XVIII.

Non c'era dunque scampo? — Più giorni ancora ella oscillò nel dubbio,

aspettando l'ultima prova. Vertigini la prendevano al levarsi, quando

ella metteva a terra i piedi; sfinimenti vaghi la invadevano su la

sera, fievolezze in cui il pensiero, la volontà, i ricordi parevano

quasi avere la confusione, la sonnolenza fluttuante delle prime ore

mattutine. Ella faceva le cose per abitudine, con gesti di sonnambula,

stancamente. Nella scuola, se veniva sul vento l'odore del pane caldo

dal forno, ella si sentiva morire, sentiva tutte le viscere montarle

d'un tratto alla bocca; e un sapore di lisciva le si spandeva nella

lingua. Un giorno, mentre un bimbo succhiava una ciliegia, una voglia

violenta di quel frutto la fece contorcere su la sedia, impallidire

e sudare. Poi, ella, dopo il pasto, tutta amara di nausea, si metteva

lunga sul letto, si lasciava occupare dal sopore: il caldo era pesante,

le mosche ronzavano, le grida d'un venditore di occhiali passavano

sotto la finestra, rauche nel silenzio.

Sfiduciata, ella non cercò più la chiesa: l'incenso anche la ributtava.

Ella non pensò più a Marcello; non lo vide più, non ebbe di lui se non

un ricordo incerto, come d'un sogno remoto. L'ansia presente la teneva

tutta.

Lindoro saliva a portar acqua, come prima. Egli giungeva su, rosso e

stillante di sudore; posava le conche, lanciando sguardi di sbieco alla

vittima. Orsola si ritirava nell'altra stanza o si curvava sul lavoro

stringendo i denti nella collera repressa. Lindoro se ne andava, come

un cane frustato; ma il pensiero di aver posseduto quella donna gli

turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con sè, tenersela,

esserne il padrone come di una merce da usare e da vendere. Cupidigia

sensuale e avidità di guadagno in lui si mescevano.

Una sera egli aspettò che Camilla uscisse, alla porta di strada; poi

salì a precipizio per sorprendere Orsola, per trovarla sola nella casa.

Quando egli battè all'uscio Orsola lo riconobbe e si sentì rimescolare.

— Che vuoi da me, che vuoi? — chiese ella con la voce soffocata, senza

aprire.

— Sentimi un momento, sentimi! Non aver paura; non ti faccio male...

— Vattene, cane, infame, assassino... — proruppe la donna, con una

veemenza stridula di vituperii, togliendo il freno a tutto l'odio

accumulato contro colui. — Vattene, vattene!

E, sfinita, si ritrasse nella sua stanza, si gettò su i guanciali

mordendoli fra le lagrime.

Le Novelle della Pescara · 第 21 / 101 题