Quando, verso le due del pomeriggio, Don Giovanni Ussorio stava per
mettere il piede su la soglia della casa di Violetta Kutufà, Rosa
Catana apparve in cima alle scale e disse a voce bassa, tenendo il capo
chino:
— Don Giovà, la signora è partita.
Don Giovanni, alla novella improvvisa, rimase stupefatto; e stette un
momento, con gli occhi spalancati, con la bocca aperta, a guardare in
su, quasi aspettando altre parole esplicative. Poichè Rosa taceva, in
cima alle scale, torcendo fra le mani un lembo del grembiule e un poco
dondolandosi, egli chiese:
— Ma come? ma come?...
E salì alcuni gradini, ripetendo con una lieve balbuzie:
— Ma come? ma come?
— Don Giovà, che v'ho da dire? È partita.
— Ma come?
— Don Giovà, io non saccio, mo.
E Rosa fece qualche passo nel pianerottolo, verso l'uscio
dell'appartamento vuoto. Ella era una femmina piuttosto magra, con i
capelli rossastri, con la pelle del viso tutta sparsa di lentiggini. I
suoi larghi occhi cinerognoli avevano però una vitalità singolare. La
eccessiva distanza tra il naso e la bocca dava alla parte inferiore del
viso un'apparenza scimmiesca.
Don Giovanni spinse l'uscio socchiuso ed entrò nella prima stanza,
poi entrò nella seconda, poi nella terza; fece il giro di tutto
l'appartamento, a passi concitati; si fermò nella piccola camera del
bagno. Il silenzio quasi lo sbigottì; un'angoscia enorme gli prese
l'animo.
— È vero! È vero! — balbettava, guardandosi a torno, smarrito.
Nella camera i mobili erano al loro posto consueto. Mancavano però
su la tavola, a piè dello specchio rotondo, le fiale di cristallo,
i pettini di tartaruga, le scatole, le spazzole, tutti quei minuti
oggetti che servono alla cura della bellezza muliebre. Stava in un
angolo una specie di gran bacino di zinco in forma di chitarra; e
dentro il bacino l'acqua traluceva, tinta lievemente di roseo da una
essenza. L'acqua esalava un profumo sottile che si mesceva nell'aria
col profumo della cipria. L'esalazione aveva in sè qualche cosa di
carnale.
— Rosa! Rosa! — chiamò Don Giovanni, con la voce soffocata, sentendosi
invadere da un rammarico immenso.
La femmina comparve.
— Racconta com'è stato! Per dove è partita? E quando è partita? E
perchè? — chiedeva Don Giovanni, facendo con la bocca una smorfia
puerile e buffa come per rattenere il pianto o per respingere il
singhiozzo. Egli aveva presi ambedue i polsi di Rosa; e così la
sollecitava a parlare, a rivelare.
— Io non saccio, signore... Stamattina ha messa la roba nelle valige;
ha mandato a chiamare la carrozza di Leone; e se n'è andata senza dire
niente. Che ci volete fare? Tornerà.
— Torneràaa? — piagnucolò Don Giovanni, sollevando gli occhi dove già
le lacrime incominciavano a sgorgare. — Te l'ha detto? Parla!
E quest'ultimo verbo fu uno strillo quasi minaccioso e rabbioso.
— Eh... veramente a me m'ha detto: «Addio, Rosa. Non ci vediamo più...»
Ma... insomma... chi lo sa!... Tutto può essere.
Don Giovanni si accasciò sopra una sedia, a queste parole; e si mise
a singhiozzare con tanto impeto di dolore che la femmina ne fu quasi
intenerita.
— Don Giovà, mo che fate? Non ci stanno altre femmine a questo mondo?
Don Giovà, mo vi pare?...
Don Giovanni non intendeva. Seguitava a singhiozzare come un bambino,
nascondendo la faccia nel grembiule di Rosa Catana; e tutto il suo
corpo era scosso dai sussulti del pianto.
— No, no, no... Voglio Violetta! Voglio Violetta!
A quello stupido pargoleggiare, Rosa non potè tenersi di sorridere. E
si diede a lisciare il cranio calvo di Don Giovanni, mormorando parole
di consolazione:
— Ve la ritrovo io Violetta; ve la ritrovo io... Zitto! Zitto! Non
piangete più, Don Giovannino. La gente che passa può sentire. Mo vi
pare, mo?
