Allora Anna, afflitta, prese la testuggine, e andò a chieder soccorso
a Donna Veronica Monteferrante. Come la povera donna già negli ultimi
tempi faceva alcuni servizi pel monastero, l'abadessa misericordiosa le
diede l'ufficio di conversa.
Anna, se bene non aveva gli ordini, vestì l'abito monacale: la tunica
nera, il soggólo, la cuffia dalle ampie tese candide. Le parve, in
quell'abito, di essere santificata. E, da prima, quando all'aria
le tese le sbattevano in torno al capo con un fremito d'ali, ella
trasaliva per un turbamento improvviso di tutto il suo sangue. E, da
prima, quando le tese percosse dal sole le riflettevano nella faccia
un vivo chiaror di neve, ella d'improvviso credevasi illuminata da un
baleno mistico.
Con l'andar del tempo, le estasi si fecero più frequenti. La vergine
canuta era colpita a quando a quando da suoni angelici, da echi lontani
d'organo, da romori e voci non percettibili agli orecchi altrui. Figure
luminose le si presentavano dinanzi, nel buio; odori paradisiaci la
rapivano.
Così pel monastero una specie di sacro orrore cominciò a diffondersi,
come per la presenza di un qualche potere occulto, come per l'imminenza
di un qualche avvenimento soprannaturale. Per cautela, la nuova
conversa fu dispensata da ogni obbligo d'opere servili. Tutte le
attitudini di lei, tutte le parole, tutti gli sguardi furono osservati,
comentati con superstizione. E la leggenda della santità incominciò a
fiorire.
Su le calende di febbraio dell'anno di Nostro Signore 1873, la voce
della vergine Anna divenne singolarmente rauca e profonda. Poi la virtù
della parola d'un tratto scomparve.
L'inaspettato ammutolimento sbigottì gli animi delle religiose. E
tutte, stando in torno alla conversa, ne consideravano con mistico
terrore gli atteggiamenti estatici, i movimenti vaghi della bocca
mutola, la immobilità degli occhi, d'onde a tratti sgorgavano profluvii
di lacrime. I lineamenti dell'inferma, estenuati dai lunghi digiuni,
avevano ora assunto una purità quasi eburnea; e tutte le trame delle
vene e delle arterie ora trasparivano così visibili, e sporgevano con
così forti rilievi, e così incessantemente palpitavano, che dinanzi a
quel palesato pálpito del sangue una specie di raccapriccio prendeva le
monache come dinanzi a un corpo spoglio di sua pelle cristiana.
Quando fu prossimo il Mese di Maria, un'amorosa diligenza sollecitò
le Benedettine al paramento dell'oratorio. Si spargevano elleno
nel verziere claustrale tutto fiorente di rose e fruttificante di
melarance, raccogliendo la messe del maggio novello per deporla ai
piedi dell'altare. Anna, tornata nella calma, discendeva anch'ella ad
aiutare la pia opera; e significava talvolta con i gesti il pensiero
che la perdurante mutezza le toglieva di esprimere. S'indugiavano al
sole tutte quelle spose del Signore, incedenti tra le fonti letifiche
del profumo. Fuggiva lungo un lato del verziere un portico; e come
nell'animo delle vergini i profumi risvegliavano imagini sopite, così
il sole penetrando sotto li archi bassi ravvivava nell'intonico i
residui dell'oro bisantino.
L'oratorio fu pronto per il giorno del primo ufficio. La cerimonia ebbe
principio dopo il vespro. Una suora salì su l'organo. Subitamente dalle
canne armoniche il fremito della passione si propagò in tutte le cose;
tutte le fronti s'inclinarono; i turiboli diedero fumi di belgiuino;
le fiammelle dei ceri palpitarono tra corone di fiori. Poi sorsero i
cantici, le litanie piene di appellazioni simboliche e di supplichevole
tenerezza. Come le voci salivano con forza crescente, Anna nell'immenso
impeto del fervore gridò. Colpita dal prodigio, cadde supina; agitò
le braccia, volle rialzarsi. Le litanie s'interruppero. Delle suore,
alcune, quasi atterrite, erano rimaste un istante nell'immobilità;
altre davano soccorso all'inferma. Il miracolo appariva inopinato,
fulgidissimo, supremo.
