XIII.

Alle calende di maggio la donna, avuta licenza da Donna Cristina, fece

gli apparecchi. Inquietudine le nacque nell'animo per la testuggine.

— Doveva lasciarla? o portarla seco? — Stette lungamente in forse; e

infine deliberò di portarla, per sicurezza. La pose dentro un canestro,

tra i panni suoi e le scatole di confetture che Donna Cristina inviava

a Donna Veronica Monteferrante, abadessa del monastero di Santa

Caterina.

Su l'alba Anna e Fra Mansueto si misero in cammino. Anna aveva in

principio il passo spedito, l'aspetto gaio: i capelli, già quasi tutti

canuti, le si piegavano lucidi sotto il fazzoletto. Il frate zoppicava

reggendosi a una mazza, e le bisacce vuote gli penzolavano dalle

spalle. Come essi giunsero al bosco dei pini, fecero la prima sosta.

Il bosco, al mattino di maggio, ondeggiava immerso nel suo profumo

natale, voluttuosamente, tra il sereno del cielo e il sereno del mare.

I tronchi gemevano la ragia. I merli fischiavano. Tutte le fonti della

vita parevano aperte su la trasfigurazione della terra.

Anna sedette sopra l'erba; offerse al cappuccino pane e frutta; e

si mise a discorrere della festività, ad intervalli, mangiando. La

testuggine tentava con le zampe anteriori l'orlo del canestro, e la sua

timida testa serpigna sporgeva e si ritraeva negli sforzi. Poi che Anna

l'aiutò a discendere, la bestia prese ad avanzare sul musco verso un

cespuglio di mirto, con minor lentezza, forse sentendo in sè levarsi

confusamente la gioia della primitiva libertà. E il suo scudo tra il

verde pareva più bello.

Allora Fra Mansueto fece alcune riflessioni morali e lodò la

Provvidenza che dà alla testuggine una casa e le dà il sonno durante

la stagione dell'inverno. Anna raccontò alcuni fatti che dimostravano

nella testuggine un gran candore e una gran rettitudine. Poi soggiunse;

«Che penserà?» E dopo un poco: «Gli animali che penseranno?»

Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi. Scendeva giù per la

corteccia di un pino una fila di formiche e si dilungava pel terreno:

ciascuna formica trascinava un frammento di cibo e tutta l'innumerevole

famiglia compiva il lavoro con ordine diligente. Anna guardava, e le si

svegliavano nella mente le credenze ingenue dell'infanzia. Ella parlò

di abitazioni meravigliose che le formiche scavano sotto la terra. Il

frate disse, con accento di fede intensa: «Dio sia lodato!» E ambedue

rimasero cogitabondi, sotto i verdi alberi, adorando nel loro cuore

Iddio.

Nella prima ora del pomeriggio arrivarono al paese di Ortona.

Anna battè alla porta del monastero e chiese di vedere l'abadessa.

All'entrare si presentava un piccolo cortile con nel mezzo una cisterna

di pietra bianca e nera. Il parlatorio era una stanza bassa, con poche

sedie intorno: due pareti erano occupate dalle grate, le altre due

da un crocefisso e da imagini. Anna fu subito presa da un senso di

venerazione per la pace solenne che regnava in quel luogo. Quando la

madre Veronica apparve d'improvviso dietro le grate, alta e severa

nell'abito monastico, ella provò un turbamento indicibile come dinanzi

all'apparizione di una forma soprannaturale. Poi, rianimata dal buon

sorriso dell'abadessa, ella compì il messaggio in brevi parole; depose

nel cavo della ruota le scatole, ed attese. La madre Veronica le si

rivolse con benignità, guardandola da que' suoi belli occhi lionati;

le donò un'effigie della Vergine; nel licenziarla le tese la mano

signorile pel bacio, a traverso la grata, e disparve.

Anna uscì trepidante. Mentre passava il vestibolo, le giunse un coro

di litanie, un canto che veniva forse da una cappella sotterranea,

ugualissimo e dolce. Mentre passava il cortile, vide a sinistra in

cima al muro sporgere un ramo carico di melarance. E, come pose il

piede su la via, le parve di aver lasciato dietro di sè un giardino di

beatitudine.

Allora si diresse verso la strada Orientale per cercare i parenti.

Su la porta della vecchia casa una donna sconosciuta stava appoggiata

allo stipite. Anna le si avvicinò timidamente e le chiese novelle della

famiglia di Francesca Nobile. La donna l'interruppe: — Perchè? Perchè?

Che voleva? — con una voce dura e uno sguardo investigante. Poi, quando

Anna si palesò, ella le permise di entrare.

I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati. Restava nella casa un

vecchio infermo, zi' Mingo, che aveva sposato in seconde nozze _la

figlia di Sblendore_ e viveva con lei quasi in miseria. Il vecchio

da prima non riconobbe Anna. Egli stava seduto su un'alta sedia

ecclesiastica di cui la stoffa rossastra pendeva a brandelli: le sue

mani posavano su i braccioli, contorte ed enormi per la mostruosità

della chiragra; i suoi piedi con un moto ritmico percotevano il

terreno; un continuo tremore paralitico gli agitava i muscoli del

collo, i gomiti, le ginocchia. Ed egli guardò Anna, tenendo a fatica

dischiuse le palpebre infiammate. Finalmente si risovvenne.

Come Anna andava esponendo il proprio stato, la figlia di Sblendore

odorando il denaro cominciava a concepire nell'animo speranze di

usurpazione e per virtù delle speranze diveniva in volto più benigna.

Subito che Anna terminò, ella le offerse l'ospitalità per la notte;

le prese il canestro dei panni e lo ripose; promise di aver cura della

testuggine; poi fece alcune querele compassionevoli su la infermità del

vecchio e su la miseria della casa, non senza lacrime. Ed Anna uscì,

con l'animo pieno di riconoscenza e di misericordia; risalì per la

costa, verso lo scampanìo della basilica, provando un'ansia crescente

nell'appressarsi.

In torno al palazzo Farnese il popolo rigurgitava ondoso; e quella

gran reliquia feudale sovrastava ornata di paramenti, magnificata

dal sole. Anna passò in mezzo alla folla, lungo i banchi degli

argentarii artefici di arredi sacri e di oggetti votivi. A tutto

quel candido scintillare di forme liturgiche il cuore le si dilatava

per allegrezza; ed ella si faceva il segno della croce dinanzi a

ogni banco come dinanzi a un altare. Quando giunse alla porta della

basilica e intravide la luminaria e traudì il cantico del rito, ella

non più contenne la veemenza della gioia; si avanzò fin verso il

pulpito, con passi quasi vacillanti. Le ginocchia le si piegarono:

le lacrime le sgorgarono dagli occhi allucinati. Ella rimase là, in

contemplazione dei candelabri, dell'ostensorio, di tutte le cose che

erano su l'altare, con la testa vacua, poichè dalla mattina non aveva

più mangiato. E le prendeva le vene una debolezza immensa; l'anima le

veniva meno in una specie di annientamento.

Sopra di lei, lungo la nave centrale le lampade di vetro componevano

una triplice corona di fuochi. In fondo, quattro massicci tronchi di

cera fiammeggiavano ai lati del tabernacolo.

Le Novelle della Pescara · 第 37 / 101 题