V.

Nessuno aveva osato di richiudere il balcone dov'era caduto il

Mazzagrogna. Il cadavere giaceva in un'attitudine scomposta. Poichè

i ribelli, per essere liberi, avevan lasciata l'antenna contro la

ringhiera, anche il corpo sanguinoso del messo, a cui qualche membro

era stato reciso con la scure, scorgevasi a traverso le cortine

gonfiate dal vento. La sera era profonda. Le stelle riscintillavano

senza fine. Qualche stoppia bruciava in lontananza.

Udendo i colpi contro le porte, il duca d'Ofena volle ancora tentare

una prova. Don Filippo, istupidito dal terrore, teneva gli occhi

chiusi; non parlava più. Carletto Grua, con la testa fasciata, si

rannicchiava tutto in un angolo, battendo i denti nella febbre e nella

paura, seguendo con i poveri occhi fuori dell'orbita ogni passo, ogni

gesto, ogni moto del suo signore. I servi erano rifugiati quasi tutti

nelle soffitte. Pochi rimanevano nelle stanze contigue.

Don Luigi li radunò, li rianimò; li armò di pistole o di fucile; quindi

a ciascuno assegnò un posto dietro il davanzale d'una finestra o tra

le persiane d'un balcone. Ciascuno doveva tirare su la folla, con la

maggior possibile celerità di colpi, in silenzio, senza esporsi.

— Avanti!

Il fuoco incominciò. Don Luigi sperava nel pànico. Egli stesso caricava

e scaricava le sue lunghe pistole con un meraviglioso vigore, senza

stancarsi. Come la moltitudine era densa, nessun colpo falliva.

Le grida, che si levavano ad ogni scarica, eccitavano i servi e

n'aumentavano l'ardore. Già lo scompiglio invadeva gli ammutinati.

Molti fuggivano, lasciando a terra i feriti.

Allora dal servidorame partì un urlo di vittoria:

— Viva il duca d'Ofena!

Quelli uomini vili ora s'imbaldanzivano, vedendo le spalle del nemico.

Non rimanevano più nascosti, nè più tiravano alla cieca, ma si erano

alzati in piedi, fieramente, e cercavano di colpire nel segno. Ed ogni

volta che vedevan cadere uno, gittavano l'urlo:

— Viva il duca!

In poco, il palazzo fu libero d'assedio. D'intorno i feriti si

lamentavano. I residui delle canne, che ancora ardevano al suolo,

gittavan su' corpi bagliori incerti, suscitavan riflessi da qualche

pozza di sangue, o stridevano spegnendosi. Il vento era cresciuto;

ed investiva gli elci con alto stormire. I latrati dei cani si

rispondevano per tutta la valle.

Inebriati dalla vittoria, grondanti per la fatica, i servi discesero a

rifocillarsi. Tutti erano incolumi. Bevevano senza misura, e facevano

gazzarra. Alcuni proclamavano i nomi di quelli che essi avevan colpito,

e ne descrivevano il modo della caduta, buffonescamente. I bracchieri

desumevano le similitudini dalla selvaggina. Un cuciniere si vantò

d'aver ucciso il terribile Rocco Furci. Alimentate dal vino, le

millanterie si moltiplicavano.

Le Novelle della Pescara · 第 61 / 101 题