Allora a poco a poco allo stupore, al murmure incerto, alle titubanze
successe un giubilo senza limiti, un coro di esaltazioni clamorose,
un'alata ebrietà canora. Anna, in ginocchio, ancora assorta nel
rapimento del miracolo, non aveva conoscenza di quel che in torno
avveniva. Ma quando i cantici con una maggior veemenza furono ripresi,
ella cantò. La sua nota su dalla cadente onda del coro ad intervalli
emerse, poichè le divote diminuivano la forza delle voci per ascoltare
quella unica che dalla grazia divina era stata riconcessa. E la Vergine
nei cantici a volta a volta fu l'incensiere d'oro onde esalavano i
balsami più dolci, la lampada che dì e notte rischiarava il santuario,
l'urna che racchiudeva la manna del cielo, il roveto che ardeva senza
consumarsi, lo stelo di Iesse che portava il più bello di tutti i
fiori.
Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il
paese di Ortona, e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando
nel viaggio. E il monastero sorse in grande onore. Donna Blandina
Onofrii, la magnifica, offerse alla Madonna dell'oratorio una veste
di broccato d'argento e una rara collana di turchesi venuta dall'isola
di Smirne. Le altre gentildonne ortonesi offersero altri minori doni.
L'arcivescovo d'Orsogna fece con pompa una visita gratulatoria, in cui
rivolse parole di edificante eloquenza ad Anna che «con la purità della
vita si era resa degna dei doni celesti.»
Nell'agosto del 1876 sopravvennero nuovi prodigi. L'inferma, quando si
avvicinava il vespro, cadeva in uno stato di estasi con catalessia;
donde sorgeva poi quasi con impeto. E in piedi, conservando sempre
la medesima attitudine, cominciava a parlare, da prima lentamente, e
quindi gradatamente accelerando, come sotto l'urgenza di un'ispirazione
mistica. Il suo eloquio non era se non un miscuglio tumultuario
di parole, di frasi, di interi periodi già innanzi appresi, che
ora nella sua inconsapevolezza si riproducevano, frammentandosi o
combinandosi senza legge. Le native forme dialettali s'innestavano
alle forme auliche, s'insinuavano nelle iperboli del linguaggio
biblico; e mostruosi congiungimenti di sillabe, inauditi accordi di
suoni avvenivano nel disordine. Ma il profondo tremito della voce,
ma i cangiamenti repentini dell'inflessione, l'alterno ascendere e
discendere del tono, la spiritualità della figura estatica, il mistero
dell'ora, tutto concorreva a soggiogare gli animi delle astanti.
Gli effetti si ripeterono cotidianamente, con una regolarità
periodica. Sul vespro, nell'oratorio si accendevano le lampade; le
monache facevano la cerchia inginocchiandosi; e la rappresentazione
sacra incominciava. Come l'inferma entrava nell'estasi catalettica,
i preludii vaghi dell'organo rapivano gli animi delle religiose in
una sfera superiore. Il lume delle lampade si diffondeva fievole
dall'alto, dando un'incertitudine aerea e quasi una morente dolcezza
all'apparenza delle cose. A un punto l'organo taceva. La respirazione
nell'inferma diveniva più profonda; le braccia le si distendevano così
che nei polsi scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno
strumento. Poi, d'un tratto, l'inferma balzava in piedi, incrociava le
braccia sul petto, restando nell'atteggiamento mistico delle cariatidi
d'un battistero. E la sua voce risonava nel silenzio, ora dolce, ora
lugubre, ora quasi canora, quasi sempre incomprensibile.
Su i principii del 1877 questi accessi diminuirono di frequenza; si
presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente,
lasciando il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza.
E allora alcuni anni passarono, in cui la povera idiota visse tra
sofferenze atroci, con le membra rese inerti dagli spasimi articolari.
