XV.

Allora Anna, afflitta, prese la testuggine, e andò a chieder soccorso

a Donna Veronica Monteferrante. Come la povera donna già negli ultimi

tempi faceva alcuni servizi pel monastero, l'abadessa misericordiosa le

diede l'ufficio di conversa.

Anna, se bene non aveva gli ordini, vestì l'abito monacale: la tunica

nera, il soggólo, la cuffia dalle ampie tese candide. Le parve, in

quell'abito, di essere santificata. E, da prima, quando all'aria

le tese le sbattevano in torno al capo con un fremito d'ali, ella

trasaliva per un turbamento improvviso di tutto il suo sangue. E, da

prima, quando le tese percosse dal sole le riflettevano nella faccia

un vivo chiaror di neve, ella d'improvviso credevasi illuminata da un

baleno mistico.

Con l'andar del tempo, le estasi si fecero più frequenti. La vergine

canuta era colpita a quando a quando da suoni angelici, da echi lontani

d'organo, da romori e voci non percettibili agli orecchi altrui. Figure

luminose le si presentavano dinanzi, nel buio; odori paradisiaci la

rapivano.

Così pel monastero una specie di sacro orrore cominciò a diffondersi,

come per la presenza di un qualche potere occulto, come per l'imminenza

di un qualche avvenimento soprannaturale. Per cautela, la nuova

conversa fu dispensata da ogni obbligo d'opere servili. Tutte le

attitudini di lei, tutte le parole, tutti gli sguardi furono osservati,

comentati con superstizione. E la leggenda della santità incominciò a

fiorire.

Su le calende di febbraio dell'anno di Nostro Signore 1873, la voce

della vergine Anna divenne singolarmente rauca e profonda. Poi la virtù

della parola d'un tratto scomparve.

L'inaspettato ammutolimento sbigottì gli animi delle religiose. E

tutte, stando in torno alla conversa, ne consideravano con mistico

terrore gli atteggiamenti estatici, i movimenti vaghi della bocca

mutola, la immobilità degli occhi, d'onde a tratti sgorgavano profluvii

di lacrime. I lineamenti dell'inferma, estenuati dai lunghi digiuni,

avevano ora assunto una purità quasi eburnea; e tutte le trame delle

vene e delle arterie ora trasparivano così visibili, e sporgevano con

così forti rilievi, e così incessantemente palpitavano, che dinanzi a

quel palesato pálpito del sangue una specie di raccapriccio prendeva le

monache come dinanzi a un corpo spoglio di sua pelle cristiana.

Quando fu prossimo il Mese di Maria, un'amorosa diligenza sollecitò

le Benedettine al paramento dell'oratorio. Si spargevano elleno

nel verziere claustrale tutto fiorente di rose e fruttificante di

melarance, raccogliendo la messe del maggio novello per deporla ai

piedi dell'altare. Anna, tornata nella calma, discendeva anch'ella ad

aiutare la pia opera; e significava talvolta con i gesti il pensiero

che la perdurante mutezza le toglieva di esprimere. S'indugiavano al

sole tutte quelle spose del Signore, incedenti tra le fonti letifiche

del profumo. Fuggiva lungo un lato del verziere un portico; e come

nell'animo delle vergini i profumi risvegliavano imagini sopite, così

il sole penetrando sotto li archi bassi ravvivava nell'intonico i

residui dell'oro bisantino.

L'oratorio fu pronto per il giorno del primo ufficio. La cerimonia ebbe

principio dopo il vespro. Una suora salì su l'organo. Subitamente dalle

canne armoniche il fremito della passione si propagò in tutte le cose;

tutte le fronti s'inclinarono; i turiboli diedero fumi di belgiuino;

le fiammelle dei ceri palpitarono tra corone di fiori. Poi sorsero i

cantici, le litanie piene di appellazioni simboliche e di supplichevole

tenerezza. Come le voci salivano con forza crescente, Anna nell'immenso

impeto del fervore gridò. Colpita dal prodigio, cadde supina; agitò

le braccia, volle rialzarsi. Le litanie s'interruppero. Delle suore,

alcune, quasi atterrite, erano rimaste un istante nell'immobilità;

altre davano soccorso all'inferma. Il miracolo appariva inopinato,

fulgidissimo, supremo.

Allora a poco a poco allo stupore, al murmure incerto, alle titubanze

successe un giubilo senza limiti, un coro di esaltazioni clamorose,

un'alata ebrietà canora. Anna, in ginocchio, ancora assorta nel

rapimento del miracolo, non aveva conoscenza di quel che in torno

avveniva. Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi,

ella cantò. La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli

emerse, poichè le divote diminuivano la forza delle voci per ascoltare

quella unica che dalla grazia divina era stata riconcessa. E la Vergine

nei cantici a volta a volta fu l'incensiere d'oro onde esalavano i

balsami più dolci, la lampada che dì e notte rischiarava il santuario,

l'urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che ardeva senza

consumarsi, lo stelo di Iesse che portava il più bello di tutti i

fiori.

Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il

paese di Ortona, e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando

nel viaggio. E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina

Onofrii, la magnifica, offerse alla Madonna dell'oratorio una veste

di broccato d'argento e una rara collana di turchesi venuta dall'isola

di Smirne. Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori doni.

L'arcivescovo d'Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui

rivolse parole di edificante eloquenza ad Anna che «con la purità della

vita si era resa degna dei doni celesti.»

