III.

E Violetta Kutufà così conquistò Pescara.

Per oltre un mese le rappresentazioni dell'opera del cavaliere Petrella

si seguirono con favore crescente. Il teatro era sempre pieno, gremito.

Le acclamazioni a Leonora scoppiavano furiose ad ogni fine di romanza.

Un singolare fenomeno avveniva: tutta la popolazione di Pescara pareva

presa da una specie di manìa musicale; tutta la vita pescarese pareva

chiusa nel circolo magico di una melodia unica, di quella ov'è la

farfalla che scherza tra i fiori. Da per tutto, in tutte le ore, in

tutti i modi, in tutte le possibili variazioni, in tutti gli strumenti,

con una persistenza stupefacente, quella melodia si ripeteva; e

l'imagine di Violetta Kutufà collegavasi alle note cantanti, come,

Dio mi perdoni, agli accordi dell'organo l'imagine del Paradiso.

Le facoltà musiche e liriche, le quali nel popolo aternino sono

nativamente vivissime, ebbero allora una espansione senza limiti. I

monelli fischiavano per le vie; tutti i dilettanti sonatori provavano.

Donna Lisetta Memma sonava l'aria sul gravicembalo, dall'alba al

tramonto; Don Antonio Brattella la sonava sul flauto; Don Domenico

Quaquino sul clarinetto; Don Giacomo Palusci, il prete, su una sua

vecchia spinetta rococò; Don Vincenzo Rapagnetta sul violoncello; Don

Vincenzo Ranieri su la tromba; Don Nicola d'Annunzio sul violino. Dai

bastioni di Sant'Agostino all'Arsenale e dalla Pescheria alla Dogana, i

vari suoni si mescolavano e contrastavano e discordavano. Nelle prime

ore del pomeriggio il paese pareva un qualche grande ospizio di pazzi

incurabili. Perfino gli arrotini, affilando i coltelli alla ruota,

cercavano di seguire con lo stridore del ferro e della cote il ritmo.

Com'era tempo di carnevale, nella sala del teatro fu dato un festino

pubblico.

Il giovedì grasso, alle dieci di sera, la sala fiammeggiava di candele

steariche, odorava di mortelle, risplendeva di specchi. Le maschere

entravano a stuoli. I pulcinelli predominavano. Sopra un palco,

fasciato di veli verdi e constellato di stelle di carta argentea,

l'orchestra incominciò a sonare. Don Giovanni Ussorio entrò.

Egli era vestito da gentiluomo spagnuolo, e pareva un conte di Lara

più grasso. Un berretto azzurro con una lunga piuma bianca gli copriva

la calvizie; un piccolo mantello di velluto rosso gli ondeggiava su le

spalle, gallonato d'oro. L'abito metteva più in vista la prominenza

del ventre e la picciolezza delle gambe. I capelli, lucidi di olii

cosmetici, parevano una frangia artificiale attaccata intorno al

berretto ed erano più neri del consueto.

Un pulcinella impertinente, passando, strillò con la voce falsa:

— Mamma mia!

E fece un gesto di orrore così buffonesco, dinanzi al travestimento di

Don Giovanni, che in torno molte risa scampanellarono. La Ciccarina,

tutta rosea dentro il cappuccio nero della bautta, simile a un bel

fiore di carne, rideva d'un riso luminosissimo, dondolandosi fra due

arlecchini cenciosi.

Don Giovanni si perse tra la folla, con dispetto. Egli cercava Violetta

Kutufà. I sarcasmi delle altre maschere lo inseguivano e lo ferivano.

D'un tratto egli s'incontrò in un secondo gentiluomo di Spagna, in un

secondo conte di Lara. Riconobbe Don Antonio Brattella, ed ebbe una

fitta al cuore. Già tra quei due uomini la rivalità era scoppiata.

— Quanto 'sta nespola? — squittì Don Donato Brandimarte, velenosamente,

alludendo all'escrescenza carnosa che il membro dell'Areopago di

Marsiglia aveva nell'orecchio sinistro.

Don Giovanni esultò di una gioia feroce. I due rivali si guardarono e

si osservarono dal capo alle piante; e si mantennero sempre l'uno poco

discosto dall'altro, pur girando tra la folla.

Alle undici, nella folla corse una specie di agitazione. Violetta

Kutufà entrava.

Ella era vestita diabolicamente, con un dominò nero a lungo cappuccio

scarlatto e con una mascherina scarlatta su la faccia. Il mento rotondo

e niveo, la bocca grossa e rossa si vedevano a traverso un sottil velo.

Gli occhi, allungati e resi un po' obliqui dalla maschera, parevano

ridere.

Tutti la riconobbero, subito; e tutti quasi fecero ala al passaggio

di lei. Don Antonio Brattella si avanzò, leziosamente, da una parte.

