_Cominciamenti di nuovi scandali nella città di Firenze._
Era la città di Firenze in questi tempi in grande tranquillità e pace
dentro, e di fuori non avea nemici, e con tutti i comuni e signori
d’Italia era in amicizia, non avendo contro ad alcuno voluto pigliare
parte, e con tutti quelli ch’aveano guerra travagliatosi della pace,
e la novità del porto di Talamone non inducea guerra. La città dentro
per l’ordine de’ divieti delle famiglie de’ popolani, quando alcuno era
tratto agli ufici de’ collegi, aveva fatto venire il reggimento del
comune in molte genti d’ogni ragione, e ’l più in artefici minuti, e
in singulari e nuovi cittadini, e a costoro quasi non toccava divieto
perchè non erano di consorteria, sicchè frequentemente ritornavano agli
ufici, e’ grandi e potenti cittadini delle gran famiglie vi tornavano
di rado. Ancora poca distinzione si faceva per uno comune buono stato
degli uomini: e chi era senza vergogna, a’ tempi che s’insaccavano per
squittino generale gli uomini all’uficio del priorato, si provvedea
dinanzi con gli amici, e colle preghiere, e con doni, e con spessi
conviti; e per questo modo più indegni e illiciti uomini si ritrovavano
agli ufici, che virtuosi e degni. Nondimeno la cittadinanza era più
unita al comune bene, e le sette aveano meno luogo, e i nuovi e piccoli
cittadini negli ufici non aveano ardire di far male nella infanzia
de’ loro magistrati. Nondimeno in grande fallo e pericoloso correa
la repubblica di non riparare a’ manifesti falli che si commettevano
negli squittini, come detto è. Ma certi uomini grandi e popolari
avvedendosi dell’errore del comune, con grave e sagace malizia, e a
fine reo di divenire tirannelli, s’avvisarono insieme, e quello che
si dovea, e potea racconciare con ordine di buona legge e onesta al
fare degli squittini, convertirono sotto il titolo della parte guelfa,
dicendo, ch’e’ ghibellini occupavano gli ufici, e che se i guelfi non
riparassono a questo, poteano pensare di perdere tosto loro stato
e la franchigia del comune, la cui franchigia mantenea la libertà
in Italia. E di vero la parte guelfa è fondamento e rocca ferma e
stabile della libertà d’Italia, e contraria a tutte le tirannie, per
modo che se alcuno guelfo divien tiranno, convien per forza ch’e’
diventi ghibellino, e di ciò spesso s’è veduta la sperienza; sicchè
grande beneficio del nostro comune è a mantenere e accrescere la parte
guelfa. Costoro, avendo conceputa la malizia, e conferita con certi
delle grandi famiglie, dicendo, che quello che intendeano fare sarebbe
materia al comune d’abbreviare i divieti, presono conforto e favore
di venire alla loro intenzione. E succedendo all’uficio del capitanato
della parte de’ caporali che la coperta iniquità aveano conceputa, per
potere con loro seguito avere a tutti i cittadini guelfi e ghibellini
il bastone sopra capo, e potere le loro spezialità sotto il detto
bastone in comune e in diviso adempiere; ed essendo allora per consueto
ordine due cavalieri de’ grandi e due popolani capitani, raccozzò
la fortuna certi cittadini grandi e popolari di pessima e iniqua
condizione, messer Guelfo Gherardini, messer Geri de’ Pazzi, Tommaso
di Serontino Brancacci, Simone di ser Giovanni Siminetti, cittadini
grandi e popolari di pessima e iniqua condizione. I grandi astuti e
cupidi d’uficio, e d’avere poveri, dispetti e detratti degli onori
del comune per non sapere usare la virtù col senno; gli altri popolari
erano conferenti a’ grandi nelle predette cose, fuori che negli ufici
usurpati più per procaccio che per virtù. Costoro tutti in concordia
traendo non al bisogno, o al beneficio del comune o della parte, ma a
quel fine che già è detto, ordinarono una petizione, che in sustanza
contenne, che quale cittadino o contadino di Firenze, ghibellino o non
vero guelfo, avesse avuto per addietro, o avesse per innanzi alcuno
uficio del comune di Firenze, potesse essere accusato palesemente e
occultamente, non nominando eziandio l’accusatore; e che approvandosi
l’accusa per sei testimoni di pubblica fama, che l’accusato fesse
ghibellino o non vero guelfo, essendo i testimoni approvati per uomini
degni da potere portare testimonianza, per li capitani della parte,
e per li consoli delle loro arti, dovesse l’accusato e provato, com’è
detto, essere condannato ad arbitrio della signoria ch’avesse l’accusa
innanzi, nella testa o in quantità di moneta, ch’almeno fosse libbre
cinquecento di fiorini piccioli, e rimosso da ogni uficio e onore del
comune; e ch’e’ testimoni non potessono essere riprovati di falso.
E portata l’iniqua petizione per li detti capitani a’ signori e a’
collegi, ed esaminata, parendo loro ch’ella fosse iniqua e ingiusta,
non la vollono ammettere nè diliberare tra loro. Per la qual cosa i
capitani gli abominavano contro alla parte, e di loro seguaci raunarono
più di dugento cittadini scelti a loro modo, e con essi sotto il titolo
della difensione di parte guelfa, a cui niuno s’opponeva, andarono
con grande baldanza a’ priori e al consiglio, e dissono, ch’e’ non
si partirebbono di là, che la petizione sarebbe diliberata, e così
convenne che si facesse; e vinta fu a dì 15 di gennaio anno detto.
E avuta la petizione alla loro malvagia intenzione, di presente si
racchiusono insieme nel palagio della parte, e per loro squittini
feciono capitani, e priori, e consiglieri di parte di loro seguito
per molti anni, con assai pubblica, sfacciata, e disonesta spezialtà,
e sotto falso nome di parte guelfa trovando modo di distruggere e
d’abbassare il giusto e santo nome di quella, ebbono podere di fare
ogni cosa secondo il loro disordinato appetito. Della qual cosa seguitò
subitamente grande inquietazione del tranquillo e buono stato del
comune, e tutti i cittadini disposti a volere fare i fatti loro, e
non concorrenti alla sconcia setta, stavano sospesi di loro stato e di
loro onore: e comune turbazione ne cadde tra’ cittadini, e appresso ne
seguitarono sconce ingiurie e gravi pericoli alla nostra città, come
leggendo innanzi pe’ tempi si potrà comprendere.