III.

La triste novella si propagò in un baleno. La gente si accalcava in

torno al traino, tendeva il collo per vedere qualche cosa, non pensava

più alle minacce dell'alto, colpita dal nuovo caso inaspettato, invasa

da quella natural curiosità feroce che gli uomini hanno in cospetto del

sangue.

— È morto? Come è morto?

Pallura giaceva supino su le tavole, con una larga ferita in mezzo

alla fronte, con un orecchio lacerato, con strappi per le braccia, nei

fianchi, in una coscia. Un rivo tiepido gli colava per il cavo degli

occhi giù giù sino al mento ed al collo, gli chiazzava la camicia, gli

formava grumi nerastri e lucenti sul petto, su la cintola di cuoio, fin

su le brache. Giacobbe stava chino sopra quel corpo; tutti gli altri a

torno attendevano; una luce d'aurora illuminava i volti perplessi; e,

in quel momento di silenzio, dalla riva del fiume si levava il cantico

delle rane, e i pipistrelli passavano e ripassavano rasente le teste.

D'improvviso Giacobbe drizzandosi, con una gota macchiata di sangue,

gridò:

— Non è morto. Respira ancora.

Un mormorìo sordo corse per la folla, e i più vicini si protesero

per guardare; e l'inquietudine dei lontani cominciò a rompere in

clamori. Due donne portarono un boccale d'acqua, un'altra portò qualche

brandello di tela; un giovinetto offerse una zucca piena di vino.

Fu lavata la faccia al ferito, fu fermato il flusso del sangue alla

fronte, fu rialzato il capo. Sorsero quindi alte le voci, chiedendo

le cause del fatto. — Le cento libbre di cera mancavano; appena pochi

frantumi di candela rimanevano tra gli interstizi delle tavole nel

fondo del traino.

I giudizii, in mezzo al sommovimento, di più in più si accendevano e

s'inasprivano e cozzavano. E, come un antico odio ereditario ferveva

contro il paese di Mascálico, posto di contro su l'altra riva del

fiume, Giacobbe disse con la voce rauca, velenosamente:

— Che i ceri sieno serviti a S. Gonselvo?

Allora fu come una scintilla d'incendio. Lo spirito di chiesa si

risvegliò d'un tratto in quella gente abbrutita per tanti anni nel

culto cieco e feroce del suo unico idolo. Le parole del fanatico

di bocca in bocca si propagarono. E, sotto il rossore tragico del

crepuscolo, la moltitudine tumultuante aveva apparenza d'una tribù di

negri ammutinati.

Il nome del santo rompeva da tutte le gole, come un grido di guerra. I

più ardenti gittavano imprecazioni contro la parte del fiume, agitando

le braccia, tendendo i pugni. Poi, tutti quei volti accesi dalla

collera e dalla luce, larghi e possenti, a cui i cerchi d'oro degli

orecchi e il gran ciuffo della fronte davano uno strano aspetto di

barbarie, tutti quei volti si tesero verso il giacente, si addolcirono

di misericordia. Fu in torno al traino una sollecitudine pietosa di

femmine che volevano rianimare l'agonizzante: tante mani amorevoli gli

cambiarono le strisce di tela su le ferite, gli spruzzarono d'acqua

la faccia, gli accostarono alle labbra bianche la zucca del vino, gli

composero una specie di guanciale più molle sotto la testa.

— Pallura, povero Pallura, non rispondi?

Egli stava supino, con gli occhi chiusi, con la bocca semiaperta,

con una lanugine bruna su le gote e sul mento, con una mite beltà di

giovinezza ancora trasparente dai tratti tesi nella convulsione del

dolore. Di sotto alla fasciatura della fronte gli colava un fil di

sangue giù per la tempia; agli angoli della bocca apparivano piccole

bolle di schiuma rossigna; e dalla gola gli usciva una specie di sibilo

fioco, interrotto. Intorno a lui le cure, le domande, gli sguardi

febbrili crescevano. La cavalla ogni tanto scoteva la testa e nitriva

verso le case. Un'ansietà come d'uragano imminente pesava su tutto il

paese.

S'intesero allora grida feminili verso la piazza, grida di madre,

che parvero più alte in mezzo al subitaneo ammutolimento di tutte le

altre voci. E una donna enorme, soffocata dall'adipe, attraversò la

folla, giunse gridando presso al traino. Come ella era grave e non

poteva salirvi, s'abbattè su i piedi del figlio, con parole d'amore

tra i singhiozzi, con laceramenti così acuti di voce rotta e con una

espressione di dolore così terribilmente bestiale che per tutti gli

astanti corse un brivido e tutti rivolsero altrove la faccia.

— Zaccheo! Zaccheo! cuore mio! gioia mia! — gridava la vedova, senza

finire, baciando i piedi del ferito, attraendolo a sè verso terra.

Il ferito si rimosse, torse la bocca per lo spasimo, aprì gli occhi in

alto; ma certo non potè vedere, perchè una specie di pellicola umida

gli copriva lo sguardo. Grosse lagrime incominciarono a sgorgargli

dagli angoli delle palpebre e a scorrere giù per le guance e pel collo;

la bocca gli rimase torta; nel sibilo fioco della gola si sentì un vano

sforzo di favella. E in torno incalzavano:

— Parla, Pallura! Chi t'ha ferito? Chi t'ha ferito? Parla! Parla!

E sotto la domanda fremevano le ire, si addensavano i furori, un sordo

tumulto di vendicazione si riscoteva, e l'odio ereditario ribolliva

nell'animo di tutti.

— Parla! Chi t'ha ferito? Dillo a noi! Dillo a noi!

Il moribondo aprì gli occhi un'altra volta; e come gli tenevano serrate

ambo le mani, forse per quel vivo contatto di calore gli spiriti un

istante gli si ridestarono, lo sguardo si illuminò. Egli ebbe su le

labbra un balbettamento vago, tra la schiuma che sopravveniva più

copiosa e più sanguigna. Non si capivano ancora le parole. Si udì nel

silenzio la respirazione della moltitudine anelante, e gli occhi ebbero

in fondo una sola fiamma, poichè tutti gli animi attendevano una parola

sola.

— ... Ma... Ma... Ma... scálico...

— Mascálico! Mascálico! urlò Giacobbe che stava chino, con l'orecchio

teso, ad afferrare le sillabe fievoli da quella bocca morente.

Un fragore immenso accolse il grido. Nella moltitudine fu dapprima un

mareggiamento confuso di tempesta. Poi, quando una voce soverchiante il

tumulto gittò l'allarme, la moltitudine a furia si sbandò. Un pensiero

solo incalzava quelli uomini, un pensiero che pareva balenato a tutte

le menti in un attimo: armarsi di qualche cosa per colpire. Su tutte

le coscienze instava una specie di fatalità sanguinaria, sotto il gran

chiaror torvo del crepuscolo, in mezzo all'odore elettrico emanante

dalla campagna ansiosa.

Le Novelle della Pescara · 第 43 / 101 题