Così fu che la mattina dopo ella uscì dalla casa, di sotterfugio; e
s'incamminò sola fuori del paese, per la strada nuova di Chieti.
Nelle vicinanze di San Rocco abitava Spacone. Sotto la maestà di una
quercia druidica, egli compiva i miracoli e formulava i responsi.
Tutto il contado, in venti miglia di circuito, ricorreva a lui, come
a un apostolo della Providenza. Nelle epidemie del bestiame indigeno,
mandre di bovi e di cavalli si raccoglievano in torno alla quercia
per ricevere il talismano preservante dal morbo: le orme delle unghie
equine e bovine facevano come un circolo d'incanti su l'erbe semplici
del terreno.
Quando Orsola s'incamminò, era nella terra pescarese un gran giuoco
d'ombre e di luci. Le nuvole nòmadi trasmigravano dalla marina alla
montagna, come carovane con buone salmerìe d'acqua, per quel cielo
arabico del mese di giugno. A intervalli, larghe zone di terra si
sommergevano nell'ombra, altre zone emergevano illustrate; e, come
l'ombra era turchina e mobile, la campagna così dava apparenza di un
arcipelago che galleggiasse copioso d'alberi e di fromento. Il canto
degli uccelli lodava la maturità delle biade.
Al primo spettacolo Orsola ebbe un insolito ristoro; poichè la
libertà della campagna, la felicità della luce sul fogliame, gli odori
cordiali dell'aria circondandole d'un tratto la persona le mossero il
sangue, e la nuova speranza in lei al dispiegarsi dell'orizzonte si
fortificò ed esultò. Ella si alleggeriva di tutte le angosce, vivendo
per due sentimenti soli, per la speranza della salvazione corporea
e pel desiderio di raggiungere la meta. In fondo, alla meta, ella
vedeva nella sua fantasia sorgere il vecchio benefico e illuminarsi
misticamente. Per una nativa tendenza superstiziosa, ella trasformava
quella figura, la ingigantiva e la vestiva di una dolcezza cristiana,
la cingeva di nimbo. Allora tutte le dicerie che correvano tra il
volgo le tornarono alla memoria confusamente e gittarono sprazzi di
luce meravigliosa su la fronte di Spacone. Allora ella si rammentò
che Rosa Catena, in un giorno lontano della malattia, aveva parlato
del Vecchio con una reverenza devota citando miracoli. — Un cieco di
Torre de' Passeri era andato a San Rocco ed era tornato dopo tre dì con
gli occhi che ci vedevano e con una cifra turchina su la tempia. Una
femmina di Spoltore, invasa dagli spiriti maligni, era tornata mansueta
come un'agnella, dopo aver bevuto due sorsi d'un'acqua custodita in una
piccola zucca secca.
Così a poco a poco, lungo il cammino, pel concorso di tanti elementi
sparsi si venne formando nella mente di Orsola una specie di leggenda.
E a poco a poco, giacchè nulla possono gli uomini senza l'assistenza
di Dio, sorse anche la persuasione che il vecchio fosse un inviato
del cielo, un redentore delle anime dalla dipendenza corporale, un
distributore di grazie celesti su la terra ai caduti. — La speranza
estrema non era discesa su la peccatrice improvvisamente, quasi per
influsso divino, fra i segnali accesi nell'aria? E nella Pentecoste
la colomba non aveva balenato dall'alto, agli occhi della pregante, un
lampo di buona promessa?
La promessa ora si compiva nel santo giorno del _Corpus Domini_. Orsola
dunque, tutta calda di fede e di giubilo, andava su la polvere della
via nuova, non curando la fatica dei passi. Ai due lati, le siepi
biancheggiavano come coperte di escrementi d'uccelli. Gruppi di pioppi
sonori stavano su i limiti; e i tronchi inargentati riverberavano
le variazioni della luce. Le contadine della Villa del Fuoco, nane,
co 'l naso camuso, con le labbra schiacciate, femmine cafre dalla
pelle bianca, venivano incontro a due, a tre. Le vicende delle nuvole
occupavano l'immenso teatro della campagna.
