VI.

Ora, mentre il duca d'Ofena, sicuro d'aver per quella notte

almeno scongiurato ogni pericolo, era solo intento a custodire il

piagnucolante Carletto, improvvisi bagliori si ripercossero in uno

specchio e nuovi clamori si levarono tra il fischiar del libeccio,

sotto il palazzo. Al tempo medesimo apparvero quattro o cinque servi,

che il fumo aveva quasi soffocati mentre dormivano ubriachi nelle

stanze basse. Essi non avevano ancora riacquistati gli spiriti;

barcollavano senza poter parlare poichè si sentivan la lingua torpida.

Altri sopraggiunsero.

— Il fuoco! Il fuoco!

Tremavano gli uni addossati agli altri, come una greggia. La viltà

nativa li occupava novamente. Avevano tutti i sensi ottusi, come in

un sogno. Non sapevano quel che dovevano fare. Nè ancora la perfetta

consapevolezza del pericolo li stimolava a cercare uno scampo.

Sorpreso, il duca dapprima restò perplesso. Ma Carletto Grua, vedendo

entrare il fumo e udendo quel singolare ruggito che fanno le fiamme

nel nutrirsi, si mise a strillare così acutamente e a far gesti così

forsennati che Don Filippo si destò dal grave sopore in cui era caduto

e vide la morte.

La morte era inevitabile. Il fuoco, sotto il costante soffio del

vento, propagavasi con una stupenda celerità per tutta la vecchia

ossatura dell'edifizio, divorando ogni cosa, suscitando da ogni cosa

vampe mobili, fluide, canore. Le vampe correvano lievi su le pareti,

lambivano le tappezzerie, esitavano un istante a fior del tessuto, si

colorivano di tinte mutevoli e vaghe, penetravano nella trama con mille

lingue sottilissime e vibranti, parevano infondere per un attimo nelle

figure murali uno spirito, accendere per un attimo su la bocca delle

ninfe e delle iddie un riso non mai veduto, muovere per un attimo le

loro attitudini e i loro gesti immobili. Passavan oltre, in fuga sempre

più luminosa; si avvolgevano alle suppellettili di legno, conservando

fino all'ultimo la loro forma, così da farle apparire tutte materiate

di piropi che d'un tratto si disgregavano e s'incenerivano come per

incanti. Le voci delle vampe erano innumerevoli; formavano un vasto

coro, una profonda armonia, come d'una selva dai milioni di foglie,

come d'un organo dai milioni di canne. Già appariva ad intervalli,

nelle aperture fragorose, il cielo puro con le sue corone di stelle.

Omai tutto il palazzo era in potere del fuoco.

— Salvami! Salvami! — gridò il vecchio, tentando invano di sorgere,

sentendo già sotto di sè sprofondare il pavimento, sentendosi accecare

dall'implacabile rossore. — Salvami!

Con uno sforzo supremo giunse a levarsi. E si mise a correre, col

tronco inclinato innanzi, saltellando a piccoli passi incalzanti,

come spinto da un irresistibile impulso progressivo, agitando le mani

informi, finchè cadde fulminato, già preda del fuoco, sgonfiandosi e

rappigliandosi come una vescica.

Ora di tratto in tratto le grida del popolo aumentavano, e salivan

più alto dell'incendio. I servi, pazzi di terrore e di dolore, mezzo

riarsi, si precipitavano dalle finestre e venivano a cadere morti sul

suolo; o mal vivi, ed eran finiti. Ad ogni caduta rispondeva un maggior

clamore.

— Il duca! Il duca! — gridavano i barbari, malcontenti, perchè volevano

veder precipitare il tirannello col suo bagascione.

— Eccolo! Eccolo! È lui!

— Giù! Giù! Ti vogliamo!

— Muori, cane! Muori! Muori! Muori!

Su la porta grande, proprio in cospetto del popolo, apparve Don

Luigi con le vesti in fiamme portando su le spalle il corpo inerte di

Carletto Grua. Egli aveva tutto il volto bruciato, irriconoscibile; non

aveva quasi più capelli, nè barba. Ma camminava a traverso l'incendio,

impavido, non anche morto, poichè valeva a sostener gli spiriti quello

stesso atroce dolore.

Da prima il popolo ammutolì. Poi di nuovo proruppe in urli e in gesti,

aspettando con ferocia che la gran vittima venisse a spirargli dinanzi.

— Qui, qui, cane! Ti vogliamo veder morire!

Don Luigi udì, a traverso le fiamme, l'ultime ingiurie. Raccolse tutta

l'anima in un atto di scherno indescrivibile. Quindi voltò le spalle; e

disparve per sempre dove più ruggiva il fuoco.

Le Novelle della Pescara · 第 62 / 101 题