Ella non aveva più alcuna cura della nettezza; non si cibava se
non di pane molle e di pochi erbaggi; teneva in torno al collo, sul
petto, una gran quantità di piccole croci, di reliquie, d'imagini,
di corone; parlava balbettando per la mancanza dei denti; e i suoi
capelli cadevano, i suoi occhi erano già torbidi come quelli dei vecchi
giumenti che stanno per morire.
Una volta, di maggio, mentre ella soffriva deposta sotto il portico
e le suore in torno coglievano per Maria le rose, le passò dinanzi
la testuggine che ancora traeva la sua vita pacifica e innocente nel
verziere claustrale. La vecchia vide quella forma muoversi e a poco a
poco allontanarsi. Nessun ricordo le si destò nell'anima. La testuggine
si perse tra i cespi dei timi.
Ma le suore consideravano la imbecillità e la infermità della donna
come una di quelle supreme prove di martirio a cui il Signore chiama
gli eletti per santificarli e glorificarli poi nel paradiso; e
circondavano di venerazione e di cure l'idiota.
Nell'estate del 1881 apparvero i segni della morte prossima. Consunto
e piagato, quel miserabile corpo omai nulla più conservava di umano.
Lente deformazioni avevano viziata la positura delle membra; tumori
grossi come pomi sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la
nuca.
La mattina del 10 settembre, verso l'ottava ora, un sussulto della
terra scosse dalle fondamenta Ortona. Molti edifici precipitarono,
altri furono offesi nei tetti e nelle pareti, altri s'inclinarono
e s'abbassarono. E tutta la buona gente di Ortona, con pianti, con
grida, con invocazioni, con gran chiamare di santi e di madonne, uscì
fuori delle porte, e si raunò sul piano di San Rocco, temendo maggiori
pericoli. Le monache, prese dal pànico, infransero la clausura;
irruppero su la via, scarmigliate, cercando salvezza. Quattro di loro
portavano Anna sopra una tavola. E tutte trassero al piano, verso il
popolo incolume.
Come esse giunsero in vista del popolo, unanimi clamori si levarono,
poichè la presenza delle religiose parve propizia. In ogni parte, d'in
torno, giacevano infermi, vecchi impediti, fanciulli in fasce, donne
stupide per la paura. Un bellissimo sole mattutino illustrava le teste
tumultuanti, il mare, i vigneti; e accorrevano dalla spiaggia inferiore
i marinai, cercando le mogli, chiamando i figli per nome, ansanti per
la salita, rochi; e da Caldara cominciavano a venire mandre di pecore e
di bovi con i pastori, branchi di gallinacci con le femmine guardiane,
giumenti; poichè tutti temevano la solitudine, e tutti, uomini e
bestie, nel frangente si accomunavano.
Anna, adagiata sul suolo, sotto un olivo, sentendo prossima la morte,
si rammaricava con un balbettìo fievole, perchè non voleva morire senza
i sacramenti; e le monache d'in torno le davano conforto; e gli astanti
la guardavano con pietà. Ora, d'improvviso, tra il popolo una voce si
sparse, che da Porta-Caldara sarebbe uscito il busto dell'Apostolo. Le
speranze risorgevano; canti di rogazione risorgevano nell'aria. Come da
lungi vibrò un incognito luccichío, le donne s'inginocchiarono; e con i
capelli disciolti, lacrimose, si misero a camminare su le ginocchia, in
contro al luccichío, salmodiando.
Anna agonizzava. Sostenuta da due suore, udì le preghiere, udì
l'annunzio; e forse in un'ultima illusione travide l'Apostolo veniente,
poichè nella faccia cava le passò quasi un sorriso di gaudio. Alcune
bolle di saliva le apparvero su le labbra; un'ondulazione brusca le
corse e ricorse, visibile, le estremità del corpo; su gli occhi le
palpebre le caddero, rossastre come per sangue stravasato; il capo le
si ritrasse nelle spalle. E la vergine Anna così alfine spirò. Quando
il luccichío si fece più da presso alle donne adoranti, si chiarì
nel sole la forma di un giumento che portava in bilico su la groppa,
secondo il costume, una banderuola di metallo.