Nell'agosto del 1876 sopravvennero nuovi prodigi. L'inferma, quando si

avvicinava il vespro, cadeva in uno stato di estasi con catalessia;

donde sorgeva poi quasi con impeto. E in piedi, conservando sempre

la medesima attitudine, cominciava a parlare, da prima lentamente, e

quindi gradatamente accelerando, come sotto l'urgenza di un'ispirazione

mistica. Il suo eloquio non era se non un miscuglio tumultuario

di parole, di frasi, di interi periodi già innanzi appresi, che

ora nella sua inconsapevolezza si riproducevano, frammentandosi o

combinandosi senza legge. Le native forme dialettali s'innestavano

alle forme auliche, s'insinuavano nelle iperboli del linguaggio

biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe, inauditi accordi di

suoni avvenivano nel disordine. Ma il profondo tremito della voce,

ma i cangiamenti repentini dell'inflessione, l'alterno ascendere e

discendere del tono, la spiritualità della figura estatica, il mistero

dell'ora, tutto concorreva a soggiogare gli animi delle astanti.

Gli effetti si ripeterono cotidianamente, con una regolarità

periodica. Sul vespro, nell'oratorio si accendevano le lampade; le

monache facevano la cerchia inginocchiandosi; e la rappresentazione

sacra incominciava. Come l'inferma entrava nell'estasi catalettica,

i preludii vaghi dell'organo rapivano gli animi delle religiose in

una sfera superiore. Il lume delle lampade si diffondeva fievole

dall'alto, dando un'incertitudine aerea e quasi una morente dolcezza

all'apparenza delle cose. A un punto l'organo taceva. La respirazione

nell'inferma diveniva più profonda; le braccia le si distendevano così

che nei polsi scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno

strumento. Poi, d'un tratto, l'inferma balzava in piedi, incrociava le

braccia sul petto, restando nell'atteggiamento mistico delle cariatidi

d'un battistero. E la sua voce risonava nel silenzio, ora dolce, ora

lugubre, ora quasi canora, quasi sempre incomprensibile.

Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza; si

presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente,

lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza.

E allora alcuni anni passarono, in cui la povera idiota visse tra

sofferenze atroci, con le membra rese inerti dagli spasimi articolari.

Ella non aveva più alcuna cura della nettezza; non si cibava se

non di pane molle e di pochi erbaggi; teneva in torno al collo, sul

petto, una gran quantità di piccole croci, di reliquie, d'imagini,

di corone; parlava balbettando per la mancanza dei denti; e i suoi

capelli cadevano, i suoi occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi

giumenti che stanno per morire.

Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico

e le suore in torno coglievano per Maria le rose, le passò dinanzi

la testuggine che ancora traeva la sua vita pacifica e innocente nel

verziere claustrale. La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a

poco allontanarsi. Nessun ricordo le si destò nell'anima. La testuggine

si perse tra i cespi dei timi.

Ma le suore consideravano la imbecillità e la infermità della donna

come una di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama

gli eletti per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e

circondavano di venerazione e di cure l'idiota.

Nell'estate del 1881 apparvero i segni della morte prossima. Consunto

e piagato, quel miserabile corpo omai nulla più conservava di umano.

Lente deformazioni avevano viziata la positura delle membra; tumori

grossi come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la

nuca.

La mattina del 10 settembre, verso l'ottava ora, un sussulto della

terra scosse dalle fondamenta Ortona. Molti edifici precipitarono,

altri furono offesi nei tetti e nelle pareti, altri s'inclinarono

e s'abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona, con pianti, con

grida, con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, uscì

fuori delle porte, e si raunò sul piano di San Rocco, temendo maggiori

pericoli. Le monache, prese dal pànico, infransero la clausura;

irruppero su la via, scarmigliate, cercando salvezza. Quattro di loro

portavano Anna sopra una tavola. E tutte trassero al piano, verso il

popolo incolume.

Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi clamori si levarono,

poichè la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d'in

torno, giacevano infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce, donne

stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste

tumultuanti, il mare, i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore

i marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per nome, ansanti per

la salita, rochi; e da Caldara cominciavano a venire mandre di pecore e

di bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine guardiane,

giumenti; poichè tutti temevano la solitudine, e tutti, uomini e

bestie, nel frangente si accomunavano.

Anna, adagiata sul suolo, sotto un olivo, sentendo prossima la morte,

si rammaricava con un balbettìo fievole, perchè non voleva morire senza

i sacramenti; e le monache d'in torno le davano conforto; e gli astanti

la guardavano con pietà. Ora, d'improvviso, tra il popolo una voce si

sparse, che da Porta-Caldara sarebbe uscito il busto dell'Apostolo. Le

speranze risorgevano; canti di rogazione risorgevano nell'aria. Come da

lungi vibrò un incognito luccichío, le donne s'inginocchiarono; e con i

capelli disciolti, lacrimose, si misero a camminare su le ginocchia, in

contro al luccichío, salmodiando.

Anna agonizzava. Sostenuta da due suore, udì le preghiere, udì

l'annunzio; e forse in un'ultima illusione travide l'Apostolo veniente,

poichè nella faccia cava le passò quasi un sorriso di gaudio. Alcune

bolle di saliva le apparvero su le labbra; un'ondulazione brusca le

corse e ricorse, visibile, le estremità del corpo; su gli occhi le

palpebre le caddero, rossastre come per sangue stravasato; il capo le

si ritrasse nelle spalle. E la vergine Anna così alfine spirò. Quando

il luccichío si fece più da presso alle donne adoranti, si chiarì

nel sole la forma di un giumento che portava in bilico su la groppa,

secondo il costume, una banderuola di metallo.

Le Novelle della Pescara · 第 39 / 101 题