Orsola passò il Mulino, passò la Villa. Una energìa nervosa le animava
il passo. Ella si sentiva battere il vento su la nuca e sentiva sul
capo a intervalli stormire i pioppi. Ma l'oscillare delle ombre e la
polvere cominciavano a turbarle un poco la visione; il calore del moto
le affluiva alla testa; la volontà era tutta occupata nell'insolito
sforzo materiale dell'incedere. Ella così andò innanzi in una specie di
stordimento crescente che si mutava in malessere; e, vinta dalla fatica
e dal caldo, si lasciò allettare da un mucchio di olivi messi in salita
a sinistra.
Passavano quattro o cinque zingari seminudi, bronzini, con amuleti
luccicanti sul petto, a cavalcioni di certi asini rossastri. Uno di
loro fischiava urtando con le calcagna il ventre della sua bestia.
Tutti avevano in mano canne e portavano bisacce di pelle su le cosce.
Guardarono la donna rifugiata sotto gli olivi e mormorarono ridendo.
Orsola ebbe paura di quegli occhi che mostravano il bianco nello
sguardo, e stette sbigottita finchè il gruppo non si allontanò. Lo
scoraggiamento incominciava a impadronirsi di lei; la solitudine
cominciava ad esserle paventosa, poichè nella campagna correva per
lunghi brividi l'annunzio della pioggia e un silenzio quasi lugubre
scendeva nell'aria dalle nuvole raccolte. Ella s'era appoggiata ad
un tronco: freschi soffi intermessi le investivano la persona e le
gelavano il sudore nei pori, soffi che accorrevano a lei co 'l fruscìo
di un animale furtivo nell'erba; mentre in torno il tremolìo del sole
pareva un riverbero d'acque lontane. Pallidi fiori d'un giallo sulfureo
facevano onda a pie' degli olivi.
Un ricordo scese allora dai buoni alberi su l'animo della donna. — La
chiesa era tutta piena di palme benedette e di aromi, quel giorno;
ed ella andava tra il popolo sorretta dalle braccia di Marcello, in
un gran tremore... Ma, come ella si soffermò in quel pensiero, le
si smarrì la memoria; tutto le sfuggì in una incertezza di sogno.
Soltanto, colpi sordi le batterono il cuore, sussulti d'angoscia le
affannarono il respiro. Ella aveva ora la sensazione ottusa di un
sopore che le cadesse sul cervello con la pesantezza d'un colpo di
maglio. Un resto di volontà vigile le bastò a scuotersi debolmente e a
discendere nella strada.
Le nuvole raccolte verso la Maiella avevano preso il colore diafano
e grigio di una massa pendula d'acque. Larghe trombe si avvicinavano
dalla marina più cariche; e ancora qualche azzurro campo si dilatava
nell'alto. Un odore di umidità già saliva dalla polvere, da tutta
la campagna ansante nell'aspettazione. Gli alberi immobili parevano
assorbire la luce, si levavano anneriti in mezzo alla fumea dell'aria,
popolavano di forme incerte la lontananza.
Orsola camminava con una fatica immensa, sentendo che le forze stavano
per abbandonarla. — Ecco, pensava, arriverò a quell'albero e poi
cadrò. — Ma non cadeva. Si scorgevano a destra le case di San Rocco. Un
contadino veniva in contro a corsa.
— Buon uomo, è quello San Rocco?
— Sì, sì, voltate alla prima scorciatoia.
Grosse gocce sonanti cominciarono a cadere; poi d'un tratto la pioggia
crescente rigò l'aria di lunghe frecce bianche, di lunghe sferze che
percotendo schioccavano. Un sommovimento mostruoso agitò allora le
nuvole: sprazzi di raggi eruppero di qua, di là. Tutte le colline, in
fondo, a traverso le liste della pioggia si accesero un attimo e si
rispensero. Una fievole serenità d'argento si levò su la Maiella, parve
acuirsi come una spada sottile.