Don Giovanni, a poco a poco, sotto la carezza amorevole, frenava le
lacrime: si asciugava gli occhi al grembiule.
— Oh! Oh! che cosa! — esclamò, dopo essere stato un momento con lo
sguardo fisso al bacino di zinco, dove l'acqua scintillava ora sotto un
raggio. — Oh! Oh! che cosa! Oh!
E si prese la testa fra le mani, e due o tre volte oscillò come fanno
talora gli scimmioni prigionieri.
— Via, Don Giovannino, via! — diceva Rosa Catana, prendendolo
pianamente per un braccio e tirandolo.
Nella piccola camera il profumo pareva crescere. Le mosche ronzavano
innumerevoli in torno a una tazza dov'era un residuo di caffè. Il
riflesso dell'acqua nella parete tremolava come una sottil rete di oro.
— Lascia tutto così! — raccomandò Don Giovanni alla femmina, con una
voce interrotta dai singulti mal repressi. E discese le scale, scotendo
il capo su la sua sorte. Egli aveva gli occhi gonfi e rossi, a fior
di testa, simili a quelli di certi cani imbastarditi. Il suo corpo
rotondo, dal ventre prominente, gravava su due gambette un poco volte
in dentro. In torno al suo cranio calvo girava una corona di lunghi
capelli arricciati, che parevano non crescere dalla cotenna ma dalle
spalle e salire verso la nuca e le tempie. Egli con le mani inanellate,
di tanto in tanto, soleva accomodare qualche ciocca scomposta: gli
anelli preziosi e vistosi gli rilucevano perfino nel pollice, e un
bottone di corniola grosso come una fragola gli fermava lo sparato
della camicia a mezzo il petto.
Come uscì alla luce viva della piazza, provò di nuovo uno smarrimento
invincibile. Alcuni ciabattini attendevano all'opera loro, lì accanto,
mangiando fichi. Un merlo in gabbia fischiava l'inno di Garibaldi,
continuamente, ricominciando sempre da capo, con una persistenza
accorante.
— Servo suo, Don Giovanni! — disse Don Domenico Oliva passando e
togliendosi il cappello con quella sua gloriosa cordialità napoletana.
E, mosso a curiosità dall'aspetto sconvolto del signore, dopo poco
ripassò e risalutò con maggior larghezza di gesto e di sorriso.
Egli era un uomo che aveva il busto lunghissimo e le gambe corte e
l'atteggiamento della bocca involontariamente irrisorio. I cittadini di
Pescara lo chiamavano Culinterra.
— Servo suo!
Don Giovanni, in cui un'ira velenosa cominciava a fermentare poichè
le risa dei mangiatori di fichi e i sibili del merlo lo irritavano,
al secondo saluto voltò dispettoso le spalle e si mosse, credendo quel
saluto un'irrisione.
Don Domenico, stupefatto, lo seguiva.
— Ma... Don Giovà!... sentite... ma...
Don Giovanni non voleva ascoltare. Camminava innanzi a passi lesti,
verso la sua casa. Le fruttivendole e i maniscalchi lungo la via
guardavano, senza capire, l'inseguimento di quei due uomini affannati e
gocciolanti di sudore sotto il solleone.
Giunto alla porta, Don Giovanni, che quasi stava per scoppiare, si
voltò come un aspide, giallo e verde per la rabbia.
— Don Domè, o Don Domè, io ti do in capo!
Ed entrò, dopo la minaccia; e chiuse la porta dietro di sè con violenza.
Don Domenico, sbigottito, rimase senza parole in bocca. Poi rifece la
via, pensando quale potesse essere la causa del fatto. Matteo Verdura,
uno dei mangiatori di fichi, chiamò:
— Venite! venite! Vi debbo dire 'na cosa grande.
— Che cosa? — chiese l'uomo di schiena lunga, avvicinandosi.
— Non sapete niente?
— Che?
— Ah! Ah! Non sapete niente ancora?
— Ma che?
Verdura si mise a ridere; e gli altri ciabattini lo imitarono. Un
momento tutti quelli uomini sussultarono d'uno stesso riso rauco e
incomposto, in diverse attitudini.
