Ora, mentre il duca d'Ofena, sicuro d'aver per quella notte
almeno scongiurato ogni pericolo, era solo intento a custodire il
piagnucolante Carletto, improvvisi bagliori si ripercossero in uno
specchio e nuovi clamori si levarono tra il fischiar del libeccio,
sotto il palazzo. Al tempo medesimo apparvero quattro o cinque servi,
che il fumo aveva quasi soffocati mentre dormivano ubriachi nelle
stanze basse. Essi non avevano ancora riacquistati gli spiriti;
barcollavano senza poter parlare poichè si sentivan la lingua torpida.
Altri sopraggiunsero.
— Il fuoco! Il fuoco!
Tremavano gli uni addossati agli altri, come una greggia. La viltà
nativa li occupava novamente. Avevano tutti i sensi ottusi, come in
un sogno. Non sapevano quel che dovevano fare. Nè ancora la perfetta
consapevolezza del pericolo li stimolava a cercare uno scampo.
Sorpreso, il duca dapprima restò perplesso. Ma Carletto Grua, vedendo
entrare il fumo e udendo quel singolare ruggito che fanno le fiamme
nel nutrirsi, si mise a strillare così acutamente e a far gesti così
forsennati che Don Filippo si destò dal grave sopore in cui era caduto
e vide la morte.
La morte era inevitabile. Il fuoco, sotto il costante soffio del
vento, propagavasi con una stupenda celerità per tutta la vecchia
ossatura dell'edifizio, divorando ogni cosa, suscitando da ogni cosa
vampe mobili, fluide, canore. Le vampe correvano lievi su le pareti,
lambivano le tappezzerie, esitavano un istante a fior del tessuto, si
colorivano di tinte mutevoli e vaghe, penetravano nella trama con mille
lingue sottilissime e vibranti, parevano infondere per un attimo nelle
figure murali uno spirito, accendere per un attimo su la bocca delle
ninfe e delle iddie un riso non mai veduto, muovere per un attimo le
loro attitudini e i loro gesti immobili. Passavan oltre, in fuga sempre
più luminosa; si avvolgevano alle suppellettili di legno, conservando
fino all'ultimo la loro forma, così da farle apparire tutte materiate
di piropi che d'un tratto si disgregavano e s'incenerivano come per
incanti. Le voci delle vampe erano innumerevoli; formavano un vasto
coro, una profonda armonia, come d'una selva dai milioni di foglie,
come d'un organo dai milioni di canne. Già appariva ad intervalli,
nelle aperture fragorose, il cielo puro con le sue corone di stelle.
Omai tutto il palazzo era in potere del fuoco.
— Salvami! Salvami! — gridò il vecchio, tentando invano di sorgere,
sentendo già sotto di sè sprofondare il pavimento, sentendosi accecare
dall'implacabile rossore. — Salvami!
Con uno sforzo supremo giunse a levarsi. E si mise a correre, col
tronco inclinato innanzi, saltellando a piccoli passi incalzanti,
come spinto da un irresistibile impulso progressivo, agitando le mani
informi, finchè cadde fulminato, già preda del fuoco, sgonfiandosi e
rappigliandosi come una vescica.
Ora di tratto in tratto le grida del popolo aumentavano, e salivan
più alto dell'incendio. I servi, pazzi di terrore e di dolore, mezzo
riarsi, si precipitavano dalle finestre e venivano a cadere morti sul
suolo; o mal vivi, ed eran finiti. Ad ogni caduta rispondeva un maggior
clamore.
— Il duca! Il duca! — gridavano i barbari, malcontenti, perchè volevano
veder precipitare il tirannello col suo bagascione.
— Eccolo! Eccolo! È lui!
— Giù! Giù! Ti vogliamo!
— Muori, cane! Muori! Muori! Muori!
Su la porta grande, proprio in cospetto del popolo, apparve Don
Luigi con le vesti in fiamme portando su le spalle il corpo inerte di
Carletto Grua. Egli aveva tutto il volto bruciato, irriconoscibile; non
aveva quasi più capelli, nè barba. Ma camminava a traverso l'incendio,
impavido, non anche morto, poichè valeva a sostener gli spiriti quello
stesso atroce dolore.
Da prima il popolo ammutolì. Poi di nuovo proruppe in urli e in gesti,
aspettando con ferocia che la gran vittima venisse a spirargli dinanzi.
— Qui, qui, cane! Ti vogliamo veder morire!
Don Luigi udì, a traverso le fiamme, l'ultime ingiurie. Raccolse tutta
l'anima in un atto di scherno indescrivibile. Quindi voltò le spalle; e
disparve per sempre dove più ruggiva il fuoco.