Orsola tentava di correre verso la quercia distante un tiro di
schioppo. Le gocce le battevano su la nuca, le scivolavano per la
schiena, le colpivano la faccia; e già le vesti erano tutte molli sino
alla pelle. I passi le mancavano sul terreno sdrucciolevole. Ella cadde
e si rialzò, due volte. Poi, quasi folle, si mise a gridare verso la
casa.
— Aiuto! aiuto!
Una femmina uscì dalla porta e venne a sorreggerla, seguita da due cani
che abbaiavano.
Orsola si lasciò condurre senza poter più proferire una parola a
traverso i denti serrati, livida, con la faccia stravolta. Non si
riscosse se non dopo qualche tempo, per le domande che l'ospite le
faceva. E allora, repentinamente, all'udire il nome di Spacone, si
ricordò di tutto.
— Ah, dov'è Spacone? — chiese.
— È a Popoli, donna santa: l'hanno chiamato.
Orsola non resse più: cominciò a singhiozzare e a strapparsi i capelli.
— Che volete, donna santa? che volete? Io sono la moglie; ci son qua
io... — miagolava la strega, trattenendole i polsi, incitandola a
parlare.
Orsola esitò un momento; poi disse tutto, a precipizio, tra i singulti,
coprendosi la faccia.
— Aspettate. Il rimedio c'è; ma costa cinquanta soldi, donna santa —
fece la strega in quel suo idioma tutto molle di vocali, cantando quel
bello appellativo per intercalare.
Orsola sciolse un nodo nel fazzoletto e offerse cinque piccole monete
d'argento. Poi aspettò, più calma.
La stanza era vasta, ma bassa. Le pareti, su cui qua e là il salnitro
fioriva, apparivano scagliose e verdastre. Rozzi idoli cristiani di
maiolica popolavano quel fondo di spelonca; forme strane di utensili
e di stromenti ingombravano le tavole. Era come un aspro santuario
custodito da un semplicista monaco.
La moglie di Spacone, dinanzi al camino, componeva il suo filtro, in
silenzio. Era una femmina alta e ossuta, bianchissima in faccia, co
'l naso guasto, violetto come un fico, con i capelli rossi e lisci su
le tempie, con due piccoli occhi di albina, tatuata nel mento, nella
fronte, nel dorso delle mani.
— Ecco, donna santa! Coraggio!
Orsola ingoiò il liquido, d'un fiato; ma si sentì, subito dopo, da
un'amarezza atroce mordere il palato e le viscere. Restò con la bocca
aperta, premendosi il ventre con le mani, battendo rapidamente un piede
sul pavimento, nello spasimo della prima contrazione uterina.
— Coraggio, donna santa, coraggio! — le ripeteva la strega, fissandola
con quegli occhi bianchicci, soffregandole le reni. Avete tempo di
arrivare a Pescara... Via! via!
Orsola non poteva rispondere: alla bocca non le venivano che urli. I
crampi le serravano lo stomaco, le irrigidivano i muscoli respiratorii,
le eccitavano il vomito. I bulbi visivi le ruotavano in alto, come se
ella fosse entrata ne' sintomi di una convulsione epilettica. In tutto
il suo debole organismo la potenza eccessiva della bevanda operava ora
effetti inaspettati. Il parto falso si produsse quasi d'improvviso, con
una di quelle terribili perdite per ove le forze della vita se ne vanno
mollemente, insensibilmente, fluendo.
— Gesù, Gesù, Gesù! — mormorava la strega, inquieta, presa da una
sùbita paura dinanzi a quel povero corpo riverso — Gesù, aiutatemi!