Dall'altra si avanzò Don Giovanni. Violetta Kutufà ebbe un rapido

sguardo per gli anelli che brillavano alle dita di quest'ultimo. Indi

prese il braccio dell'Areopagita. Ella rideva, e camminava con un certo

vivace ondeggiare de' lombi. L'Areopagita, parlandole e dicendole le

sue solite gonfie stupidezze, la chiamava contessa, e intercalava nel

discorso i versi lirici di Giovanni Peruzzini. Ella rideva e si piegava

verso di lui e premeva il braccio di lui, ad arte, perchè gli ardori e

gli sdilinquimenti di quel brutto e vano signore la dilettavano. A un

certo punto, l'Areopagita, ripetendo le parole del conte di Lara nel

melodramma petrelliano, disse, anzi sommessamente cantò:

— Poss'io dunque sperarrr?

Violetta Kutufà rispose, come Leonora:

— Chi ve lo vieta?... Addio.

E, vedendo Don Giovanni poco discosto, si staccò dal cavaliere

affascinato e si attaccò all'altro che già da qualche tempo seguiva con

occhi pieni d'invidia e di dispetto gli avvolgimenti della coppia tra

la folla danzante.

Don Giovanni tremò, come un giovincello al primo sguardo della

fanciulla adorata. Poi, preso da un impeto glorioso, trasse la

cantatrice nella danza. Egli girava affannosamente, con il naso sul

seno della donna; e il mantello gli svolazzava dietro, la piuma gli si

piegava, rivi di sudore misti ad olii cosmetici gli colavano giù per

le tempie. Non potendo più, si fermò. Traballava per la vertigine. Due

mani lo sorressero; e una voce beffarda gli disse nell'orecchio:

— Don Giovà, riprendete fiato!

Era la voce dell'Areopagita, il quale a sua volta trasse la bella nella

danza.

Egli ballava tenendo il braccio sinistro arcuato sul fianco, battendo

il piede ad ogni cadenza, cercando parer leggiero e molle come una

piuma, con atti di grazia così goffi e con smorfie così scimmiescamente

mobili che intorno a lui le risa e i motti dei pulcinelli cominciarono

a grandinare.

— Un soldo si paga, signori!

— Ecco l'orso della Polonia, che balla come un cristiano! Mirate,

signori!

— Chi vuol nespoleeee? Chi vuol nespoleeee?

— 'O vi'! 'O vi'! L'urangutango!

Don Antonio fremeva, dignitosamente, pur seguitando a ballare.

In torno a lui altre coppie giravano. La sala si era empita di

gente variissima; e nel gran calore le candele ardevano con una

fiamma rossiccia, tra i festoni di mortella. Tutta quella agitazione

multicolore si rifletteva negli specchi.

La Ciccarina, la figlia di Montagna, la figlia di Suriano, le sorelle

Montanaro apparivano e sparivano, mettendo nella folla l'irraggiamento

della loro fresca bellezza plebea. Donna Teodolinda Pomàrici, alta e

sottile, vestita di raso azzurro, come una madonna, si lasciava portare

trasognata; e i capelli sciolti in anella le fluttuavano su gli omeri.

Costanzella Caffè, la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici

e la più bionda, volava da una estremità all'altra in un baleno.

Amalia Solofra, la rossa dai capelli quasi fiammeggianti, vestita da

forosetta, con audacia senza pari, aveva il busto di seta sostenuto

da un solo nastro che contornava l'appiccatura del braccio; e, nella

danza, a tratti le si vedeva una macchia scura sotto le ascelle. Amalia

Gagliano, la bella dagli occhi cisposi, vestita da maga, pareva una

cassa funeraria che camminasse verticalmente. Una specie di ebrietà

teneva tutte quelle fanciulle. Esse erano alterate dall'aria calda e

densa, come da un falso vino. Il lauro e la mortella formavano un odore

singolare, quasi ecclesiastico.

La musica cessò. Ora tutti salivano i gradini conducenti alla sala dei

rinfreschi.

Don Giovanni Ussorio venne ad invitare Violetta a cena. L'Areopagita,

per mostrare d'essere in grande intimità con la cantatrice, si chinava

verso di lei e le susurrava qualche cosa all'orecchio e poi si metteva

a ridere. Don Giovanni non si curò del rivale.

— Venite, contessa? — disse, tutto cerimonioso, porgendo il braccio.

Violetta accettò. Ambedue salirono i gradini, lentamente, con Don

Antonio dietro.

— Io vi amo! — avventurò Don Giovanni, tentando di dare alla sua

voce un accento di passione appreso dal _primo amoroso giovine_ d'una

compagnia drammatica di Chieti.

Violetta Kutufà non rispose. Ella si divertiva a guardare il concorso

della gente verso il banco di Andreuccio che distribuiva rinfreschi

gridando il prezzo ad alta voce, come in una fiera campestre.

Andreuccio aveva una testa enorme, il cranio polito, un naso che

si curvava su la sporgenza del labbro inferiore poderosamente; e

somigliava una di quelle grandi lanterne di carta, che hanno la forma

d'una testa umana. I mascherati mangiavano e bevevano con una cupidigia

bestiale, spargendosi su gli abiti le briciole delle paste dolci e le

gocce dei liquori.

Vedendo Don Giovanni, Andreuccio gridò:

— Signò, comandate?