— Pagate tre soldi di fichi se ve lo dico?
Don Domenico, ch'era tirchio, esitò un poco. Ma la curiosità lo vinse.
— Be', pago.
Verdura chiamò una femmina e fece ammonticchiare sul suo desco le
frutta. Poi disse:
— Quella signora che stava là sopra, Donna Viuletta, sapete?... Quella
del teatro, sapete?...
— Be'?
— Se n'è scappata stamattina. Tombola!
— Da vero?
— Da vero, Don Domè.
— Ah, mo capisco! — esclamò Don Domenico, ch'era un uomo fino,
sogghignando crudelissimamente.
E, come voleva vendicarsi della contumelia di Don Giovanni e rifarsi
dei tre soldi spesi per la notizia, andò subito verso il _casino_ per
divulgare la cosa, per ingrandire la cosa.
Il _casino_, una specie di bottega del caffè, stava immerso nell'ombra;
e su dal tavolato sparso di acqua saliva un singolare odore di polvere
e di muffa. Il dottore Panzoni russava abbandonato sopra una sedia con
le braccia penzolanti. Il barone Cappa, un vecchio appassionato per
i cani zoppi e per le fanciulle tenerelle, sonnecchiava discretamente
su una gazzetta. Don Ferdinando Giordano moveva le bandierine su una
carta rappresentante il teatro della guerra franco-prussiana. Don
Settimio de Marinis discuteva di Pietro Metastasio col dottor Fiocca,
non senza molti scoppi di voce e non senza una certa eloquenza fiorita
di citazioni poetiche. Il notaro Gaiulli, non sapendo con chi giocare,
maneggiava le carte da giuoco solitariamente e le metteva in fila
sul tavolino. Don Paolo Seccia girava in torno al quadrilatero del
biliardo, con passi misurati per favorire la digestione.
Don Domenico Oliva entrò con tale impeto che tutti si voltarono verso
di lui, tranne il dottore Panzoni il quale rimase tra le braccia del
sonno.
— Sapete? sapete?
Don Domenico era così ansioso di dire la cosa e così affannato che
da prima balbettava senza farsi intendere. Tutti quei galantuomini
in torno a lui pendevano dalle sue labbra, presentivano con gioia un
qualche strano avvenimento che alimentasse alfine le loro chiacchiere
pomeridiane. Don Paolo Seccia, che era un poco sordo da un orecchio,
disse impazientito:
— Ma che v'hanno legata la lingua, Don Domè?
Don Domenico ricominciò da capo la narrazione, con più calma e più
chiarezza. Disse tutto; ingrandì i furori di Don Giovanni Ussorio;
aggiunse particolarità fantastiche; s'inebriò delle parole. — Capite?
capite? E poi questo; e poi quest'altro...
Il dottore Panzoni al clamore aperse le palpebre; volgendo i grossi
globi visivi ancora stupidi di sonno e russando ancora pel naso tutto
vegetante di nèi mostruosi, disse o russò, nasalmente:
— Che c'è? Che c'è?
E con fatica puntellandosi al bastone si levò piano piano e venne nel
crocchio per udire.
Il barone Cappa ora narrava, con alquanta saliva nella bocca, una
storiella grassa, a proposito di Violetta Kutufà. Nelle pupille degli
ascoltatori intenti passavano luccicori, a tratti. Gli occhiolini
verdognoli di Don Paolo Seccia scintillavano come immersi in un umore
esilarante. Alla fine, le risa scoppiarono.
Ma il dottor Panzoni, così ritto, s'era riaddormentato; poichè a lui
sempre il sonno, grave come un morbo, siedeva dentro le nari. E rimase
a russare, solo nel mezzo, con il capo chino sul petto; mentre gli
altri si disperdevano per tutto il paese a divulgare la novella, di
famiglia in famiglia.
E la novella, divulgata, mise a rumore Pescara. Verso sera, co 'l
fresco della marina e con la luna crescente, tutti i cittadini uscirono
per le vie e per le piazzette. Il chiacchierío fu infinito. Il nome di
Violetta Kutufà correva su tutte le bocche. Don Giovanni Ussorio non fu
veduto.