Non c'era più scampo. — La figlia di Maria Camastra aveva bevuto il
vetriolo ed era morta così, con un bimbo di tre mesi nel ventre. La
figlia di Clemenza Iorio s'era precipitata dal ponte, ed era morta
così, nella fanga della Pescarina. Bisognava dunque morire.
Quando questo pensiero balenò alla mente di Orsola, cadeva il
pomeriggio. Tutte le campane sonavano a gloria, nella vigilia del
_Corpus Domini_; grandi tribù di rondini schiamazzavano e turbinavano
sul palazzo di Brina, si assembravano a parlamento su l'Arco. Una
nuvola rossa sovrastava le case, simile forse a quella che versò bitume
ardente su l'empietà di Sodoma.
Orsola al baleno di quel pensiero si smarrì, ebbe paura. Poi a mano
a mano che il sentimento della vergogna la persuadeva al passo, in
fondo a lei una sorda ribellione di vitalità cominciava a levitare,
le viscere fremevano. Ella d'un tratto sentì il rossore e il calore
del suo sangue chiazzarle la fronte, le guance. Si levò dalla sedia,
torcendosi le braccia nell'agitazione della lotta. E, con un impeto
di forza nervosa, finalmente uscì dalla stanza, entrò nella cucina,
cercò su le tavole un bicchiere e il mazzo degli zolfanelli. L'odore
forte del carbone le turbava lo stomaco; la vertigine le prendeva
il cervello. Ella trovò tutto: mise gli zolfanelli a disciogliersi
nell'acqua; rientrò nella sua stanza e nascose in un angolo, sotto un
mobile, il bicchiere letale.
— Dio mio! Dio mio!
Ella aveva ora paura di trovarsi così, sola, dinanzi al suo
proponimento. Le tornò subitamente nella fantasia il cadavere di
Cristina Iorio intraveduto quel giorno mentre lo portavano su la
barella alla casa della madre: un corpo gonfio come un otre, con la
melma ne' capelli, nel cavo degli occhi, nella bocca, tra le dita de'
piedi violetti...
— Dio mio, Dio mio, morire!
E sussultò come se una mano fredda e rigida le si fosse posata sul
capo: un brivido le corse tutte le membra, le durò un momento sul
cranio con l'impressione di una lama che vi penetrasse per distaccarne
la pelle.
— No, no, no! — disse con la voce alterata, come se volesse scacciare
da sè il contatto di qualche cosa orribile. E andò alla finestra,
sporse il capo fuori, cercando un rifugio.
Ella rimase là, inchiodata, attònita dinanzi a quella visione
d'incendio biblico e a quella tregenda di uccelli neri. Quando si
volse un poco, intravide nell'ombra della stanza un bagliore strano:
il luccichìo delle mezzelune d'oro su la veste della Madonna di Loreto
e il luccichìo delle medaglie. Ebbe ancora paura; si schiacciò sul
davanzale, si sporse di più; stette là, senza avere il coraggio di
muoversi. Allora, in quella immobilità, l'indebolimento serale cominciò
ad invaderla; ed ella si strinse la testa grave tra le palme, socchiuse
le pàlpebre.
— Ah!
D'improvviso le si era aperto nell'animo uno spiràcolo. — Sì, sì, ella
se ne rammentava! Spacone, il mago, quel vecchio con la barba lunga,
quello che faceva i miracoli e aveva le medicine per ogni male... Era
venuto al paese qualche volta a cavalcioni di una muletta bianca, con
due triangoli d'oro agli orecchi, con una fila di bottoni larghi come
cucchiai d'argento senza mànico. Tante donne uscivano su gli usci e
lo chiamavano, e lo benedicevano. Egli aveva guarito ogni sorta di
malattie con certe erbe e certe acque e certi segni del dito pollice
e certe parole magiche. Egli doveva avere i rimedii pure per quella
cosa... sì, sì, li doveva avere!
E Orsola rivisse in un barlume di speranza, mentre il languore saliva
saliva. Dinanzi a lei, le cose annegavano nel crepuscolo; il giorno
vermiglio, penetrato dalle ceneri della notte vicina, mancava in un
lento scoloramento, senza contrasti. Una rondine, come un pipistrello,
passò radendole il capo. Il sùbito alito dell'estate le soffiò nella
faccia, le toccò ogni vena, le scosse fin le radici infime della vita.
Ella, con un moto involontario e inconsapevole, mise le mani sul ventre
e le tenne così un istante. L'indefinito sentimento della maternità
le attraversava l'anima. E dal fondo, misteriosamente, un ricordo
della convalescenza lontana si svegliò. — Ah, era di marzo... una
gran bianchezza ridente... e sopra di lei le _spie_, le lanugini molli
piovevano.