II.

Violetta Kutufà era venuta a Pescara nel mese di gennaio, in tempo

di carnevale, con una compagnia di cantatori. Ella diceva d'essere

una Greca dell'Arcipelago, di aver cantato in un teatro di Corfù al

cospetto del re degli Elleni e di aver fatto impazzire d'amore un

ammiraglio d'Inghilterra. Era una donna di forme opulente, di pelle

bianchissima. Aveva due braccia straordinariamente carnose e piene di

piccole fosse che apparivano rosee ad ogni moto; e le piccole fosse

e le anella e tutte le altre grazie proprie di un corpo infantile

rendevano singolarmente piacevole e fresca e quasi ridente la sua

pinguedine. I lineamenti del volto erano un po' volgari: gli occhi

color tané, pieni di pigrizia; le labbra grandi, piatte e come

schiacciate. Il naso non rivelava l'origine greca: era corto, un poco

erto, con le narici larghe e respiranti. I capelli, neri, abbondavano.

Ed ella parlava con un accento molle, esitando ad ogni parola, ridendo

quasi sempre. La sua voce spesso diventava roca, d'improvviso.

Quando la compagnia giunse, i Pescaresi smaniavano nell'aspettazione.

I cantatori forestieri furono ammirati per le vie, nei loro gesti,

nel loro incedere, nel loro vestire, e in ogni loro attitudine. Ma la

persona su cui tutta l'attenzione converse fu Violetta Kutufà.

Ella portava una specie di giacca scura orlata di pelliccia e chiusa

da alamari d'oro, e sul capo una specie di tôcco tutto di pelliccia,

chino un po' da una parte. Andava sola, camminando speditamente;

entrava nelle botteghe, trattava con un certo disdegno i bottegai, si

lagnava della mediocrità delle merci, usciva senza aver nulla comprato:

cantarellava, con noncuranza.

Per le vie, nelle piazzette, su tutti i muri, grandi scritture a mano

annunziavano la rappresentazione della _Contessa d'Amalfi_. Il nome

di Violetta Kutufà risplendeva in lettere vermiglie. Gli animi dei

Pescaresi si accendevano. La sera aspettata giunse.

Il teatro era in una sala dell'antico Ospedal militare, all'estremità

del paese, verso la marina. La sala era bassa, stretta e lunga come

un corridoio: il palco scenico, tutto di legname e di carta dipinta,

s'inalzava pochi palmi da terra; contro le pareti maggiori stavano le

tribune, costruite d'assi e di tavole, ricoperte di bandiere tricolori,

ornate di festoni. Il sipario, opera insigne di Cucuzzitto figlio di

Cucuzzitto, raffigurava la Tragedia, la Comedia e la Musica allacciate

come le tre Grazie e trasvolanti sul ponte a battelli sotto cui passava

la Pescara turchina. Le sedie, tolte alle chiese, occupavano metà della

platea. Le panche, tolte alle scuole, occupavano il resto.

Verso le sette la banda comunale prese a sonare in piazza e sonando

fece il giro del paese; e si fermò quindi al teatro. La marcia

fragorosa sollevava gli animi al passaggio. Le signore fremevano

d'impazienza, nei loro belli abiti di seta. La sala rapidamente si

empì.

Su le tribune raggiava una corona di signore e di signorine

gloriosissima. Teodolinda Pomàrici, la filodrammatica sentimentale e

linfatica, sedeva accanto a Fermina Memma la _mascula_. Le Fusilli,

venute da Castellammare, grandi fanciulle dagli occhi nerissimi,

vestite di una eguale stoffa rosea, tutte con i capelli stretti in

treccia giù per la schiena, ridevano forte e gesticolavano. Emilia

d'Annunzio volgeva attorno i belli occhi lionati con un'aria di tedio

infinito. Mariannina Cortese faceva segni col ventaglio a Donna Rachele

Profeta che stava di fronte. Donna Rachele Bucci con Donna Rachele

Carabba ragionava di tavolini parlanti e di apparizioni. Le maestre

Del Gado, vestite tutt'e due di seta cangiante, con mantellette di

moda antichissime e con certe cuffie luccicanti di pagliuzze d'acciaio,

tacevano, compunte, forse stordite dalla novità del caso, forse pentite

d'esser venute a uno spettacolo profano. Costanza Lesbii tossiva

continuamente, rabbrividendo sotto lo scialle rosso; bianca bianca,

bionda bionda, sottile sottile.

