XIV.

I cinque giorni della festa Anna visse così, dentro la chiesa, dall'ora

mattutina fino all'ora in cui le porte si chiudevano, fedelissima,

respirando quell'aria calda che le infondeva nei sensi un torpore

beatifico, nell'anima una felicità piena di umiltà. Le orazioni, le

genuflessioni, le salutazioni, tutte quelle formule, tutti quei gesti

rituali ripetuti incessantemente, la istupidivano. Il fumo dell'incenso

le nascondeva la terra.

Rosaria, la figlia di Sblendore, intanto ne traeva profitto, movendo

la pietà di lei con false querimonie e con lo spettacolo miserevole del

vecchio paralitico. Ella era una femmina malvagia, esperta nelle frodi,

dedita alla crapula; aveva tutta la faccia sparsa di umori vermigli e

serpiginosi, i capelli canuti, il ventre obeso. Legata al paralitico

dai comuni vizi e dalle nozze, ella insieme con lui aveva disperse in

breve tempo le già scarse sostanze, bevendo e gozzovigliando. Ambedue

nella miseria, inveleniti dalla privazione, arsi da sete di vino e

di liquori ignei, affranti da infermità senili, ora espiavano il loro

lungo peccato.

Anna, con uno spontaneo moto caritatevole, diede a Rosaria tutto il

denaro tenuto per le elemosine, tutti i panni superflui; si tolse

gli orecchini, due anelli d'oro, la collana di corallo; promise altri

soccorsi. E riprese quindi il cammino di Pescara, in compagnia di Fra

Mansueto, portando nel canestro la testuggine.

In cammino, come le case di Ortona si allontanavano, una gran tristezza

scendeva su l'animo della donna. Stuoli di pellegrini volgevano per

altre vie, cantando: e i loro canti rimanevano a lungo nell'aria,

monotoni e lenti. Anna li ascoltava; e un desiderio senza fine la

traeva a raggiungerli, a seguirli, a vivere così pellegrinando di

santuario in santuario, di contrada in contrada, per esaltare i

miracoli d'ogni santo, le virtù d'ogni reliquia, le bontà d'ogni Maria.

«Vanno a Cucullo,» le disse Fra Mansueto, accennando col braccio a

un paese lontano. E ambedue si misero a parlare di san Domenico che

protegge dal morso dei serpenti gli uomini, e le semenze dai bruchi;

poi d'altri patroni. — A Bugnara, sul Ponte del Rivo, più di cento

giumenti, tra cavalli asini e muli, carichi di frumento vanno in

processione alla Madonna della Neve: i devoti cavalcano su le some,

con serti di spighe in capo, con tracolle di pasta; e depongono ai

piedi dell'imagine i doni cereali. A Bisenti, molte giovinette, con

in capo canestre di grano, conducono per le vie un asino che porta

su la groppa una maggiore canestra: ed entrano nella chiesa della

Madonna degli Angeli, per l'offerta, cantando. A Torricella Peligna,

uomini e fanciulli, coronati di rose e di bacche rosee, salgono in

pellegrinaggio alla Madonna delle Rose, sopra una rupe dov'è l'orma di

Sansone. A Loreto Aprutino un bue candido, impinguato durante l'anno

con abbondanza di pastura, va in pompa dietro la statua di san Zopito.

Una gualdrappa vermiglia lo copre, e lo cavalca un fanciullo. Come il

santo rientra nella chiesa, il bue s'inginocchia sul limitare; poi si

rialza lentamente, e segue il santo tra il plauso del popolo. Giunto

nel mezzo della chiesa, manda fuora gli escrementi del cibo; e i devoti

da quella materia fumante traggono gli auspicii per l'agricoltura.

Di queste usanze religiose Anna e Fra Mansueto parlavano, quando

giunsero alla foce dell'Alento. L'alveo portava le acque di primavera

tra le vitalbe non anche fiorenti. E il cappuccino disse della Madonna

dell'Incoronata, dove per la festa di san Giovanni i devoti si cingono

il capo di vitalbe, e nella notte vanno sul fiume Gizio a _passar

l'acqua_ con grandi allegrezze.

Anna si scalzò per guadare. Ella sentiva ora nell'animo un'immensa

venerazione d'amore per tutte le cose, per gli alberi, per le erbe, per

gli animali, per tutte le cose che quelle usanze cattoliche avevano

santificato. E dal fondo della sua ignoranza e della sua semplicità

sorgeva l'istinto dell'idolatria.

Alcuni mesi dopo il ritorno, scoppiò nel paese un'epidemia colerica;

e la mortalità fu grande. Anna prestò le sue cure agli infermi

poveri. Fra Mansueto morì. Anna n'ebbe molto dolore; e nel 1866,

per la ricorrenza della festa, volle prendere congedo e rimpatriare

per sempre, poichè vedeva in sonno tutte le notti san Tommaso che le

comandava di partire. Ella prese la testuggine, le sue robe e i suoi

risparmii; baciò le mani di Donna Cristina, piangendo; e partì questa

volta sopra un carretto, insieme con due monache questuanti.

A Ortona ella abitò nella casa dello zio paralitico; dormì su un

pagliericcio; non si cibò se non di pane e di legumi. Dedicava tutte le

ore del giorno alle pratiche della chiesa, con un fervore meraviglioso;

e la sua mente vie più perdeva ogni altra facoltà che non fosse quella

di contemplare i misteri cristiani, di adorare i simboli, d'imaginare

il paradiso. Ella era tutta rapita nella carità divina, era tutta

compresa di quella divina passione che i sacerdoti manifestano sempre

con gli stessi segni e con le stesse parole. Ella non comprendeva se

non quell'unico linguaggio; non aveva se non quell'unico ricovero,

tiepido e solenne, dove tutto il cuore le si dilatava in una pia

securtà di pace, e gli occhi le s'inumidivano in un'ineffabile soavità

di lacrime.

Soffrì, per amor di Gesù, le miserie domestiche; fu dolce e sommessa;

non mai profferì un lamento, o un rimprovero, o una minaccia. Rosaria

le sottrasse a poco a poco tutti i risparmii; e cominciò quindi a

farle patire la fame, ad angariarla, a chiamarla con nomi disonesti,

a perseguitarle la testuggine con insistenza feroce. Il vecchio

paralitico metteva continuamente una specie di mugolìo rauco, aprendo

la bocca ove la lingua tremava, onde colava in abbondanza la saliva

continuamente. Un giorno, poichè la moglie avida beveva innanzi a lui

un liquore e gli negava il bicchiere sfuggendo, egli si levò dalla

sedia con uno sforzo, e si mise a camminare verso di lei: le gambe

gli vacillavano, i piedi si posavano sul terreno con un'involontaria

percussione ritmica. D'un tratto egli si accelerò, col tronco inclinato

in avanti, saltellando a piccoli passi incalzanti, come spinto da

un impulso irresistibile, finchè cadde bocconi su l'orlo delle scale

fulminato.

Le Novelle della Pescara · 第 38 / 101 题