CAP. XXIV.

_Cominciamenti di nuovi scandali nella città di Firenze._

Era la città di Firenze in questi tempi in grande tranquillità e pace

dentro, e di fuori non avea nemici, e con tutti i comuni e signori

d’Italia era in amicizia, non avendo contro ad alcuno voluto pigliare

parte, e con tutti quelli ch’aveano guerra travagliatosi della pace,

e la novità del porto di Talamone non inducea guerra. La città dentro

per l’ordine de’ divieti delle famiglie de’ popolani, quando alcuno era

tratto agli ufici de’ collegi, aveva fatto venire il reggimento del

comune in molte genti d’ogni ragione, e ’l più in artefici minuti, e

in singulari e nuovi cittadini, e a costoro quasi non toccava divieto

perchè non erano di consorteria, sicchè frequentemente ritornavano agli

ufici, e’ grandi e potenti cittadini delle gran famiglie vi tornavano

di rado. Ancora poca distinzione si faceva per uno comune buono stato

degli uomini: e chi era senza vergogna, a’ tempi che s’insaccavano per

squittino generale gli uomini all’uficio del priorato, si provvedea

dinanzi con gli amici, e colle preghiere, e con doni, e con spessi

conviti; e per questo modo più indegni e illiciti uomini si ritrovavano

agli ufici, che virtuosi e degni. Nondimeno la cittadinanza era più

unita al comune bene, e le sette aveano meno luogo, e i nuovi e piccoli

cittadini negli ufici non aveano ardire di far male nella infanzia

de’ loro magistrati. Nondimeno in grande fallo e pericoloso correa

la repubblica di non riparare a’ manifesti falli che si commettevano

negli squittini, come detto è. Ma certi uomini grandi e popolari

avvedendosi dell’errore del comune, con grave e sagace malizia, e a

fine reo di divenire tirannelli, s’avvisarono insieme, e quello che

si dovea, e potea racconciare con ordine di buona legge e onesta al

fare degli squittini, convertirono sotto il titolo della parte guelfa,

dicendo, ch’e’ ghibellini occupavano gli ufici, e che se i guelfi non

riparassono a questo, poteano pensare di perdere tosto loro stato

e la franchigia del comune, la cui franchigia mantenea la libertà

in Italia. E di vero la parte guelfa è fondamento e rocca ferma e

stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per

modo che se alcuno guelfo divien tiranno, convien per forza ch’e’

diventi ghibellino, e di ciò spesso s’è veduta la sperienza; sicchè

grande beneficio del nostro comune è a mantenere e accrescere la parte

guelfa. Costoro, avendo conceputa la malizia, e conferita con certi

delle grandi famiglie, dicendo, che quello che intendeano fare sarebbe

materia al comune d’abbreviare i divieti, presono conforto e favore

di venire alla loro intenzione. E succedendo all’uficio del capitanato

della parte de’ caporali che la coperta iniquità aveano conceputa, per

potere con loro seguito avere a tutti i cittadini guelfi e ghibellini

il bastone sopra capo, e potere le loro spezialità sotto il detto

bastone in comune e in diviso adempiere; ed essendo allora per consueto

ordine due cavalieri de’ grandi e due popolani capitani, raccozzò

la fortuna certi cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua

condizione, messer Guelfo Gherardini, messer Geri de’ Pazzi, Tommaso

di Serontino Brancacci, Simone di ser Giovanni Siminetti, cittadini

grandi e popolari di pessima e iniqua condizione. I grandi astuti e

cupidi d’uficio, e d’avere poveri, dispetti e detratti degli onori

del comune per non sapere usare la virtù col senno; gli altri popolari

erano conferenti a’ grandi nelle predette cose, fuori che negli ufici

usurpati più per procaccio che per virtù. Costoro tutti in concordia

traendo non al bisogno, o al beneficio del comune o della parte, ma a

quel fine che già è detto, ordinarono una petizione, che in sustanza

contenne, che quale cittadino o contadino di Firenze, ghibellino o non

vero guelfo, avesse avuto per addietro, o avesse per innanzi alcuno

uficio del comune di Firenze, potesse essere accusato palesemente e

occultamente, non nominando eziandio l’accusatore; e che approvandosi

l’accusa per sei testimoni di pubblica fama, che l’accusato fesse

ghibellino o non vero guelfo, essendo i testimoni approvati per uomini

degni da potere portare testimonianza, per li capitani della parte,

e per li consoli delle loro arti, dovesse l’accusato e provato, com’è

detto, essere condannato ad arbitrio della signoria ch’avesse l’accusa

innanzi, nella testa o in quantità di moneta, ch’almeno fosse libbre

cinquecento di fiorini piccioli, e rimosso da ogni uficio e onore del

comune; e ch’e’ testimoni non potessono essere riprovati di falso.

E portata l’iniqua petizione per li detti capitani a’ signori e a’

collegi, ed esaminata, parendo loro ch’ella fosse iniqua e ingiusta,

non la vollono ammettere nè diliberare tra loro. Per la qual cosa i

capitani gli abominavano contro alla parte, e di loro seguaci raunarono

più di dugento cittadini scelti a loro modo, e con essi sotto il titolo

della difensione di parte guelfa, a cui niuno s’opponeva, andarono

con grande baldanza a’ priori e al consiglio, e dissono, ch’e’ non

si partirebbono di là, che la petizione sarebbe diliberata, e così

convenne che si facesse; e vinta fu a dì 15 di gennaio anno detto.

E avuta la petizione alla loro malvagia intenzione, di presente si

racchiusono insieme nel palagio della parte, e per loro squittini

feciono capitani, e priori, e consiglieri di parte di loro seguito

per molti anni, con assai pubblica, sfacciata, e disonesta spezialtà,

e sotto falso nome di parte guelfa trovando modo di distruggere e

d’abbassare il giusto e santo nome di quella, ebbono podere di fare

ogni cosa secondo il loro disordinato appetito. Della qual cosa seguitò

subitamente grande inquietazione del tranquillo e buono stato del

comune, e tutti i cittadini disposti a volere fare i fatti loro, e

non concorrenti alla sconcia setta, stavano sospesi di loro stato e di

loro onore: e comune turbazione ne cadde tra’ cittadini, e appresso ne

seguitarono sconce ingiurie e gravi pericoli alla nostra città, come

leggendo innanzi pe’ tempi si potrà comprendere.

Cronica di Matteo Villani, vol. 4 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 28 / 233 题