Nelle prime sedie della platea sedevano gli ottimati. Don Giovanni

Ussorio primeggiava, bene curato nella persona, con magnifici calzoni a

quadri bianchi e neri, con soprabito di castoro lucido, con alle dita

e alla camicia una gran quantità di oreficeria chietina. Don Antonio

Brattella, membro dell'Areopago di Marsiglia, un uomo spirante la

grandezza da tutti i pori e specialmente dal lobo auricolare sinistro

ch'era grosso come un'albicocca acerba, raccontava, a voce alta, il

dramma lirico di Giovanni Peruzzini; e le parole, uscendo dalla sua

bocca, acquistavano una rotondità ciceroniana. Gli altri su le sedie si

agitavano con maggiore o minore importanza. Il dottore Panzoni lottava

in vano contro le lusinghe del sonno e di tanto in tanto faceva un

rumore che si confondeva con il la degli strumenti preludianti.

— Pss! psss! pssss!

Nel teatro il silenzio divenne profondo. All'alzarsi della tela, la

scena era vuota. Il suono d'un violoncello veniva di tra le quinte.

Uscì Tilde, e cantò. Poi uscì Sertorio, e cantò. Poi entrò una torma di

allievi e di amici, e intonò un coro. Poi Tilde si avvicinò pianamente

alla finestra.

Oh! come lente l'ore

Sono al desio!...

Nel pubblico incominciava la commozione, poichè doveva essere imminente

un duetto di amore. Tilde, in verità, era un _primo soprano_ non molto

giovine; portava un abito azzurro; aveva una capellatura biondastra

che le ricopriva insufficentemente il cranio; e, con la faccia bianca

di cipria, rassomigliava a una costoletta cruda e infarinata che fosse

nascosta dentro una parrucca di canapa.

Egidio venne. Egli era il tenore giovine. Come aveva il petto

singolarmente incavato, le gambe un po' curve, rassomigliava un

cucchiaio a doppio manico, su 'l quale fosse appiccicata una di quelle

teste di vitello raschiate e pulite che si veggono talvolta nelle

mostre dei beccai.

Tilde! il tuo labbro è muto,

Abbassi al suol gli sguardi.

Un tuo gentil saluto,

Dimmi, perchè mi tardi?

È la tua man tremante....

Fanciulla mia, perchè?

E Tilde, con un impeto di sentimento:

In sì solenne istante

Tu lo domandi a me?

Il duetto crebbe in tenerezza. Le melodie del cavaliere Petrella

deliziavano le orecchie degli uditori. Tutte le signore stavano chinate

sul parapetto delle tribune, immobili, attente; e i loro volti, battuti

dal riflesso del verde delle bandiere, impallidivano.

Un cangiar di paradiso

Il morir ci sembrerà!

Tilde uscì; ed entrò, cantando, il duca Carnioli ch'era un uomo

corpulento e truculento e zazzeruto come ad un baritono si addice.

Egli cantava fiorentinamente, aspirando le c iniziali, anzi addirittura

sopprimendole talvolta.

Non sai tu che piombo è a ippiede

La atena oniugale?

Ma quando nel suo canto nominò alfine _d'Amalfi la contessa_, corse nel

pubblico un fremito lungo. La contessa era desiderata, invocata.

Chiese Don Giovanni Ussorio a Don Antonio Brattella:

— Quando viene?

Rispose Don Antonio, lasciando cadere dall'alto la risposta:

— Oh, mio Dio, Don Giovà! Non sapete? Nell'atto secondo! Nell'atto

secondo!

Il sermone di Sertorio fu ascoltato con una certa impazienza. Il

sipario calò fra applausi deboli. Il trionfo di Violetta Kutufà così

incominciava. Un gran susurro correva per la platea, per le tribune,

crescendo, mentre si udivano dietro il sipario i colpi di martello dei

macchinisti. Quel lavorìo invisibile aumentava l'aspettazione.

Quando il sipario si alzò, una specie di stupore invase gli animi.

L'apparato scenico parve meraviglioso. Tre arcate si prolungavano in

prospettiva, illuminate; e quella di mezzo terminava in un giardino

fantastico. Alcuni paggi stavano sparsi qua e là, e s'inchinavano. La

contessa d'Amalfi, tutta vestita di velluto rosso, con uno strascico

regale, con le braccia e le spalle nude, rosea nella faccia, entrò a

passi concitati.

Fu una sera d'ebrezza, e l'alma mia

N'è piena ancor....

La sua voce era disuguale, talvolta stridula, ma spesso poderosa,

acutissima. Produsse nel pubblico un effetto singolare, dopo il

miagolìo tenero di Tilde. Subitamente il pubblico si divise in due

fazioni: le donne stavano per Tilde; gli uomini, per Leonora.

