La gran plaga vermiglia dall'orizzonte saliva lentamente verso lo
zenit, tendeva ad occupare tutta la cupola del cielo. Un vapore di
fusi metalli pareva ondeggiare su i tetti delle case; e nel chiarore
discendente dal crepuscolo raggi sulfurei e violetti si mescolavano
con un tremolìo d'iridescenza. Una lunga striscia più luminosa fuggiva
verso una strada sboccante su l'argine dei fiume; e s'intravedeva al
fondo il fiammeggiamento delle acque tra i fusti lunghi e smilzi dei
pioppetti; poi un lembo di campagna brulla, dove le vecchie torri
saracene si levavano confusamente come isolotti di pietra fra le
caligini. Le emanazioni affocanti del fieno mietuto si spandevano
nell'aria: era a tratti come un odore di bachi putrefatti tra la
frasca. Stuoli di rondini attraversavano lo spazio con molto schiamazzo
di stridi, trafficando dai greti del fiume alle gronde.
Nella moltitudine il mormorìo era interrotto da silenzii di
aspettazione. Il nome di Pallura circolava per le bocche; impazienze
irose scoppiavano qua e là. Lungo la strada del fiume non si vedeva
ancora apparire il traino; le candele mancavano; Don Cònsolo indugiava
per questo ad esporre le reliquie, a fare gli esorcismi; e il pericolo
soprastava. Il pànico invadeva tutta quella gente ammassata come una
mandra di bestie, non osante più di sollevare gli occhi al cielo.
Dai petti delle femmine cominciarono a rompere i singhiozzi; e una
costernazione suprema oppresse e istupidì le coscienze al suono di quel
pianto.
Allora le campane finalmente squillarono Come i bronzi stavano a
poca altezza, il fremito cupo del rintocco sfiorò tutte le teste; e
una specie di ululato continuo si propagava nell'aria tra un colpo e
l'altro.
— San Pantaleone! San Pantaleone!
Fu un immenso grido unanime di disperati che chiedevano aiuto. Tutti in
ginocchio, con le mani tese, con la faccia bianca, imploravano.
— San Pantaleone!
Apparve su la porta della chiesa, in mezzo al fumo di due turiboli,
Don Cònsolo scintillante in una pianeta violetta a ricami d'oro.
Egli teneva in alto il sacro braccio d'argento, e scongiurava l'aria
gridando le parole latine:
— _Ut fidelibus tuis aeris serenitatem concedere digneris, Te rogamus,
audi nos._
L'apparizione della reliquia eccitò un delirio di tenerezza nella
moltitudine. Scorrevano lagrime da tutti gli occhi; e a traverso il
velo lucido delle lagrime gli occhi vedevano un miracoloso fulgore
celeste emanare dalle tre dita in alto atteggiate a benedire. La
figura del braccio pareva ora più grande nell'aria accesa; i raggi
crepuscolari suscitavano barbagli variissimi nelle pietre preziose; il
balsamo dell'incenso si spargeva rapidamente per le nari devote.
— _Te rogamus, audi nos!_
Ma, quando il braccio rientrò e le campane si arrestarono, nel
momentaneo silenzio un tintinnìo prossimo di sonagli si udì, che veniva
dalla strada del fiume. E avvenne allora un repentino movimento di
concorso verso quella parte e molti dicevano:
— È Pallura con le candele! È Pallura che arriva! Ecco Pallura!
Il traino si avanzava scricchiolando su la ghiaia, al passo di una
pesante cavalla grigia a cui il gran corno d'ottone brillava, simile a
una bella mezzaluna, su la groppa. Come Giacobbe e gli altri si fecero
in contro, la pacifica bestia si fermò soffiando forte dalle narici. E
Giacobbe, che s'accostò primo, subito vide disteso in fondo al traino
il corpo di Pallura tutto sanguinante, e si mise a urlare agitando le
braccia verso la folla:
— È morto! E morto!