Un urlo immenso l'accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti
vennero lì sotto a radunarsi. Il chiarore illuminava i volti animati
dalla bramosia della strage, l'acciaro degli schioppi, i ferri delle
scuri. I portatori di fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di
farina, per difendersi dalle faville; e tra quel bianco i loro occhi
sanguigni brillavano singolarmente. Il fumo nero saliva nell'aria,
disperdendosi rapido. Tutte le fiamme si allungavano da una banda,
spinte dal vento, sibilanti, come capellature infernali. Le canne più
sottili e più secche si accendevano, si torcevano, rosseggiavano, si
spezzavano, scoppiettavano come razzi, in un attimo. Ed era una vista
allegra.
— Mazzagrogna! Mazzagrogna! A morte il ruffiano! A morte il guercio! —
gridavano tutti, accalcandosi per iscagliar più da vicino l'insulto.
Il Mazzagrogna stese una mano, come per sedare i clamori; raccolse
tutta la potenza vocale; e incominciò col nome del re, quasi
promulgasse una legge, per incutere al popolo il rispetto.
— In nome di S. M. Ferdinando II, per la grazia di Dio, re delle Due
Sicilie, di Gerusalemme...
— A morte il ladro!
Due, tre schioppettate risonarono fra le grida; e l'arringatore,
colpito al petto e alla fronte, vacillò, agitò in alto le mani e cadde
in avanti. Nel cadere, la testa entrò fra l'un ferro e l'altro della
ringhiera e penzolò di fuori come una zucca. Il sangue gocciolava sul
terreno sottostante.
Il caso rallegrò il popolo. Lo schiamazzo saliva alle stelle.
Allora i portatori dell'antenna con l'impiccato vennero sotto il
balcone e accostarono Vincenzio Murro al maggiordomo. Mentre l'antenna
oscillava nell'aria, il popolo stava intento al congiungimento
dei due morti, quasi ammutolito. Un poeta improvviso, alludendo
all'occhio albino del Mazzagrogna e a quello cisposo del messo, gittò a
squarciagola un sospetto:
— _Affàccet' a 'ssa fenêstre, ùocchie fritte,
Ca t' è mmenut' a ccandà 'lu scacazzate!_
Un vasto scroscio di risa accolse lo scherno del poeta; e le risa si
propagarono di bocca in bocca, come un tuono d'acque cadenti giù pe'
sassi d'una china.
Un poeta rivale gridò:
— _Vide che ssòrt' ha da 'vé 'ssu cecàte!
S' affranghe de chiude 'l'ùocchie quande se mòre._
Le risa si rinnovellarono.
Un terzo gridò:
— _O faccia de cecòria mmàle còtte!
Tenète lu chelòre de la mòrte!_
Altri distici volarono al Mazzagrogna. Una gioia feroce aveva invaso
gli animi. La vista e l'odore del sangue inebriavano i più vicini.
Tommaso di Beffi e Rocco Furci vennero a contesa di destrezza nel
colpire con una sassata il cranio penzoloni dell'ucciso ancor caldo.
Ad ogni colpo il cranio si moveva e dava sangue. La pietra di Rocco
Furci alla fine colpì nel mezzo, levando un suono secco. Gli spettatori
applaudirono. Ma erano sazii ormai del Mazzagrogna.
Di nuovo sorse il grido:
— Cassàura! Cassàura! Il duca! A morte! Fabrizio e Ferdinandino
Scioli s'insinuavano tra la folla ed istigavano i facinorosi. Una
terribile sassaiuola si levò contro le finestre del palazzo, fitta
come una grandine, mista di schioppettate. I vetri cadevano addosso
agli assalitori. Le pietre rimbalzavano. Rimasero feriti non pochi dei
circostanti.
Terminati i sassi, consumato il piombo, Ferdinandino Scioli gridò:
— A terra le porte!
E il grido, ripetuto da tante bocche, tolse al duca d'Ofena ogni
speranza di salvezza.