatore: catuno aveva avuti lievi ufici per lo

tempo passato; ex abrutto gli feciono condannare, e certi altri feciono

rinunziare all’uficio, in che erano de’ cinque della mercatanzia.

A niuno potè valere alcuna scusa. E avendo i capitani cominciata in

parte la loro esecuzione, cominciarono a essere temuti e ridottati

da tutti i cittadini, e chi non si sentiva ben forte, dava opera con

preghiere e con servigi, con doni e con danari di riparare alla sua

fortuna, ch’era nelle mani de’ capitani della parte guelfa. E per

seguire i detti capitani il loro prospero cominciamento, e sventurato

e reo alla comunanza, a dì 5 d’aprile anni 1358, avendo animo di fare

più e maggiore fascio, ma ristretti dal mormorio del popolo, e della

infamia che già correa di loro, si ristrinsono, e fedirono nel molle,

lasciando degli squittinati, e facendo ad arbitrio, n’accusarono

altri otto; ciò furono, Domenico di Lapo Bandini, Mazza Ramaglianti,

Cambio Nucci speziale, Giovanni Rizza, Piero di Lippo Bonagrazia,

Iacopo del Vigna, Christofano di Francesco Cosi, e Michele Lapi; e

tutti gli feciono condannare, senz’essere uditi a ragione, in libbre

cinquecento per uno. E a dì 21 del detto mese, avendo fatto nuovo

squittino, e avvolti ne’ loro sacelli grandissima quantità di buoni e

di cari cittadini, e di quelli delle maggiori case popolari di Firenze

di catuno quartiere, ch’a nominarle non sarebbe onesto, ed essendo per

rivelazione del loro segreto squittino già noto a tutti, la città tutta

si doleva, e grave infamia si spandea diversamente, non senza scandalo,

che l’uno biasimava, e l’altro lodava la mala operazione, ma in genero

tutti i buoni uomini guelfi biasimavano la legge sopra ciò fatta, e

la esecuzione che ne seguitava; e per questo abbassarono ancora la

loro furia i capitani. Ma volendo pur fare male, anche rifedirono

nel molle: e lasciandoli squittinati, ciascuno accusò il suo cui e’

volle: ed essendo senza colpa d’aver preso uficio, e da potersi con

giustizia difendere, feciono condannare Niccolò di Bartolo del Buono,

Simone Bertini, Sandro de’ Portinari, e Giovanni Mattei. Lasceremo

ora addietro alcune altre cose che prima occorsono che quello ch’al

presente seguita, per congiugnere a questa materia alcuna temperanza

di rimedio fatto per bene, che poi s’usò in male, com’è usanza, non del

comune, ma degl’iniqui cittadini.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 35 / 233 题