Alle sollecitazioni di lei, Orsola rinvenne. E come dopo qualche tempo
il profluvio parve arrestarsi, la meschina si potè levare in piedi;
sospinta dalla femmina, uscire; giungere fino alla strada nuova,
barcollando, pallida come se non le fosse rimasta sotto la pelle una
goccia di sangue, ma tenuta viva dalla speranza che il maggior pericolo
fosse omai superato.
Ora la campagna era tutta frescamente luminosa dopo la pioggia. Passava
una fila di carretti carichi di gesso, e i grossi carrettieri di Letto
Manoppello, pieni di vino, sdraiati sui sacchi fumavano. Come Orsola si
mise dietro la fila, uno di quelli, l'estremo, gridò:
— Ohè, volete che vi porti, bella figliuola?
Quasi inconscia Orsola si lasciò tirar su dalle forti braccia
dell'uomo, e stette così seduta sopra i sacchi. Non intendeva le grosse
risa e i motti osceni che di carro in carro si propagavano.
Con l'energia dell'istinto teneva le ginocchia serrate per impedire al
flusso la via. Sentiva a poco a poco una specie di ottusità occuparle i
sensi, così che gli sbalzi frequenti delle ruote su la ghiaia le davano
appena un dolor sordo e il lezzo delle pipe le feriva appena le nari.
Poi cominciò un susurro lontano agli orecchi, un tremante bagliore alla
vista. Più volte ella sarebbe caduta se non l'avessero sorretta le mani
del carrettiere, che incoraggiato dalla muta docilità di lei tentava
qualche brutale carezza.
Il paese di Pescara apparve in cima alla strada, in mezzo al sole,
mandando suoni sul vento.
— Fanno la processione — disse uno degli uomini. Tutti gli altri
sferzarono; e la strada risonò sotto il trotto pesante, al tintinnìo
de' sonagli, allo schiocco delle fruste.
Quella violenza di scosse e di fragore richiamò per un momento Orsola
al senso della realtà circostante. Ma, poichè l'uomo le cingeva i
fianchi con un braccio e le soffiava il fiato vinoso nella guancia,
ella per un cieco impeto si mise a gridare e a gesticolare quasi
l'avesse presa il delirio. E il fantasma di Lindoro subitamente le si
rizzò dinanzi agli occhi offuscati e potè anco suscitarle il ribrezzo
dell'orrore in quel poco di sensibilità che le restava nei nervi.
Appena il carro si fermò, discese a terra dai sacchi scivolando; tentò
di muovere i passi, con la furia affannosa di chi cerchi raggiungere un
luogo sicuro per cadere.
Venivano in contro nella strada le verginelle coperte di veli candidi,
con in mano i cèrei dipinti, e cantavano. Dietro la torma angelica, un
grande sventolìo di drappi e di baldacchini ampliava l'aria beneficata
dalla pioggia recente. E cantavano:
_Tantum ergo sacramentum_
_Veneremur cernui..._
Orsola, intravedendo, voltò nel vicolo; giunse alla casa di Rosa
Catena, entrò; presa dalla vertigine, cadde in mezzo al pavimento. E,
come il profluvio del sangue ricominciava, la paralisi le occupò la
metà inferiore del corpo, ogni facoltà di moto volontario in lei si
spense.
Rosa non era nella casa: la processione aveva attirato tutto il paese,
quel giorno. In un angolo della stanza Muà, il padre, un mostro di
vecchiaia umana, un cieco inchiodato per anni sul legname di una sedia
dall'artrite deformante, tentava vagamente con la punta del bastone i
mattoni intorno a sè per scoprire la causa del rumore improvviso; e un
borbottìo bavoso gli esciva dalla bocca sdentata.
Allora, ai piedi del mostro orrendo, in mezzo al sangue del peccato,
con i pollici stretti nei pugni, senza grida, la sposa violata del
Signore per alcuni attimi si agitò nella convulsione mortale.
— Via! Via! Passa via! Via di qua!
Il vecchio, credendo che fosse entrato il mastino del beccaio,
allungava il bastone per scacciarlo; e percoteva la moribonda.