Non c'era dunque scampo? — Più giorni ancora ella oscillò nel dubbio,
aspettando l'ultima prova. Vertigini la prendevano al levarsi, quando
ella metteva a terra i piedi; sfinimenti vaghi la invadevano su la
sera, fievolezze in cui il pensiero, la volontà, i ricordi parevano
quasi avere la confusione, la sonnolenza fluttuante delle prime ore
mattutine. Ella faceva le cose per abitudine, con gesti di sonnambula,
stancamente. Nella scuola, se veniva sul vento l'odore del pane caldo
dal forno, ella si sentiva morire, sentiva tutte le viscere montarle
d'un tratto alla bocca; e un sapore di lisciva le si spandeva nella
lingua. Un giorno, mentre un bimbo succhiava una ciliegia, una voglia
violenta di quel frutto la fece contorcere su la sedia, impallidire
e sudare. Poi, ella, dopo il pasto, tutta amara di nausea, si metteva
lunga sul letto, si lasciava occupare dal sopore: il caldo era pesante,
le mosche ronzavano, le grida d'un venditore di occhiali passavano
sotto la finestra, rauche nel silenzio.
Sfiduciata, ella non cercò più la chiesa: l'incenso anche la ributtava.
Ella non pensò più a Marcello; non lo vide più, non ebbe di lui se non
un ricordo incerto, come d'un sogno remoto. L'ansia presente la teneva
tutta.
Lindoro saliva a portar acqua, come prima. Egli giungeva su, rosso e
stillante di sudore; posava le conche, lanciando sguardi di sbieco alla
vittima. Orsola si ritirava nell'altra stanza o si curvava sul lavoro
stringendo i denti nella collera repressa. Lindoro se ne andava, come
un cane frustato; ma il pensiero di aver posseduto quella donna gli
turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con sè, tenersela,
esserne il padrone come di una merce da usare e da vendere. Cupidigia
sensuale e avidità di guadagno in lui si mescevano.
Una sera egli aspettò che Camilla uscisse, alla porta di strada; poi
salì a precipizio per sorprendere Orsola, per trovarla sola nella casa.
Quando egli battè all'uscio Orsola lo riconobbe e si sentì rimescolare.
— Che vuoi da me, che vuoi? — chiese ella con la voce soffocata, senza
aprire.
— Sentimi un momento, sentimi! Non aver paura; non ti faccio male...
— Vattene, cane, infame, assassino... — proruppe la donna, con una
veemenza stridula di vituperii, togliendo il freno a tutto l'odio
accumulato contro colui. — Vattene, vattene!
E, sfinita, si ritrasse nella sua stanza, si gettò su i guanciali
mordendoli fra le lagrime.