Violetta Kutufà era venuta a Pescara nel mese di gennaio, in tempo
di carnevale, con una compagnia di cantatori. Ella diceva d'essere
una Greca dell'Arcipelago, di aver cantato in un teatro di Corfù al
cospetto del re degli Elleni e di aver fatto impazzire d'amore un
ammiraglio d'Inghilterra. Era una donna di forme opulente, di pelle
bianchissima. Aveva due braccia straordinariamente carnose e piene di
piccole fosse che apparivano rosee ad ogni moto; e le piccole fosse
e le anella e tutte le altre grazie proprie di un corpo infantile
rendevano singolarmente piacevole e fresca e quasi ridente la sua
pinguedine. I lineamenti del volto erano un po' volgari: gli occhi
color tané, pieni di pigrizia; le labbra grandi, piatte e come
schiacciate. Il naso non rivelava l'origine greca: era corto, un poco
erto, con le narici larghe e respiranti. I capelli, neri, abbondavano.
Ed ella parlava con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo
quasi sempre. La sua voce spesso diventava roca, d'improvviso.
Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano nell'aspettazione.
I cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti,
nel loro incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine. Ma la
persona su cui tutta l'attenzione converse fu Violetta Kutufà.
Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia e chiusa
da alamari d'oro, e sul capo una specie di tôcco tutto di pelliccia,
chino un po' da una parte. Andava sola, camminando speditamente;
entrava nelle botteghe, trattava con un certo disdegno i bottegai, si
lagnava della mediocrità delle merci, usciva senza aver nulla comprato:
cantarellava, con noncuranza.
Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano
annunziavano la rappresentazione della _Contessa d'Amalfi_. Il nome
di Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie. Gli animi dei
Pescaresi si accendevano. La sera aspettata giunse.
Il teatro era in una sala dell'antico Ospedal militare, all'estremità
del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga come
un corridoio: il palco scenico, tutto di legname e di carta dipinta,
s'inalzava pochi palmi da terra; contro le pareti maggiori stavano le
tribune, costruite d'assi e di tavole, ricoperte di bandiere tricolori,
ornate di festoni. Il sipario, opera insigne di Cucuzzitto figlio di
Cucuzzitto, raffigurava la Tragedia, la Comedia e la Musica allacciate
come le tre Grazie e trasvolanti sul ponte a battelli sotto cui passava
la Pescara turchina. Le sedie, tolte alle chiese, occupavano metà della
platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano il resto.
Verso le sette la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando
fece il giro del paese; e si fermò quindi al teatro. La marcia
fragorosa sollevava gli animi al passaggio. Le signore fremevano
d'impazienza, nei loro belli abiti di seta. La sala rapidamente si
empì.
Su le tribune raggiava una corona di signore e di signorine
gloriosissima. Teodolinda Pomàrici, la filodrammatica sentimentale e
linfatica, sedeva accanto a Fermina Memma la _mascula_. Le Fusilli,
venute da Castellammare, grandi fanciulle dagli occhi nerissimi,
vestite di una eguale stoffa rosea, tutte con i capelli stretti in
treccia giù per la schiena, ridevano forte e gesticolavano. Emilia
d'Annunzio volgeva attorno i belli occhi lionati con un'aria di tedio
infinito. Mariannina Cortese faceva segni col ventaglio a Donna Rachele
Profeta che stava di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele
Carabba ragionava di tavolini parlanti e di apparizioni. Le maestre
Del Gado, vestite tutt'e due di seta cangiante, con mantellette di
moda antichissime e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze d'acciaio,
tacevano, compunte, forse stordite dalla novità del caso, forse pentite
d'esser venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii tossiva
continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle rosso; bianca bianca,
bionda bionda, sottile sottile.
Nelle prime sedie della platea sedevano gli ottimati. Don Giovanni
Ussorio primeggiava, bene curato nella persona, con magnifici calzoni a
quadri bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con alle dita
e alla camicia una gran quantità di oreficeria chietina. Don Antonio
Brattella, membro dell'Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la
grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro
ch'era grosso come un'albicocca acerba, raccontava, a voce alta, il
dramma lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo dalla sua
bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana. Gli altri su le sedie si
agitavano con maggiore o minore importanza. Il dottore Panzoni lottava
in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto in tanto faceva un
rumore che si confondeva con il la degli strumenti preludianti.
— Pss! psss! pssss!
Nel teatro il silenzio divenne profondo. All'alzarsi della tela, la
scena era vuota. Il suono d'un violoncello veniva di tra le quinte.
Uscì Tilde, e cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una torma di
allievi e di amici, e intonò un coro. Poi Tilde si avvicinò pianamente
alla finestra.
Oh! come lente l'ore
Sono al desio!...
Nel pubblico incominciava la commozione, poichè doveva essere imminente
un duetto di amore. Tilde, in verità, era un _primo soprano_ non molto
giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura biondastra
che le ricopriva insufficentemente il cranio; e, con la faccia bianca
di cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata che fosse
nascosta dentro una parrucca di canapa.
Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come aveva il petto
singolarmente incavato, le gambe un po' curve, rassomigliava un
cucchiaio a doppio manico, su 'l quale fosse appiccicata una di quelle
teste di vitello raschiate e pulite che si veggono talvolta nelle
mostre dei beccai.
Tilde! il tuo labbro è muto,
Abbassi al suol gli sguardi.
Un tuo gentil saluto,
Dimmi, perchè mi tardi?
È la tua man tremante....
Fanciulla mia, perchè?
E Tilde, con un impeto di sentimento:
In sì solenne istante
Tu lo domandi a me?
Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del cavaliere Petrella
deliziavano le orecchie degli uditori. Tutte le signore stavano chinate
sul parapetto delle tribune, immobili, attente; e i loro volti, battuti
dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano.
Un cangiar di paradiso
Il morir ci sembrerà!
Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch'era un uomo
corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice.
Egli cantava fiorentinamente, aspirando le c iniziali, anzi addirittura
sopprimendole talvolta.
Non sai tu che piombo è a ippiede
La atena oniugale?
Ma quando nel suo canto nominò alfine _d'Amalfi la contessa_, corse nel
pubblico un fremito lungo. La contessa era desiderata, invocata.
Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:
— Quando viene?
Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall'alto la risposta:
— Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell'atto secondo! Nell'atto
secondo!
Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il
sipario calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così
incominciava. Un gran susurro correva per la platea, per le tribune,
crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei
macchinisti. Quel lavorìo invisibile aumentava l'aspettazione.
Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase gli animi.
L'apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in
prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in un giardino
fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s'inchinavano. La
contessa d'Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico
regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a
passi concitati.
Fu una sera d'ebrezza, e l'alma mia
N'è piena ancor....
La sua voce era disuguale, talvolta stridula, ma spesso poderosa,
acutissima. Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il
miagolìo tenero di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due
fazioni: le donne stavano per Tilde; gli uomini, per Leonora.
A' vezzi miei resistere
Non è sì facil gioco...
Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei passi, una procacità
che inebriava ed accendeva i celibi avvezzi alle flosce Veneri del
vico di Sant'Agostino, e i mariti stanchi delle scipitezze coniugali.
Tutti guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice, le spalle grasse
e bianche, dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano
ridere.
Alla fine dell'_a solo_ gli applausi scoppiarono con un fragore
immenso. Poi lo svenimento della contessa, le simulazioni dinanzi al
duca Carnioli, il principio del duetto, tutte le scene suscitarono
applausi. Nella sala s'era addensato il calore: per le tribune i
ventagli s'agitavano confusamente, e nello sventolìo le facce feminili
apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una colonna,
in un'attitudine d'amorosa contemplazione, e fu rischiarata dalla luce
lunare d'un _bengala_, mentre Egidio cantava la romanza soave. Don
Antonio Brattella disse forte:
— È grande!
Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo, si mise a battere le
mani, solo. Gli altri imposero silenzio, poichè volevano ascoltare. Don
Giovanni rimase confuso.
Tutto d'amore, tutto ha favella:
La luna, il zeffiro, le stelle, il mar....
Le teste degli uditori, al ritmo della melodia petrelliana,
ondeggiavano, se bene la voce di Egidio era ingrata; e gli occhi
si deliziavano, se bene la luce della luna era fumosa e un po'
giallognola. Ma quando, dopo un contrasto di passione e di seduzione,
la contessa d'Amalfi incamminandosi verso il giardino riprese la
romanza, la romanza che ancora vibrava nelle anime, il diletto degli
uditori fu tanto che molti sollevavano il capo e l'abbandonavano un
poco in dietro quasi per gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi
tra i fiori.
La barca è presta.... deh vieni, o bella!
Amor c'invita.... vivere è amar.
In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero Don Giovanni Ussorio
che, fuori di sè, preso da una specie di furore musicale ed erotico,
acclamava senza fine:
— Brava! Brava! Brava!
Disse Don Paolo Seccia, forte:
— 'O vi', 'o vi', s'è 'mpazzito Ussorio!
Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del
Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pomàrici
rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità
e cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce
serpentine. Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne
proteggevano, non le rampogne di Sertorio e Carnioli, non le canzonette
dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze
delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla
voluttà antecedente. — Leonora! Leonora!
E Leonora ricomparve a braccio del conte di Lara, scendendo da un
padiglione. E toccò il culmine del trionfo.
Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d'argento e di
fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo
di piede allo strascico e scoprendo nell'atto la caviglia. Poi,
inframmezzando le parole di mille vezzi e di mille lezii, cantò fra
giocosa e beffarda:
Io son la farfalla che scherza tra i fiori....
Quasi un delirio prese il pubblico a quell'aria già nota. La contessa
d'Amalfi, sentendo salire fino a sè l'ammirazione ardente degli uomini
e la cupidigia, s'inebriò, moltiplicò le seduzioni del gesto e del
passo; salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa,
segnata dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.
Son l'ape che solo di mèle si pasce;
M'inebrio all'azzurro d'un limpido ciel....
Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con tale intensità che gli occhi
parevano volergli uscir fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un
po' di bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro dell'Areopago di
Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che disse, in ultimo:
— Colossale!