_Come da prima in città di Firenze furono accusati certi cittadini per
ghibellini._
Essendo entrati nuovi capitani di parte guelfa, messer Simone
de’ Bardi, e messer Uguccione Buondelmonti, Migliore Guadagni, e
Massaiozzo Raffacani, e de’ quali non v’era ma’ ma’ uno ch’avesse
stato in comune, e tutti erano animosi ad accendere e suscitare lo
scandalo incominciato pe’ loro precessori; e però furono in concordia
di cominciare l’esecuzione dell’iniqua legge, e accolsono al palagio
della parte certi eletti d’industria, uomini affocati nella volontà
d’abbattere i cittadini de’ loro ufici, e de’ loro stati e onori per
invidia, sotto titolo di dichiararli ghibellini o non veri guelfi. E
per adempire la sfrenata volontà, misono e nominarono per ghibellini
catuno cui e’ voleano a’ loro segreti squittini, e ivi furono nominati
grandi e popolari di molte case e famiglie delle maggiori, e migliori
e più stanti della città di Firenze, antichi cittadini e amatori del
loro comune e di parte guelfa: e recati al partito tra così discreto
collegio, chiunque aveva più boci di essere ghibellino, o non vero
guelfo, insaccavano in cedole, per trarli fuori a parte a parte, e
accusarli e farli condannare, eziandio che di nazione e d’operazione
si trovassono nella verità essere veri e diritti guelfi; e nel primo
squittino insaccarono da settanta cittadini di nome e di stato,
come detto è. Dopo questi levato il saggio dell’accuse, dovevano
insaccare degli altri, perocchè lungamente vi si penava a farli; e
bollendo già tutta la città di questa perversa operazione, e parendo
a catuno buono cittadino male stare, si cominciarono a destare, e a
richiedere gli amici, e a pregare i capitani; e i capitani vedendo
la commozione, cominciarono a tentare, e a reprimersi della loro
opinione contro a’ potenti, cui già avevano insaccati per accusare.
Ma per dare cominciamento al fatto, elessono cinque cittadini, de’
quali pensarono avere minore resistenza; nondimeno accolsono prima
alla parte d’auzzetti di loro seguito più di dugento uomini: e formata
loro accusa di quattro, di cui si poteva alcuna cosa sospicciare
ne’ libri della parte, benchè certo non fosse, acciocchè ’l loro
cominciamento con alcuno verisimile atasse la corrotta intenzione, a
dì otto di marzo andarono i capitani in persona colla compagnia de’
sopraddetti richiesti al potestà, e disonestamente, e fuori d’ogni
consuetudine, accusarono per ghibellino Neri di Giuntino Alamanni, e
Mannetto Mazzetti, Giovanni di Lapaccio Girolami di porta santa Maria,
e Giovanni Bianciardi cambiatore: catuno aveva avuti lievi ufici per lo
tempo passato; ex abrutto gli feciono condannare, e certi altri feciono
rinunziare all’uficio, in che erano de’ cinque della mercatanzia.
A niuno potè valere alcuna scusa. E avendo i capitani cominciata in
parte la loro esecuzione, cominciarono a essere temuti e ridottati
da tutti i cittadini, e chi non si sentiva ben forte, dava opera con
preghiere e con servigi, con doni e con danari di riparare alla sua
fortuna, ch’era nelle mani de’ capitani della parte guelfa. E per
seguire i detti capitani il loro prospero cominciamento, e sventurato
e reo alla comunanza, a dì 5 d’aprile anni 1358, avendo animo di fare
più e maggiore fascio, ma ristretti dal mormorio del popolo, e della
infamia che già correa di loro, si ristrinsono, e fedirono nel molle,
lasciando degli squittinati, e facendo ad arbitrio, n’accusarono
altri otto; ciò furono, Domenico di Lapo Bandini, Mazza Ramaglianti,
Cambio Nucci speziale, Giovanni Rizza, Piero di Lippo Bonagrazia,
Iacopo del Vigna, Christofano di Francesco Cosi, e Michele Lapi; e
tutti gli feciono condannare, senz’essere uditi a ragione, in libbre
cinquecento per uno. E a dì 21 del detto mese, avendo fatto nuovo
squittino, e avvolti ne’ loro sacelli grandissima quantità di buoni e
di cari cittadini, e di quelli delle maggiori case popolari di Firenze
di catuno quartiere, ch’a nominarle non sarebbe onesto, ed essendo per
rivelazione del loro segreto squittino già noto a tutti, la città tutta
si doleva, e grave infamia si spandea diversamente, non senza scandalo,
che l’uno biasimava, e l’altro lodava la mala operazione, ma in genero
tutti i buoni uomini guelfi biasimavano la legge sopra ciò fatta, e
la esecuzione che ne seguitava; e per questo abbassarono ancora la
loro furia i capitani. Ma volendo pur fare male, anche rifedirono
nel molle: e lasciandoli squittinati, ciascuno accusò il suo cui e’
volle: ed essendo senza colpa d’aver preso uficio, e da potersi con
giustizia difendere, feciono condannare Niccolò di Bartolo del Buono,
Simone Bertini, Sandro de’ Portinari, e Giovanni Mattei. Lasceremo
ora addietro alcune altre cose che prima occorsono che quello ch’al
presente seguita, per congiugnere a questa materia alcuna temperanza
di rimedio fatto per bene, che poi s’usò in male, com’è usanza, non del
comune, ma degl’iniqui cittadini.