IV.

Un urlo immenso l'accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti

vennero lì sotto a radunarsi. Il chiarore illuminava i volti animati

dalla bramosia della strage, l'acciaro degli schioppi, i ferri delle

scuri. I portatori di fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di

farina, per difendersi dalle faville; e tra quel bianco i loro occhi

sanguigni brillavano singolarmente. Il fumo nero saliva nell'aria,

disperdendosi rapido. Tutte le fiamme si allungavano da una banda,

spinte dal vento, sibilanti, come capellature infernali. Le canne più

sottili e più secche si accendevano, si torcevano, rosseggiavano, si

spezzavano, scoppiettavano come razzi, in un attimo. Ed era una vista

allegra.

— Mazzagrogna! Mazzagrogna! A morte il ruffiano! A morte il guercio! —

gridavano tutti, accalcandosi per iscagliar più da vicino l'insulto.

Il Mazzagrogna stese una mano, come per sedare i clamori; raccolse

tutta la potenza vocale; e incominciò col nome del re, quasi

promulgasse una legge, per incutere al popolo il rispetto.

— In nome di S. M. Ferdinando II, per la grazia di Dio, re delle Due

Sicilie, di Gerusalemme...

— A morte il ladro!

Due, tre schioppettate risonarono fra le grida; e l'arringatore,

colpito al petto e alla fronte, vacillò, agitò in alto le mani e cadde

in avanti. Nel cadere, la testa entrò fra l'un ferro e l'altro della

ringhiera e penzolò di fuori come una zucca. Il sangue gocciolava sul

terreno sottostante.

Il caso rallegrò il popolo. Lo schiamazzo saliva alle stelle.

Allora i portatori dell'antenna con l'impiccato vennero sotto il

balcone e accostarono Vincenzio Murro al maggiordomo. Mentre l'antenna

oscillava nell'aria, il popolo stava intento al congiungimento

dei due morti, quasi ammutolito. Un poeta improvviso, alludendo

all'occhio albino del Mazzagrogna e a quello cisposo del messo, gittò a

squarciagola un sospetto:

— _Affàccet' a 'ssa fenêstre, ùocchie fritte,

Ca t' è mmenut' a ccandà 'lu scacazzate!_

Un vasto scroscio di risa accolse lo scherno del poeta; e le risa si

propagarono di bocca in bocca, come un tuono d'acque cadenti giù pe'

sassi d'una china.

Un poeta rivale gridò:

— _Vide che ssòrt' ha da 'vé 'ssu cecàte!

S' affranghe de chiude 'l'ùocchie quande se mòre._

Le risa si rinnovellarono.

Un terzo gridò:

— _O faccia de cecòria mmàle còtte!

Tenète lu chelòre de la mòrte!_

Altri distici volarono al Mazzagrogna. Una gioia feroce aveva invaso

gli animi. La vista e l'odore del sangue inebriavano i più vicini.

Tommaso di Beffi e Rocco Furci vennero a contesa di destrezza nel

colpire con una sassata il cranio penzoloni dell'ucciso ancor caldo.

Ad ogni colpo il cranio si moveva e dava sangue. La pietra di Rocco

Furci alla fine colpì nel mezzo, levando un suono secco. Gli spettatori

applaudirono. Ma erano sazii ormai del Mazzagrogna.

Di nuovo sorse il grido:

— Cassàura! Cassàura! Il duca! A morte! Fabrizio e Ferdinandino

Scioli s'insinuavano tra la folla ed istigavano i facinorosi. Una

terribile sassaiuola si levò contro le finestre del palazzo, fitta

come una grandine, mista di schioppettate. I vetri cadevano addosso

agli assalitori. Le pietre rimbalzavano. Rimasero feriti non pochi dei

circostanti.

Terminati i sassi, consumato il piombo, Ferdinandino Scioli gridò:

— A terra le porte!

E il grido, ripetuto da tante bocche, tolse al duca d'Ofena ogni

speranza di salvezza.

Le Novelle della Pescara · 第 60 / 101 题