Don Giovanni aveva molte ricchezze, era vedovo, senza parenti prossimi;

cosicchè tutti si mostravano servizievoli per lui e lo adulavano.

— Na' cenetta, rispose. Ma!...

E fece un segno espressivo per indicare che la cosa doveva essere

eccellente e rara.

Violetta Kutufà sedette e con un gesto pigro si tolse la mascherina dal

volto ed aprì un poco sul seno il dominò. Dentro il cappuccio scarlatto

la sua faccia, animata dal calore, pareva più procace. Per l'apertura

del dominò si vedeva una specie di maglia rosea che dava l'illusione

della carne viva.

— Salute! — esclamò Don Pompeo Nervi fermandosi dinanzi alla tavola

imbandita e sedendosi, attirato da un piatto di aragoste succulente.

E allora sopraggiunse Don Tito De Sieri e prese posto, senza

complimenti; sopraggiunse Don Giustino Franco insieme con Don Pasquale

Virgilio e con Don Federico Sicoli. La tavola s'ingrandì. Dopo molto

rigirare tortuoso, venne anche Don Antonio Brattella. Tutti costoro

erano per lo più i convitati ordinari di Don Giovanni; gli formavano

intorno una specie di corte adulatoria; gli davano il voto nelle

elezioni del Comune; ridevano ad ogni sua facezia; lo chiamavano, per

antonomasia, _il principale_.

Don Giovanni disse i nomi di tutti a Violetta Kutufà. I parassiti si

misero a mangiare, chinando sui piatti le bocche voraci. Ogni parola,

ogni frase di Don Antonio Brattella veniva accolta con un silenzio

ostile. Ogni parola, ogni frase di Don Giovanni veniva applaudita

con sorrisi di compiacenza, con accenni del capo. Don Giovanni, tra

la sua corte, trionfava. Violetta Kutufà gli era benigna, poichè

sentiva l'oro; e, ormai liberata dal cappuccio, con i capelli un po'

in ribellione per la fronte e per la nuca, si abbandonava alla sua

naturale giocondità un po' clamorosa e puerile.

D'in torno, la gente movevasi variamente. In mezzo alla folla tre

o quattro arlecchini camminavano sul pavimento, con le mani e con i

piedi; e si rotolavano, simili a grandi scarabei. Amalia Solofra, ritta

sopra una sedia, con alte le braccia ignude, rosse ai gomiti, agitava

un tamburello. Sotto di lei una coppia saltava alla maniera rustica,

gittando brevi gridi; e un gruppo di giovani stava a guardare con

gli occhi levati, un poco ebri di desio. Di tanto in tanto dalla sala

inferiore giungeva la voce di Don Ferdinando Giordano che comandava le

quadriglie con gran bravura:

— _Balanzé! Turdemé! Rondagósce!_

A poco a poco la tavola di Violetta Kutufà diveniva amplissima. Don

Nereo Pica, Don Sebastiano Pica, Don Grisostomo Troilo, altri della

corte ussoriana, sopraggiunsero; poi anche Don Cirillo d'Amelio, Don

Camillo D'Angelo, Don Rocco Mattace. Molti estranei d'intorno stavano a

guardar mangiare, con volti stupidi. Le donne invidiavano. Di tanto in

tanto, dalla tavola si levava uno scoppio di risa rauche; e, di tanto

in tanto, saltava un turacciolo e le spume del vino si riversavano.

Don Giovanni amava spruzzare i convitati, specialmente i calvi,

per far ridere Violetta. I parassiti levavano le facce arrossite; e

sorridevano, ancora masticando, al _principale_, sotto la pioggia

nivea. Ma Don Antonio Brattella s'impermalì e fece per andarsene.

Tutti gli altri, contro di lui, misero un clamore basso che pareva un

abbaiamento.

Violetta disse:

— Restate.

Don Antonio restò. Poi fece un brindisi poetico in quinari.

Don Federico Sicoli, mezzo ebro, fece anche un brindisi a gloria di

Violetta e di Don Giovanni, in cui si parlava persino di _sacre tede_ e

di _felice imene_. Egli declamò a voce alta. Era un uomo lungo e smilzo

e verdognolo come un cero. Viveva componendo epitalami e strofette

per gli onomastici e laudazioni per le festività ecclesiastiche. Ora,

nell'ebrietà, le rime gli uscivano dalla bocca senza ordine, vecchie

rime e nuove. A un certo punto egli, non reggendosi su le gambe, si

piegò come un cero ammollito dal calore; e tacque.

Violetta Kutufà si diffondeva in risa. La gente accalcavasi intorno

alla tavola, come ad uno spettacolo.

— Andiamo, — disse Violetta, a un certo punto, rimettendosi la maschera

e il cappuccio.

Don Giovanni, al culmine dell'entusiasmo amoroso, tutto invermigliato e

sudante, porse il braccio. I parassiti bevvero l'ultimo bicchiere e si

levarono confusamente, dietro la coppia.

Le Novelle della Pescara · 第 52 / 101 题