A' vezzi miei resistere

Non è sì facil gioco...

Leonora aveva nelle attitudini, nei gesti, nei passi, una procacità

che inebriava ed accendeva i celibi avvezzi alle flosce Veneri del

vico di Sant'Agostino, e i mariti stanchi delle scipitezze coniugali.

Tutti guardavano, ad ogni volgersi della cantatrice, le spalle grasse

e bianche, dove al gioco delle braccia rotonde due fossette parevano

ridere.

Alla fine dell'_a solo_ gli applausi scoppiarono con un fragore

immenso. Poi lo svenimento della contessa, le simulazioni dinanzi al

duca Carnioli, il principio del duetto, tutte le scene suscitarono

applausi. Nella sala s'era addensato il calore: per le tribune i

ventagli s'agitavano confusamente, e nello sventolìo le facce feminili

apparivano e sparivano. Quando la contessa si appoggiò a una colonna,

in un'attitudine d'amorosa contemplazione, e fu rischiarata dalla luce

lunare d'un _bengala_, mentre Egidio cantava la romanza soave. Don

Antonio Brattella disse forte:

— È grande!

Don Giovanni Ussorio, con un impeto subitaneo, si mise a battere le

mani, solo. Gli altri imposero silenzio, poichè volevano ascoltare. Don

Giovanni rimase confuso.

Tutto d'amore, tutto ha favella:

La luna, il zeffiro, le stelle, il mar....

Le teste degli uditori, al ritmo della melodia petrelliana,

ondeggiavano, se bene la voce di Egidio era ingrata; e gli occhi

si deliziavano, se bene la luce della luna era fumosa e un po'

giallognola. Ma quando, dopo un contrasto di passione e di seduzione,

la contessa d'Amalfi incamminandosi verso il giardino riprese la

romanza, la romanza che ancora vibrava nelle anime, il diletto degli

uditori fu tanto che molti sollevavano il capo e l'abbandonavano un

poco in dietro quasi per gorgheggiare insieme con la sirena perdentesi

tra i fiori.

La barca è presta.... deh vieni, o bella!

Amor c'invita.... vivere è amar.

In quel punto Violetta Kutufà conquistò intero Don Giovanni Ussorio

che, fuori di sè, preso da una specie di furore musicale ed erotico,

acclamava senza fine:

— Brava! Brava! Brava!

Disse Don Paolo Seccia, forte:

— 'O vi', 'o vi', s'è 'mpazzito Ussorio!

Tutte le signore guardavano Ussorio, stordite, smarrite. Le maestre Del

Gado scorrevano il rosario, sotto le mantelline. Teodolinda Pomàrici

rimaneva estatica. Soltanto le Fusilli conservavano la loro vivacità

e cinguettavano, tutte rosee, facendo guizzare nei movimenti le trecce

serpentine. Nel terzo atto, non i morenti sospiri di Tilde che le donne

proteggevano, non le rampogne di Sertorio e Carnioli, non le canzonette

dei popolani, non il monologo del malinconico Egidio, non le allegrezze

delle dame e dei cavalieri ebbero virtù di distrarre il pubblico dalla

voluttà antecedente. — Leonora! Leonora!

E Leonora ricomparve a braccio del conte di Lara, scendendo da un

padiglione. E toccò il culmine del trionfo.

Ella aveva ora un abito violetto, ornato di galloni d'argento e di

fermagli enormi. Si volse verso la platea, dando un piccolo colpo

di piede allo strascico e scoprendo nell'atto la caviglia. Poi,

inframmezzando le parole di mille vezzi e di mille lezii, cantò fra

giocosa e beffarda:

Io son la farfalla che scherza tra i fiori....

Quasi un delirio prese il pubblico a quell'aria già nota. La contessa

d'Amalfi, sentendo salire fino a sè l'ammirazione ardente degli uomini

e la cupidigia, s'inebriò, moltiplicò le seduzioni del gesto e del

passo; salì con la voce a supreme altitudini. La sua gola carnosa,

segnata dalla collana di Venere, palpitava ai gorgheggi, scoperta.

Son l'ape che solo di mèle si pasce;

M'inebrio all'azzurro d'un limpido ciel....

Don Giovanni Ussorio, rapito, guardava con tale intensità che gli occhi

parevano volergli uscir fuori delle orbite. Il barone Cappa faceva un

po' di bava, incantato. Don Antonio Brattella, membro dell'Areopago di

Marsiglia, gonfiò, gonfiò, fin che disse, in ultimo:

— Colossale!

Le Novelle della Pescara · 第 51 / 101 题