_Della pace del re d’Ungheria a’ Veneziani._
Avendo i Veneziani consumato il tempo della matta follía, la quale
a torto aveano sostenuta per molti anni contro al re d’Ungheria con
molto loro danno, si disposono di comune consentimento che dal re si
procacciasse buona e fedele pace; e per poterla avere, liberamente il
comune si rimesse in lui, acconci di fare tutti i suoi comandamenti
delle terre d’Istria, e di Schiavonia e di Dalmazia, che per loro
si possedeano, e che oltre a questo gli fosse offerto ogni ammenda
di danari e d’altre cose ch’alla sua signoria piacesse di volere da’
Veneziani; e fatti de’ maggiori della loro città solenni ambasciadori,
con pieno mandato alle predette cose li mandarono al re; il quale
sentendo la liberalità di quel comune, graziosamente li ricevette; e
udita l’ambasciata, come magnanimo signore, disse, ch’era contento
di riavere tutte le terre del suo reame, e che quelle si levassono
al tutto del titolo del loro doge, sicchè mai per innanzi nè ’l doge
nè ’l comune se ne titolasse; e quando questo fosse fatto, intendea
co’ Veneziani avere buona pace. Ammenda di danari, disse, che non
volea, perocch’e’ non era cupido nè bisognoso di pecunia, ma volea per
ammenda e per titolo d’amicizia, che quando e’ richiedesse il comune
di Vinegia, fosse tenuto di darli armate a sua volontà ogni volta
che le domandasse infino in ventiquattro galee alle spese del re. E
come egli divisò, di buona volontà tutto fu accettato, e promesso di
fare fedelmente per autorità degli ambasciadori, e ferma la pace;
e incontanente feciono rendere il castello di Giadra, e tutte le
terre che teneano in Schiavonia, e in Dalmazia e in Istria che al
re s’apparteneano, e dentro vi misono la gente del re d’Ungheria, e
del titolo del doge le levarono tutte; e il re, del mese di febbraio
anno detto, mandò suoi ambasciadori, i quali restituirono al comune
di Vinegia Colligrano, e tutte le castella che gli Ungheri teneano
in Trevigiana, e con grande allegrezza e festa de’ Veneziani feciono
pubblicare e bandire la pace; e fu in patto, che tutti i gentili
uomini di Trevigiana rimanessono in pace col comune di Vinegia, e
liberi possessori delle loro tenute e castella. E fatto solenne onore
agli ambasciadori del re, feciono per loro decreto in consiglio che
di niuna materia di guerra si dovesse ragionare, e che catuno si
dirizzasse al navicare e a fare mercatanzia. Costoro straccati della
guerra conobbono il beneficio della pace; il nostro comune infastidito
di troppo tranquillo stato, cercò materia di grande turbamento della
cittadinanza, come appresso racconteremo.